Riflessioni su ‘Non ci sono innocenti’ (parte I)

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di Domenico Savino
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Appunti per una “post – FAZIONE” a “Non ci sono innocenti” di Anna K. Valerio e Silvia Valerio, Edizioni di Ar.
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Stupefacente, marziale, venereo.
Tre parole per descrivere un libro, che è molto più di quello che esso stesso dichiara e cioè “la storia vera di Freda, Ventura e dei membri dei loro gruppi tra i 67 e i 69”.
Stupefacente per la sua connessione in presa diretta dentro il “boom economico” degli anni ’60 e delle sue già profonde contraddizioni con gli umori, gli amori, gli odori, i piccoli vizi, le mediocri
virtù, la banale politica, le melliflue utopie, le esistenziali atrofie, le vitali anemie di un tempo – quello degli inizi della contestazione – il cui rumore di fondo, così pervasivo e via via incalzante, appare
già, fin dagli esordi, così stra-ordinariamente inconsistente e perciò essenzialmente funzionale a un sistema che pretendeva invece di evertere.
Stupefacente ancor più, perché scritto da due donne, anzi da due foeminae, sorelle e, per giunta, nella vita rispettivamente moglie e cognata del protagonista del romanzo, Franco-Giorgio Freda, in arte Giulio l’Autocrate, efficacemente descritto nel suo essere assai più come colui che comanda a se stesso, che colui che comanda agli altri.
Stupefacente e provocante, poi, perché queste due foemine sono di quel tipo, di cui oggi sembra essersene persa traccia: complici e, potremmo dire, evocatrici compiaciute di “virile potenza”, ogni
volta che essa si manifesti, senza bisogno di postumi bigotti pentimenti, di verbose moralistiche giustificazioni, di spiegazioni sociologiche o di decifrazioni antropologiche.
Due scrittrici “affascinanti e affascinate” (termini questi da intendersi qui in senso anzitutto etimologico), se è vero che fascinus è termine latino che stava ad indicare una grande fascina di vimini, custodita dalle Vestali presso il sacro fuoco di Vesta e modellata secondo la forma dell’organo sessuale maschile. In un tempo come il nostro, questo libro, specie per questo “taglio narrativo”, è un autentico “skandalon”, anche qui da intendersi nel doppio senso etimologico di “inciampo” e di “molestia”: inciampo, per chi si è nutrito del verbo femminista (vera parodia dell’autentico “verbo femminile”), ma soprattutto molestia, giacchè con determinata complicità molesta fin nell’intimità chiunque invochi o pretenda un limite.
Stupefacente, infine, questo libro come alcune sostanze psicotrope, che in ambiti iniziatici venivano usate allo scopo di provocare un’amplificazione e distorsione delle percezioni sensoriali, di produrre cioè vere e proprie “uscite” dal mondo, rideterminazione spaziali e temporali, riconnessioni sinaptiche riguardo all’ ”agente” e all’”agito” del Manifestato.
E proprio così fa il libro, perché, leggendolo, la mano di chi scrive sembra guidata in maniera preterintenzionale dal Mito, quasi che il palcoscenico sul quale gli eventi vengono rappresentati altro
non sia che un’occasione per ricondurre le vicende del Terrorismo (che sta per caratterizzare quel periodo storico) alla genealogia degli dei.
Infatti, a mano a mano che la storia si dispiega essa nient’altro sembra far rivivere che “l’eterno ritorno” dentro la Modernità dei nostri giorni della relazione adulterina tra Ares (o Marte), dio della violenza, del furore, della guerra senza regole, e Afrodite (o Venere) dea della bellezza e dell’amore:
… gli antichi “sapevano” assai più di noi circa la vita ed il mondo e non a caso narravano che da questa relazione nacquero due figli Dèimos, il terrore e Phòbos, la paura.
Stupefacente, dunque, ma preterintenzionalmente marziale e venereo questo libro, un libro di guerra e di amore e quindi – vi parrà strano per chiunque pensi in termini di “ordine” – inevitabilmente di Terrore e Terrorismo.
Il libro sembra procedere, fin dalle prime cruente pagine, per squarci narrativi tra il presente e il passato, tra storie di vita quotidiana e un kairòs, che sembra doversi manifestare e che occorre cogliere, tra un destino mediocre che questa Era ci ha riservato e un epos da costruire, tra il ribellismo sterile di masse amorfe e un’archetipica impazienza rivoluzionaria.
E’ lungo questo displuvio che si intrecciano scene di guerra e relazioni carnali, esistenze marginali, sopravvivenze residuali di un passato ormai finito e l’idea ossessiva di creare uno nuovo Ordine,
