Siamo ‘assediati dalla Grazia’: riflessioni sul terremoto

terremoto

di Alessandro Pini

“Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per
rendersi felici” (Pensieri, 168).

Così recita la massima pascaliana, ed è proprio così che l’uomo d’oggi intende eludere la realtà della morte, seppur essa sia oggettiva e valevole per tutti gli uomini: del passato, del presente e del futuro.
Gli eventi della scorsa notte mostrano l’inconsistenza di tal espediente, squarciano l’apparente serenità che caratterizza questi nostri tempi: colpiscono tutti, taluni direttamente altri indirettamente. Per i primi è poco
utile parlare, altresì è nostro preciso dovere soccorrerli con la preghiera e l’aiuto materiale (carità).
I secondi, quelli di cui vorrei parlare, si dividono in due compagini: coloro i quali restano sconvolti e perlopiù smarriti dinanzi a simili avvenimenti e gli altri, ovvero quanti ricordano la caducità della vita dell’uomo sulla Terra. Da una parte, quindi, sconforto con picchi di rabbia e disperazione, e dall’altra consapevolezza e riflessione realista, seppur velata da una normale quanto umana tristezza.
Restare profondamente smarriti di fronte a simili eventi sarebbe abbastanza anomalo in tempi normali – tali fenomeni naturali sono sempre esistiti e sempre esisteranno -, tuttavia non viviamo in un’epoca di questo tipo, bensì nell’era del Benessere forzato, dove si vive senza una meta e le emozioni ci conducono là dove esse vogliono. In un simile clima è naturale stupirsi dinanzi alla forza della natura, è consequenziale soccombere davanti ad accadimenti imprevedibili e dolorosi come il forte terremoto della scorsa notte; l’uomo contemporaneo è abituato a gestire tutto con un click, ma non sa spiegarsi perché è al mondo, a tal punto che siffatta domanda è scomparsa dal proprio orizzonte.
Questo è il punto dolente. L’uomo postmoderno, avendo deposto l’uso della ragione a favore del proprio istinto, non ha più alcuna risorsa per reagire (positivamente) in queste circostanze, donde appare disperso nel nulla; quel nulla al quale si sente destinato ma che al contempo rifiuta, cercando quaggiù, sulla Terra, piena soddisfazione (che mai rinviene) ed una patria imperitura, che non è tale, come i recenti fatti testimoniano.
Tuttavia – grazie al Cielo – tale smarrimento non è frutto di un ragionamento logico ma di una falsa logica di vita, di un’erronea (contro)filosofia che ha condotto l’uomo a livelli bestiali oltre i quali vi è solo la follia. “Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene, per vie che conosceremo pienamente nella vita eterna”, afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 324)
Il testo appena citato conferma ed espone la millenaria dottrina cristiana circa il Male e l’onnipotenza divina: Dio può trarre un bene anche dal male – essendo quest’ultimo una mancanza, una privazione – e niente sfugge al governo della Provvidenza divina. Questo è il segreto dell’ottimismo cristiano, alimentato dalla consapevolezza di avere un Padre che ha donato suo Figlio per la nostra Salvezza, il quale si prende cura di noi come se fossimo le uniche creature presenti nel vasto Universo.
Dunque, la Fede c’insegna che gli eventi che hanno scosso l’intero Centro Italia – infinitamente crudeli secondo logiche puramente umane – estrinsecamente veicolano schegge di luce (l’agostiniano ex malo bonum).
Giova a tal proposito affermare che la nostra Fede non è un cieco fideismo, ma un saldo abbraccio che lega l’uomo (ragione) a Dio (Rivelazione), il quale ha dato prova della propria presenza nelle vicende della Storia con interventi diretti ed indiretti. L’uomo cristiano riconosce – anche attraverso gli eventi drammatici – il proprio essere creaturale, quindi rigetta con forza l’idea secondo la quale è soltanto un naufrago in balia degli eventi o del pagano fato: il
Buon Pastore, infatti, ha dato la vita per salvare le proprie pecore, pertanto Egli veglia continuamente sul proprio gregge, al quale ha promesso la vita eterna (fine ultimo d’ogni uomo) e non la vita da nababbi spensierati.
“Io sono infatti persuaso che né morte né vita… né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di
Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,22-39). La morte non è l’orrido abisso leopardiano: ogni cristiano è tenuto a considerarlo e testimoniarlo, soprattutto in questi momenti. Nondimeno, conviene ricordare che non esiste uomo definitivamente perso, ogni essere umano è “assediato” dalla Grazia, ed è soltanto lui che sceglie di sfuggirLe: il mondo è un luogo troppo pericoloso per un ateo (C. S. Lewis).
L’uomo moderno deve “soltanto” ammettere l’evidenza delle falsità finora ingurgitate, ed eventi nefasti come quelli recenti sono di molto aiuto in tal senso; altresì confermano la famosa, quanto incompresa, sentenza agostiniana poc’anzi menzionata.
Infatti, una sana riflessione dovrebbe condurre l’uomo a comprendere l’impotenza umana davanti a simili forme di male, quindi la necessità di un Qualcuno che le “sconfigga”, giacché tutto intorno a noi è opera di quel Qualcuno, il quale ivi ha seminato le tracce necessarie per riconoscerLo ed amarLo come conviene. Dio non abbandona l’uomo, invero è l’uomo che ha abbandonato Dio, e se ne ricorda soltanto in questi frangenti, quando il dolore è grande e la superbia suggerisce accuse di malvagità. Processo ingiusto ma “logico” dacché la sofferenza è incomprensibile al di fuori del Cristianesimo, unica Religione in grado di dare senso a quest’aspetto della vita dell’uomo: infatti, il nostro Dio – il vero ed unico Dio – non ha soltanto predicato e fatto miracoli, ha dato l’Esempio, subendo ogni tipo d’oltraggio, finanche la morte in croce per la nostra Salvezza. Capolavoro concluso con la propria Resurrezione, la quale ha donato a tutti la Speranza
che dopo la Croce vi è la Gioia (vita eterna).
Questa è la Missione del cristianesimo, e questi eventi ce lo ricordano: Dio ha fondato la Chiesa (Cattolica Apostolica Romana) per proseguire la sua Opera ed illuminare il mondo altrimenti ridotto ad un ammasso di individui senza alcuna speranza. Diffondere la Speranza attraverso la Verità, questo è il Cattolicesimo. Quando poi l’uomo si affida a Dio essa divampa e la Gioia è prossima.
Questo è il nostro destino, è necessario però arrendersi alla Grazia, la quale “non distrugge la natura, ma la presuppone e la perfeziona”, orientandola al proprio vero bonum che è Dio – Sommo Bene – il quale si serve di ogni mezzo per procurarci quella felicità che qui, nella terra d’esilio, invano inseguiamo.

