L’ora del lutto e del mea culpa

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse  24-08-2016 - Roma - Italia  Cronaca Trema il centro Italia. Alle 3.30 di questa notte si è registrata una forte scossa di terremoto di magnitudo 6.0 a 4 chilometri dalla superfice e con epicentro ad Accumoli, in provincia di Rieti nel Lazio, a pochi chilometri, equidistante, tra Norcia e AmatriceNella foto: le immagini di Amatrice distrutta Photo Vincenzo Livieri - LaPresse  24-08-2016 - Rome -  Italy News The central Italian town of Amatrice was badly damaged by a 6.2 magnitude earthquake that struck early on Wednesday, with people trapped under the rubble, the town's mayor said.
 

di Cristiano Lugli 

Sono ancora ore di profondo dolore queste, prolungatesi dalla notizia appresa mercoledì scorso in seguito alle violenti scosse di terremoto che hanno colpito il centro Italia, radendo completamente al suolo Amatrice e Accumoli, i due piccoli paesini in provincia di Rieti.

Colpendo di notte non ha lasciato nemmeno il tempo di rendersi conto di quanto stesse accadendo: rapido, fugace, inaspettato, ha spazzato via tutto, e di tutto quello che era poco è rimasto. 

Gli instancabili soccorsi vanno ancora avanti ma purtroppo, nonostante si sia cercato disperatamente di raccogliere il silenzio per sperare in un flebile e stroncato filo di voce che avesse ancora abbastanza forza per farsi sentire da sotto le macerie, il numero delle vittime ha subìto in poco tempo un’impennata pazzesca, sgretolando le speranze di tutte le persone che ancora stavano cercando un proprio caro disperso. 

I paesi sono irriconoscibili, sostanzialmente è come se non fossero mai stati e le immagini che lo dimostrano sono incredibilmente strazianti, fino al punto che viene voglia di non volerle più vedere. Nell’intermezzo emergono le numerose ombre sporche di un uomo che è oramai incapace di trasudare almeno un minimo di onestà. Sciacallaggi, false raccolte fondi, costruzioni che si scoprono essere state fatte con sabbia e poc’altro… a cui segue il blaterale alienante dei politicanti che rintonano il mantra del “faremo giustizia, ricostruiremo con trasparenza ed estrema attenzione”; essi, la massima rappresentazione di chimerologia moderna, che fonda i propri interessi e la propria presunzione di elevatura prettamente umana sul potere e sul denaro.

A ciò si contrappone nuovamente lo strazio. Abbiamo infatti appena assistito ai funerali di stato, ad Ascoli ed Amatrice, imbattendoci negli sguardi spenti e stremati di tante persone che hanno perso tutto ciò che avevano, particolarmente le persone care. “Quæ est vita vestra? Vapor est, ad modicum parens” [1] ci dice la Sacra Scrittura, e questo per ricordarci che la nostra unica e vera etichetta in questa vita  è l’essere pellegrini nel mondo, passanti che fanno coda ad altri passanti, che sono venuti e che avranno da venire, secondo quanto esplicitato dall’Ecclesiaste.

Questa estrema verità è però molto difficile da attuare così, a caldo, davanti ad un panorama desolante come quello che scorre nelle nostre terre, in quelle terre di Medioevo e di Santi, di asceti e chiostri,  in cui nessuno mezz’ora prima si sarebbe aspettato un tale cataclisma.

Scorrendo le varie immagini – in televisione o sul web –  si saranno certamente incontrate quelle riprese all’interno della Basilica di San Benedetto, a Norcia, cittadina su cui si è riversata una parte dell’epicentro nella seconda scossa con magnitudo 5.4, che ha appunto avuto luogo tra Norcia e Castelsantangelo sul nera. Guardando queste immagini e ritrovandomi ad essere un frequentatore di Norcia, mi si è spezzato il cuore: quell’altare del Santo Patrono di Norcia, dove ogni mattina un padre benedettino alle 06:30 offre il Sacrificio di Cristo silenziosamente, nel raccoglimento più paradisiaco, appare distrutto, ricoperto di calcinacci ed intonaco, con i candelabri incrinati dai pezzi di muro caduto. La Basilica – probabilmente inagibile per un anno intero – vista da un’angolatura che ne evidenzia la profondità, appare ricoperta di macerie che seppur non siano fonte di enorme danno suscitano sentimenti di desolazione, di tristezza, soprattutto per chi conosce quei posti e magari per chi, come il sottoscritto, fra quelle mura ha scoperto la Santa Messa, riconoscendo finalmente il Volto di Cristo, Sacrificato e pronto ad immolarsi ogni giorno sugli altari.

