Il potere e l’ignoranza

tv-cervello

di Danilo Quinto

Scrivere della morte di Ettore Bernabei – lo storico direttore generale della Rai degli anni ’60 – è come aprire un album dei ricordi.

Quello delle grandi produzioni – Gli Atti degli Apostoli di Roberto Rossellini, L’Odissea di Franco Rossi, I Promessi Sposi e Il Mulino del Po di Sandro Bolchi, il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli – o del teatro in diretta dei Vittorio Gassman e dei fratelli De Filippo o delle serie con Ubaldo Lay, Tino Buazzelli e Gino Cervi o degli sceneggiati come La Cittadella di Anton Giulio Majano o di Tribuna Politica o dei grandi quiz di Mike Bongiorno, dell’intrattenimento affidato a  Corrado, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello o allo Studio Uno di Mina, delle gemelle Kessler, di Lelio Luttazzi e di Walter Chiari o delle trasmissioni di approfondimento culturale e giornalistico, condotte da Mario Soldati o di TV7, che fece epoca o dell’inchiesta in sei puntate da Premio Oscar, realizzata da Luigi Comencini, intitolata I bambini e noi o di Non è mai troppo tardi del maestro Alberto Manzi, che insegnava a leggere e a scrivere ad un’Italia all’epoca analfabeta per il 40%.

Una televisione che si avvaleva di straordinari interpreti, che era anche capace di mandare in onda Pier Paolo Pasolini con i suoi Comizi d’amore o che dialogava con Enzo Biagi, mentre sul Corriere della Sera scriveva la sua invettiva contro il mezzo televisivo: Il fascismo non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

Una televisione che aveva sua forte identità e che quindi non poteva temere di dare voce al proprio nemico. Quale grande lezione per l’oggi, dove domina la figura invertebrata e debosciata del buonista che si lava le mani. Del vile che si arrabatta tra le ipocrisie, che gli consentono di sopravvivere. Dell’accondiscendente al quale va bene tutto bene o quasi. Il quasi si riferisce a quei fatti che possono intaccare i suoi interessi personali, il suo orticello da coltivare e da preservare, le sue certezze. Per il resto, il buonista non si sporca mai le mani. Elimina il giudizio sui fatti e sui comportamenti per non compromettersi. Su tutto. Un atteggiamento culturale – e quindi politico – diventato egemone proprio grazie alla potenza del mezzo televisivo, che è stato governato negli ultimi quarant’anni in maniera diametralmente opposta a come fu governata la televisione del boiardo di Stato, come Bernabei fu definito dalle forze che gli si opponevano.

Una televisione, quella degli anni ‘60, che tentava di formare le persone alla conoscenza, al sapere, alla cultura, alla bellezza, al Vero e al Giusto, come disse Bernabei durante la lectio magistralis che tenne qualche anno fa alla Pontificia Università Lateranense. Mentre quella televisione usava il potere a servizio della Verità – che è il tutto – oggi la televisione, che è potere, è al servizio dell’ignoranza, della mediocrità, del pressapochismo.

Il declino italiano è iniziato proprio quando la televisione pubblica ha dismesso il suo ruolo pedagogico. La televisione privata di Berlusconi ha sancito la degenerazione e reso ancora più inutile e dannosa la presenza di un Tv pubblica, che con i suoi stilemi e la sua pubblicità smodata – accompagnata dal pagamento obbligatorio di un canone ora vincolato al pagamento della bolletta elettrica – sancisce lo squallido baratro culturale nel quale siamo immersi.

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