Riflessioni su ‘Non ci sono innocenti’ (parte II)

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di Domenico Savino
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Appunti per una “post – FAZIONE” a “Non ci sono innocenti” di Anna K. Valerio e Silvia Valerio, Edizioni di Ar.
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[continua dalla Parte I]
Un Fascismo “panciafichista” è antifascismo.
Qui sta l’inquietudine del protagonista del romanzo: è dannosa la nostalgia del Fascismo, serve invece una palingenesi del Fascismo, occorre ritrovare oltre le forme passate e dentro l’agitazione della Modernità nuove sintesi di una matrice che viene dall’Eternità e di cui i fascismi sono stati casomai solo una manifestazione.
Quindi, mentre la contestazione stava avanzando dai cascami dell’Italia rurale, cattolica e letargica, il Fascismo e a modo suo il Nazismo, che proprio anche e grazie a Dèimos e Phòbos avevano
conquistato il potere e integrato, in un bonapartismo sociale, le masse all’interno dello Stato, chiedevano in altri modi, ancora inesplorati, di ritornare, perché già ieri erano stati più avanti.
Autentico uomo di Stato, l’Autocrate “con-sidera” il Terrore per ciò che è: strumento di governo. Nonostante i 26 anni, pensa e vuole agire da uomo di Stato.
È questo che si percepisce con chiarezza dal libro: la rivoluzione, che l’Autocrate sogna, ha come unica regola il processo rivoluzionario finalizzato alla creazione di un nuovo Ordine e Stato, sicché
non sorprende affatto che la “sim-patia” vada, anziché all’anticomunismo Atlantico, alle varie forme di “comunismo castrense” o ad ogni sommovimento rivoluzionario nazionalpopolare o a qualsiasi
forma di destrutturazione organica dell’ordine borghese.
Il nazimaoismo è la forma più coerente di sansepolcrismo, l’attualizzazione della capacità magnetica che ebbero, per esempio, figure come i fratelli Strasser, per conquistare al Nazismo “consenso a
sinistra”, un “passaggio obbligato” nell’epoca della nazionalizzazione delle masse, per “sintetizzare il Nazional-socialismo nel Nazismo” e potere alla fine instaurare l’ “Ordine nuovo”.
Due cose sopra tutte: un’Idea e una Volontà, per attuarla in qualunque modo. Nel romanzo, contro un Venturelli che cerca inutilmente di spiegare che gli altri, quelli che avevano fatto la Resistenza,
 avevano dietro gli americani e gli inglesi, irrompe il grido dell’Autocrate: “… e noi abbiamo l’Idea: che cos c’è di più alto e potente dell’Idea?”.
Non sorprenderà, a chi voglia scrutare la realtà oltre gli “idola” del tempo, a coloro che sanno leggere “l’inimicizia di elezione e predilezione”, che paradossalmente in questa “forza dell’Idea”, in questa volontaristica impazienza della Rivoluzione, in questa voglia di forzare la mano al Destino, agisca la stessa forza di volontà che, contro le prescrizioni rabbiniche di non “scalare il muro”, aveva messo in marcia il socialismo nazionale sionista alla riconquista di Eretz Israel, senza attendere che fosse Jahwè, come prescriveva invece l’Halakhà, a fare la prima mossa.
E’ stato infatti attraverso il socialismo nazionale (razziale?) sionista, che Israele ha realizzato il sogno e adempiuto la promessa che per secoli gli ebrei si erano scambiati durante la Pasqua: Hashana haba’a b’Yrushalayim, ovvero l’anno prossimo a Gerusalemme… anche se, certo, contemporaneamente un brivido deve avere percorso la schiena di chi per cento generazioni aveva atteso il sogno puro e perfetto, in cui l’Assemblea di Israele tutta intera sarebbe ritornata nella città Santa, radunata come un sol uomo nella sua Terra indivisa per opera dell’Onnipotente, ordinando la sua vita in modo integralmente conforme alla Torah del Signore.
Invece è stato attraverso il socialismo nazionale (razziale?) sionista che Israele ha affrontato il rischio che in luogo della Shkhina, fosse la sitrà ahrà (l’Altra parte) a prendere possesso della Terra Santa e di Gerusalemme.