provando a far leva sulla forza degli altri, un po’ come accade nel judo (in quell’arte per l’appunto marziale), ove la forza dell’altro può essere ribaltata a proprio favore, solo che si provochi uno sbilanciamento, tale per cui il fattore vettoriale dell’avversario si ritorca alla fine contro di lui.
Nell’idea di unire le forze con l’avversario estremo per abbattere dapprima il nemico comune, disintegrandone il sistema, c’è l’urgenza di creare da sé in qualche modo, senza attendere che accada,
l’occasione per mettere, anzi rimettere, in marcia la Storia, manipolando ad un tempo gli opposti nemici, con la freddezza di un giocatore d’azzardo, che ha come unica morale quella di combattere
la propria guerra per vincere.
E sembra quasi che in questa determinazione fermissima del protagonista del romanzo, le donne, che da lui si fanno consumare in amplessi seriali, partecipino con il loro “darsi” all’azione rivoluzionaria, nel ruolo loro assegnato non tanto di “riposo del guerriero”, quanto di attivazione appunto di una “potenza guerriera”, sopravvissuta fin lì allo stato sottile di latenza.
Dicevamo che, come nel Mito la relazione adulterina di Afrodite con Ares, dio della guerra, genera Dèimos (dio del terrore) e con lui il gemello Phòbos (la paura), altrettanto qui cresce nel manipolo
rivoluzionario, che l’Autocrate guida, l’idea di seminare il Terrore, per creare le premesse di quel cambio di paradigma, capace di far invocare dal basso il ristabilimento dell’ordine e di suscitare
dall’alto l’adesione ad un compito.
Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare (e che pensa in effetti pensa la maggioranza di coloro che sono usciti sconfitti dalla guerra, miseramente gemendo ora nei rifugi moderati) ciò per cui
hanno combattuto, cioè il Fascismo e persino il Nazismo, sono il frutto ultimo e più compiuto di una Modernità, che ha visto la prima comparsa del Terrore nel lessico politico – udite, udite! – proprio con la Rivoluzione francese: “La virtù senza il terrore è fatale; il terrore senza virtù è più povero” – proclamava Robespierre.
Insomma quell’idea di usare il Terrore come funzione di governo e quindi come forma legale di esercizio del potere, anziché quale espressione di contropotere (come è nell’anarchismo bombarolo),altro non sembra essere nella mente dell’Autocrate che la forma più coerente di fedeltà ad un’Idea, che nel moderatismo nostalgico viveva invece solo una sua rappresentazione dislocata e retrospettiva. Giulio è giovane, ma ha capito ciò che i vecchi non vogliono o non possono capire: per un fascista del post-Fascismo, nulla può essere meno fascista che il farsi paladini dell’Ordine altrui.
Se la Rivoluzione cui ci si ispira è quella in base a cui “tutto è nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, allora bisogna avere il coraggio di riconoscere non solo che un fascista non deve contribuire a conservare lo Stato democratico-borghese, ma ancor più che lo Stato moderno, entro il quale ci si muove, nato – piaccia o meno – dalla Rivoluzione francese, è uno Stato per l’appunto intrinsecamente terrorista. Avere il senso dello Stato significa saper maneggiare il Terrore.
Gli ultimi paragrafi della storia contemporanea ci dicono quanto questa intuizione sia vera e quanto in fondo la politica internazionale altro non sia che una lotta tra “Stati canaglia”, che vicendevolmente si accusano di alimentare il Terrorismo.
Il Terrorismo nella modernità altro non è che un elemento costitutivo, potremmo dire ad un tempo conservativo ed offensivo, in ogni caso coessenziale della statualità.
Forse che dagli eventi dell’11 settembre fino a quelli della creazione di un sedicente Stato islamico non è all’opera altro che l’azione terroristica degli Stati?
Forse che la continua strage di innocenti nelle guerre fatte per esportare la democrazia altro non dimostra che per ogni Stato “non ci sono innocenti”?
Forse che oggi non appare con assoluta chiarezza che l’idea di seminare il Terrore, per instaurare un cambio di paradigma capace di trasformare la società e lo Stato, era per allora un’idea talmente avanzata e a suo modo profetica da apparire folle e criminale, solo perché in contrasto con l’Ordine esistente?
Due Ordini si sono scontrati, entrambi statuali: chi ha vinto chiama terrorista il perdente. Ciò che è ed in quel tempo è stato all’opera altro non è stato che “uno Stato di Terrore nel Terrore dello Stato”.
Sì, autentico uomo di Stato, l’Autocrate “con-sidera” il terrore per ciò che è: strumento di governo per chiunque pensi in termini di Stato, risposta“autocratica” di chi ha una propria idea di Stato, al
“terrorismo” su cui si fonda lo Stato democratico-borghese. Come dice Max Stirner “lo Stato chiama «legge» la propria violenza, e «crimine» quella dell’individuo.”