Eppure un fine e pacato sorriso riesce a spezzare l’agonia che si estende dal centro Italia verso l’intera Penisola, ed è quello che ci porta a riflettere sull’assenza di feriti e di morti nella Vetusta Nursia, nonostante la potenza delle scosse: chissà, forse quell’assiduo canto monastico che si eleva ogni giorno alle 04:00 del mattino e prosegue ininterrottamente per tutto il giorno, questa volta avrà avuto il suo effetto. La preghiera è la chiave di volta della speranza e della salvezza, è la via fra terra e Cielo a cui si riallacciano tutti quelli che pregano, intensificando la propiziazione, e quindi l’apporto salvifico. La città natale del Patrono d’Europa e della sorella Santa Scolastica portano fra le proprie mura uno stile di vita ascetico, sempre proteso all’ “ora et labora” benedettino, perciò nulla ci vieta di pensare quanto or ora detto.

Questo sottile fascio di luce in mezzo alle macerie non può però placare il senso di afflizione che sgorga fra il sangue di tante vittime, e gli strazi di tanti cuori shoccati per la perdita – rapida e divoratrice – di tutto ciò che avevano.

È a questo punto allora che il cristiano deve, con ogni forza, fare i conti con la realtà che si menzionava all’inizio, ovvero la caducità della vita, l’avulso passare di essa come qualcosa che non è di nostra proprietà, ma solo ed esclusivamente diretta dal piano di un ordine divino.

Stolto – vien detto ne “L’imitazione di Cristo” – perché t’immagini di vivere lungamente mentre non hai sicuro nemmeno un giorno? Quanti rimasero ingannati e furono strappati dal corpo senza aspettarselo! (…) Chi è morto di fuoco, chi di ferro, chi d’epidemia, chi d’assassinio. Sicché, fine di tutti è la morte, e la vita degli uomini passa fugace come un’ombra.” [2]

In queste brevi ammonizioni troviamo tutta l’essenza della vita come passaggio, come porta che conduce all’Eternità, un’eterna dannazione od un’eterna gioia contemplando il Volto dell’Onnipotente.

Il fratello del Servo di Dio Tommaso de Kempis si lodava di aver costruito una bella casa, ma un amico intimo gli disse che in essa vi era un gran difetto:

Quale?” – egli domandò. 

“Il difetto è che gli avete fatta la porta” – rispose l’amico.

Come può essere difetto la porta?” – questi controbatté.

Sì, – rispose nuovamente l’amico – perché un giorno per questa porta dovrete uscirne morto, e così lasciar la casa e tutto.”

Così finiscono le grandezze di questo mondo, in un attimo, in un baleno di cui nessuno conosce l’effettivo e truce epilogo:  “Ideo et vos estóte paráti, quia, qua nescítis hora, Fílius hóminis ventúrus est.” [2]

La mattina fa’ conto di non arrivare alla sera . Scesa la sera, non osare di prometterti la mattina“, rincalza l’autore de L’imitazione, questo per rimanere sempre con un impenetrabile distacco dai beni del mondo, pensando ad accumularne in Cielo piuttosto che in terra.

Non deve essere un distacco di tipo meramente “stoico”, ma cristiano, e quindi partendo da questo stato di equilibrata impassibilità addentrarci nella sacralità, nella trascendenza di cui il Crocefisso è simbolo, trasfigurando la nostra sola ed umana natura nella glorificazione dell’anima e del corpo.

Un’altra riflessione è debita davanti a questo paesaggio sanguigno, in cui qualcuno si domanda erroneamente dove sia Dio, colpevolizzandolo perlopiù di tutto. Lo bestemmia, lo disprezza, conferma i propositi che hanno attirato la Sua ira, l’Ira di quel Dio che tanto dovrebbe essere Misericordioso evitando quindi la morte di numerosi bambini innocenti. Ebbene, non possiamo dimenticare che non esiste Misericordia senza Giustizia, e che persino le anime dannate narrano la Misericordia di Dio, al quale nulla sfugge e niente passa inosservato.

Davanti ad un flagello come quello avvenuto pochi giorni fa’ è l’uomo a doversi continuamente interrogare, attraverso una retta introspezione potrà trovare le risposte a quanto accade, forse domandandosi se di punizione divina di tratta o di autopunizione dell’uomo stesso.

Potremmo pensare che ambedue centrino; sol considerando la visione prettamente panteistica che si ha del creato si denota una disordinata affezione alla natura, idealizzata come qualcosa che si stacca dal Sommo Artefice di essa. 

Le due fazioni, se pur apparentemente distanti, tendono alla medesima perversa concezione: da una parte si ha l’uomo che usurpa dei beni naturali per arricchirsi materialmente – risucchiando nel profondo della terra scardina gli assestamenti stuprando violentemente qualcosa che non gli sarebbe lecito usare – , dall’altra abbiamo un tipo di uomo che difende il creato ( Laudato Sii ) per scopi nulli, sentimentali, dannunziani, esulando dalla vera e retta visione che l’uomo antico aveva della triade: Deus, Natura, Homo. Il Creatore, il creato, la creatura, coagulati in una perfetta successione filiare. 