E nel compiere l’opera, come definire – se non come Terrorismo – le azioni dell’Irgun Tzeva’i Leumi e della banda Stern o quelle dell’Haganà o dell’ Hashahar (“aurora”), composta di mistarvim (letteralmente in ebraico, “diventare arabo”), infiltrati, come il Cesare del romanzo, tra gli arabi? E come definire l’esplosione dell’hotel King David di Gerusalemme, che conteneva gli uffici della Segreteria del governo e il quartier generale britannico, uccidendo 86 impiegati, arabi ebrei e inglesi, e 5 passanti?
Non è forse questa la prova che il Terrorismo è opera a tal punto statuale, da porre le premesse per ricreare 2000 anni dopo uno “Stato che era già stato”?
Che c’entra tutto ciò?
Renato Licandro (ne riparleremo …), che con l’Autocrate ha condiviso la medesima “esistenza” “in situazioni individuali non proprio ordinarie per uno scriba”, si infastidiva nel lontano 1980 di un pre- sentimento: “Quello che gli ultimi residui “gentilizi”, aristocratici, razzisti nella nostra epoca di deracinès siano proprio i Giudei: in quanto sono – e nella proporzione in cui lo siano – generati dalla comunità del ghetto.
È un presentimento da cui insorge attrazione per l’immagine del ghetto, questa “stazione” evocatrice e rigeneratrice delle forze della razza ebraica nel corso della sua avventura, questo simbolo arcaico del “mondo”, che si riflette in un mondo circondato da un altro mondo: l’uno all’altro particolare, l’uno nell’altro diversi – quindi nemici -, ma tanto l’uno quanto l’altro necessari e, per questo, nel trascendimento della loro particolarità, funzione dell’universale – quindi espressioni, forme, manifestazioni dell’Universo.
È il ghetto il luogo necessario ove gli affini convergono per curare la propria identità, custodirla, radicarla e approfondirla. Anch’io, volendo essere – come i rabbini medievali – geloso custode della purezza di quelli della mia razza, esigerei l’impenetrabilità del ghetto. Il ghetto guida e regge: chi esce dal ghetto e si “emancipa” diventa errante, commettere errori contro la propria natura, devia dalla sua funzione. Chi esce dal solco, “delira”.
Onore a loro, quindi, nemici di elezione di predilezione e riconoscenza per loro – anche. Perché a chi se non ai propri nemici si deve portare riconoscenza: se appunto a loro dobbiamo non tanto quello che siamo, quanto quello che davvero non siamo?”
Insomma la forza delle idee – forzare la Fine e scalare il Muro – come Forza più forte da un lato degli dei, dall’altra di Dio stesso: l’anno prossimo a Roma, non meno che a Gerusalemme.
Wo aber ein Wille ist, dort ist auch ein Weg: la storia come volontà di un Idea!
Ma tra Giorgio Federico Guglielmo Hegel, che pensava la storia come “storia delle idee” e Karl Marx che pensava, invece, che le idee fossero il frutto della storia e dei suoi processi sociali, ci sta per entrambi la storia dei fatti e del Fato, degli accidenti, dell’imponderabile, in una parola la storia degli uomini e della loro – per chi sta scrivendo – grottesca “caducità originale”: sì, non ci sono innocenti. Il racconto del libro si interrompe non a caso lungo un’autostrada nei pressi di Bergamo, con il sogno rivoluzionario dell’Autocrate e del suo improvvisato gruppo di fuoco, pronto a seminare il Terrore alla Fiera Campionaria di Milano (“il fondaco, il commercio, la mercatura nella sua essenza”), che sembra infrangersi sulla precarietà del radiatore bucato di un’auto, riempito frettolosamente e un po’ grottescamente, come nella migliore delle tradizioni della commedia all’italiana, con l’acqua di un rivo che scorre di lato alla strada: “Italiani siamo. Sempre. In tutto. Arrangiatori. Improvvisatori – s’incazza l’Autocrate. È così che il sogno della Rivoluzione inciampa improvvisamente nella vita concreta delle persone e delle loro approssimazioni, esattamente come fino ad allora si era esaltato fra gli scaffali di una libreria nuova di zecca, gli scoppi fumiganti nella biblioteca del rettore dell’Università, le tragiche malattie professionali e i morti sul lavoro, la loro difesa fatta da un giovane procuratore legale, tanto abile nel maneggiare Rivoluzione e libri, quanto ad esigere per quegli operai il più alto dei risarcimenti possibili, per concludere spesso o inframmezzare le sue intense giornate a compensare i desideri insoddisfatti di donne consumate in piccole, frustranti vite di provincia.