Col senno di poi quello che accadde in quegli anni, i cosiddetti anni di piombo, non può essere anzitutto lessicalmente ricondotto genericamente ad un’unica matrice terroristica: Terrorismo in senso proprio (e “alto”, se permesso) è solo quello che poggia su basi statuali, moderne ed istituzionali, nulla ha a che vedere con le varie forme di lotta armata, con lo spontaneismoinsurrezionalista, nulla a che vedere con l’illegalità di massa, perché a suo modo il terrorismo di ispirazione “statuale” è una “rivoluzione destabilizzante” gravida di un Ordine nuovo, ove la disintegrazione del vecchio altro non è semplicemente che la necessaria e catartica pars destruens di un processo rigenerativo.
Non sembri un caso, quindi, che virtus (che porta in sé la radice di vir e di vis) ac terror stiano dentro la narrazione di questo libro e nella mente del suo protagonista, quale apparente coincidentia
oppositrorum, quale anima vera di coerente contraddittorietà e straordinaria “com-prensione” del Fascismo.
Scriveva Mussolini: “È un po’ difficile definire i fascisti. Essi non sono repubblicani, socialisti, democratici, conservatori, nazionalisti. Essi rappresentano una sintesi di tutte le negazioni e di tutte le affermazioni. […] Il Fascismo mentre rinnega tutti i partiti, li completa. Nel Fascismo che non ha statuti, che non ha programmi trascendenti, c’è quel di più di libertà e di autonomia che manca nelle organizzazioni rigidamente inquadrate e tesserate. Ecco perché nei Fasci di Combattimento ci sono uomini che vengono da tutti i partiti ed è possibile malgrado l’eterogeneità delle origini un lavoro comune. Noi siamo fuori dalla cerchia dei vecchi partiti. Oltre le mura delle vecchie città. […] Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici; conservatori e progressisti; reazionari e rivoluzionari; legalitari e illegalitari, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente, in una parola ‘di storia’, nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire. Il Fascismo non è una chiesa; è piuttosto una palestra. Non è un partito; è un movimento; non ha un programma bell’e fatto da realizzarsi nell’anno duemila per la semplice ragione che il Fascismo costruisce giorno per giorno l’edificio della sua volontà e della sua passione”.
L’Ordine fascista è eversivo di quello borghese, perché il Fascismo, mentre rimanda alla Tradizione di Roma, è futurista, avanguardista, a suo modo progressista. Il Fascismo è domani, non è ieri. Per
dirla ancora con Mussolini: “Il Fascismo non conosce idoli, non adora feticci: è già passato e se sarà necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul corpo più o meno decomposto della dea libertà”.
Per contro il Mussolini dei nostalgici e moderati, il Mussolini, che scriverà nelle ora tragica del tramonto “i fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria”, quel Mussolini è un Mussolini che perde se stesso, un Mussolini non fascista, un Mussolini antifascista.
Il Mussolini del “sole a mezzogiorno” avrebbe scritto che i fascisti, che fossero voluti rimanere fedeli ai principi, non avrebbero mai dovuto essere dei cittadini esemplari, né mai rispettare le leggi, né
mai cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite, ma anzi rendere strazianti, per risanarle, le ferite della Patria.
[continua nella Parte II]

6 Commenti a "Riflessioni su ‘Non ci sono innocenti’ (parte I)"

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  2. #giuseppe   7 luglio 2016 at 4:46 pm

    Non è un commento ma solo un avviso. Il link alla parte II del commento di Savino non funziona.

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    • #jeannedarc   7 luglio 2016 at 8:03 pm

      dobbiamo ancora pubblicare la II parte: quando sarà pubblicata il link si attiverà automaticamente! grazie

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  3. #Alessandro Cavallini   7 luglio 2016 at 5:46 pm

    “L’Ordine fascista è eversivo di quello borghese, perché il Fascismo, mentre rimanda alla Tradizione di Roma, è futurista, avanguardista, a suo modo progressista”.
    Esatto. Peccato che il neofascismo del dopoguerra si sia, al contrario, schierato a destra…

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    • #lister   8 luglio 2016 at 4:47 pm

      La Destra, cui Lei fa riferimento, è semplicemente una connotazione dovuta alla sistemazione dei partiti nell’emiciclo del Parlamento, retaggio degli Stati Generali della Rivoluzione Francese.
      Se, nel dopoguerra, alla sinistra si posiziona il Partito Comunista, dove avrebbe dovuto sedere il MSI?

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