Rispetto ai castighi divini bisognerebbe essere di nuovo in grado di guardare ai segni dei tempi, ponendosi una mano sul petto e ricordandosi delle numerose offese, esecrazioni, che ogni giorno vengono scagliate contro il Sommo Creatore. Queste portano anche l’aggravante di tanti e numerosi silenzi di cui noi ci facciamo interpreti, non riparando e non impegnandoci ad evitare che accadano. Il cumulo di peccati ha raggiunto probabilmente un peso senza precedenti storici.

Non ci si paralizzi allora, non si receda e non si utilizzi nemmeno la giustificazione del tradimento appellandosi all'”incapacità” o alla falsa umiltà del “non essere all’altezza” – utile tuttalpiù a guadagnarsi un biglietto di sola andata per l’Inferno –  ma ci si rimbocchi le maniche per essere parte integrante di una salda schiera di uomini che hanno ancora speranza, speranza di guadagnarsi il Regno dei Cieli, tenendo ben presente che la vita è un soffio e che l’alito di un solo angelo potrebbe distruggere un globo intero. Siamo nulla dinanzi a Dio, vana è la scienza, vano è il progresso, anzi: questa scienza degli uomini si rivela in tutta la sua natura intrinsecamente oltraggiante, corruttrice. Prevarica snaturando la natura, profanando il cielo, la terra, l’etere e l’aria. Illuridisce tutto, sostituendo all’ampiezza del creato la limitatezza ottenebrante delle macchine, del grigio, della tetra industria che prosciuga le risorse terrene per soddisfare gli amplessi di conquista umana e accumulare beni inconsistenti.  

Vani sono anche i beni, falsi, illusori e ciò che è peggio; in questo peregrinare pel mondo conta solo ciò che si fa per Dio. Tutto passa, tutto muta – diceva Santa Teresa d’Avila – solo Dio resta.

Il simbolo di cui questo terremoto si fa rappresentante è quello dell’ora presente: come non pensare alle macerie sotto cui, giorno dopo giorno, ora dopo ora, l’attuale umanità versa sempre più. Sono i detriti dell’umana superbia, destinata pressoché a crollare sotto la propria illusione di poter valere qualcosa, di poter conquistare regni destinati a svanire come polvere.

Gli agenti vulneranti che scalfiscono l’essere umano si ritorcono contro come terremoti impetuosi che lasciano intravedere uno scenario saturo di rovine. Sta all’uomo scegliere come, quando, e se rimanere in piedi in mezzo ad esse. Non per un mero senso politico di evoliana memoria, ma per gettare lontana la maschera comico-tragica del mondo, parvenza che non dà spazio ad una visione più profonda, più lontana, che si trova aldilà della sponda: là, verso la Terra dei Vivi, ove la morte cessa di esistere per la Vittoria su di essa del Risorto, che come un Supremo Maestro ha lasciato i solchi e le tracce per ricalcare la medesima Via.

Decidi o uomo ciò che vuoi essere, sii consapevole che la morte è lì, è un attimo terribile che non lascia spazio ad interpretazioni. Vale come una sponda che crolla insieme ad ogni convinzione terrena, che sia artistica o scientifica, saggiamente umana o filosofica. Tutto quello che apparentemente esiste muore con te, homo, e sta solo a te decidere se morire per sempre, oppure scegliere di morire prima di morire. “Ubi est, mors, stimulus tuus?” Morire al mondo, guardando la Croce, salendola, immolandola per morire con Dio e rivivere con Lui, accedendo all’Altissimo, nella stabile dimora in cui si comprenderà che il mondo non è altro che il piedistallo di Dio, l’ illusione necessaria per giungere eternamente in Lui.

Piangiamo lacrime sui morti dunque, ma ricordiamoci che chi da qui è partito è un’anima immortale, destinata ad un’eternità decisa e giudicata da Dio, vi è dunque di che pregare. 

Speriamo di non dover assistere nuovamente a post-scena ridicoli in salsa “I love Emilia” con il concertone di turno. 

Possano invece queste tragedie sensibilizzare l’uomo, ravvederlo rendendolo cosciente che omnes feriunt, ultima necat, predisponendolo infine a creare quella contrizione, quello “spezzarsi del cuore” ( contritio-cordis ) imprescindibile per una vera e propria conversione che porti ad estinguere la bruma che attanaglia la nostre torbide anime, prendendo vera e definitiva coscienza del nulla che siamo, della fugacità del tempo e dell’unico e solo Fine ultimo per cui siamo stati chiamati a vivere su questa terra.

Dum veneris judicáre sæculum per ignem * Requiém ætérnam dona eis, Dómine. Et lux perpétua lucéat eis, requiéscant in pace.

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[1] Gc. 4,14

[2] Libro I, Cap. 23

[3] Mt. 24,44