Ed è qui, che torna il Mito: qui torna a rivelarsi il mistero dell’amore adulterino tra Eros e Afrodite, che – lo sappiano o meno le autrici (ma certo lo vivono) – permea e sorregge il racconto, perché il
frutto di questo amore – narra il Mito – non sono solo Dèimos e Phòbos, terrore e paura, ma anche, appunto Eros e Antieros.
Ebbene nel Mito, si sa, Eros è un pargolo piccolo piccolo, che non ne vuole sapere di crescere. Venere, disperata, viene così a sapere che per crescere egli ha solo bisogno di essere riamato. Antieros, il
fratello, non è affatto l’Anti-amore, ma l’Ante-amore, cioè colui che sta di fronte ad Eros per riamare.
Nel racconto di quell’auto che corre incerta verso Milano, carica di sogni rivoluzionari e tritolo, c’è un finale che non si svela: chi sono i protagonisti, se non “eroi per caso” rispetto ad altri, cui il gioco del destino ha assegnato ruoli in-significanti? “…la gianda del caso, il caso che si raccoglie prende le dimensioni di una ghianda. Il caso che inizia e conclude tutte le storie si era rimpicciolito e riassunto per andare a finire in quella conta veneta”.
E se essi sono tali, se essi sono solo tali, non possono che compiere il loro destino, anche verso o contro altri, che ne potrebbero morire: in questo gioco del caso, in questa “gianda bis-coranda” non cercate colpevoli, perché non ci sono innocenti.
La storia ufficiale, scritta nelle sentenze, ci racconta davvero che non ci sono colpevoli e non ci sono innocenti, la storia non è più nemmeno storia, e la giustizia è solo un’ipotesi giudiziale tra le tante.
In quell’auto che segue anch’essa il proprio destino, lanciata non – come avrebbe cantato Guccini “a bomba contro l’ingiustizia”, ma a “a bomba contro l’insignificanza” sta tutta la forza del libro e del
 suo finale che non finisce.
Quell’auto è “un’auto da fé” postuma, che viaggia in direzione non già della Fiera Campionaria, ma di Piazza Fontana? È un motore che viaggia da solo e trasporta i suoi passeggeri verso destini, di cui “altri statisti terroristi” avrebbero scritto i capitoli successivi, “incastrando” i protagonisti in un doppio gioco estremo? E’ stato un azzardo giovanile di un gioco troppo grande?
La storia non è la storia delle idee e le idee non sono nemmeno della storia.
La storia è la storia degli uomini e tra gli uomini non ci sono innocenti: figli adulterini di amore e violenza, gli uomini vivono di paura e terrore, di amori e ancor più di piccoli amori e cercano solo
di starsene in pace. Come è stato scritto “i corpi appetiscono la quiete”: “…quelli che si facevano tutto il giorno in fabbrica… che tornavano dal lavoro pedalando e passavano il resto della giornata sul divano dai bordi scuciti, ad accendersi sigarette senza filtri, a bere vino dalle bottiglie, che stavano alle finestre in mutande, con le gambe a penzoloni, a respirare lo smog insieme una bambola senza un braccio, o che preparavano da mangiare e ti facevano arrivare l’odore fin lì, oltre le tapparelle, e poi oltre il ciglio, oltre i finestrini, e coprivano anche le parole della radio per chiuderti lo stomaco. Quelli che giocavano nei cortili accerchiati dalle palazzine e scrivevano per terra con i pezzi di muro… Quelli che coltivavano i pomodori nella vasca, che a scuola non capivano la lingua del maestro… Quelli che abitavano in una “comunità autosufficiente, in cui gli uomini possono trovare, in un’armoniosa sede urbanistica, con le migliori condizioni per l’abitazione, per l’assistenza spirituale e sociale, la possibilità di completare la propria personalità” secondo l’Istituto autonomo case popolari. La corte dei miracoli del miracolo economico.”
È inutile negarlo, questa alla fine è la natura degli umani, questo il loro modo di essere, dove non ci sono innocenti e dove tutti, prima che colpevoli e in luogo di essere colpevoli, paiono anzitutto
nocivi. Di più: nocivi a se stessi.
Ed è qui forse che va trovata la chiave di volta del libro e della storia degli uomini ed è qui che il ancora il Mito viene in aiuto: è, non a caso, Armònia la quinta figlia di Ares e Afrodite!
In fondo è lei la vera protagonista della storia reale di questo mondo e di quell’Italia, contro la quale si stava lanciando, per disintegrare il sistema, una auto dal serbatoio bucato, carica di tritolo e
Rivoluzione. L’idea di unire gli “smoderati” di ogni colore, seminando il panico e il terrore, farà sì che contro “Hannibal ad portas’” i piccoli uomini del mondo borghese, quei corpi che appetiscono la
quiete, “la gente che prendeva i privilegi di un’occasione per diritti e se tu non glieli concedevi più, poteva odiarti”, si stringano “armòniosamente” nel patto di unità nazionale.
Alla disintegrazione del sistema, l’Italia del Rischiatutto oppone l’ ”armòniosa” risposta dell’ “unitànazionale”: contro gli opposti estremismi la contestazione si esaurirà nell’Italia dei buoni sentimenti prima e dei ri-sentimenti poi, dell’indignazione e dell’indegna azione, nella Milano da bere, nella stagione dei pentiti, nelle “mani pulite” di una giustizia senza legge, nei partiti di plastica, nelle tette al silicone, nei talkshow in prima serata, nelle sarabande di mille Samarcande, in un Cavaliere nient’affatto eroico, nell’Europa di Maastricht, che continua assai più di allora a “puttanneggiare” con tutte le infezioni, per concludere col ritorno del “Rieccolo” fanfaniano sotto le mentite spoglie e i boccoli dorati di Maria Elena Boschi.
No, non ci sono innocenti.
Perso “nel mondo delle idee” il protagonista del romanzo proverà ancora ad allevare “in un mondo di topi dei giovani lupi per la foresta”. Peccato che questa sia ora sotto tutela del WWF e come allora il materiale umano (perché questo libro ce lo fa ben capire) non sia all’altezza: ma – sappiamo – questa volta egli porterà lo sfregio di questo fallimento su un volto che aveva fatto innamorare donne di ogni età.
Per un “nichilista e miliziano”, per uno che sognava di allevare di nuovo una razza guerriera, questo deve far pensare: il “monaco guerriero” ha perso la sua guerra e ha visto i suoi professi gettare spesso il saio alle ortiche.
Se c’è una cosa che questo libro dimostra, è che per uno che voleva “allevare” una generazione di lupi azzurri, il “risultato” migliore dell’allevamento è stato quello di genere femminile. Il lato maschile ha fallito, ma questa è l’età de Ferro, il Kali-yuga e l’Autocrate questo doveva saperlo, forse lo sapeva e si compiace della sua “unicità”. Paradossalmente non sembrano i “viri” ad essere pronti alla milizia, ma solo qualche foemina, ricomparsa da chissà quale Era lontana, che sembra portare in sé tratti di provocante innocenza e parole che sanno di poesia.
Pare a chi scrive che questo libro altro non sia in fondo che il compimento del Mito: finalmente Eros, eterno fanciullo, può crescere, avendo trovato avanti a sé qualcuno capace di amarlo per ciò che egli è, di reggerne lo sguardo e di portarne la potenza.
Re-nato Licandro, al pari di un altro, più famoso “Re-natus” ha impresso la trasmutazione antropozoologica del proprio nome in una immagine a pigmentazione sindonica, ma qui, esattamente come per il più famoso “Re-nato” e la più famosa Sindone è possibile vederne meglio l’attestazione di “Ri-nascita” attraverso il negativo della fotografia. E quindi non è un caso che così manifestamente ce lo possano svelare, capire, aiutare a com-prendere due donne.
Stupefacente, marziale, venereo questo libro è assai più della storia che racconta: questa storia, scritta al maschile da mani femminili, è in realtà e prima di tutto un grande libro d’amore.

Un commento a "Riflessioni su ‘Non ci sono innocenti’ (parte II)"

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