“Dio sa mescolare il dolce con l’amaro e converte in premio eterno le pene transitorie della vita.”
(San Pio da Pietrelcina)

2 Commenti a "Siamo ‘assediati dalla Grazia’: riflessioni sul terremoto"

  1. #Ruggero Romani   26 agosto 2016 at 8:48 am

    e quante volte
    favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
    granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
    per tua cagion, dell’universe cose
    scender gli autori, e conversar sovente
    co’ tuoi piacevolmente; e che, i derisi
    sogni rinnovellando, ai saggi insulta
    fin la presente etá, che in conoscenza
    ed in civil costume
    sembra tutte avanzar; qual moto allora,
    mortal prole infelice, o qual pensiero
    verso te finalmente il cor m’assale?
    Non so se il riso o la pietá prevale.

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  2. #bbruno   26 agosto 2016 at 11:45 am

    Ma attenti a non considerare Dio il Consolatore che interviene a soccorrerci quando le “orride” forze della natura si dispiegano in ragione delle proprie leggi. Dio non è il fornitore di una assistenza psicologica. E la natura non è una realtà indipendente da Dio. La morte e la sofferenza sono figlie di una ribellione. La condizione dell’ Eden ci è stata preclusa. “Dove è o morte il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato”. E’ il peccato che l’ha resa così insopportabile, come insopportabile sono le sofferenze che l’accompagnano!
    Ma Dio vuole liberarci da questa morte figlia della ribellione, cioè del peccato: ma vuole che passando attraverso la morte e la sofferenza di Cristo, quindi per la conversione e la fede in Lui, noi trionfiamo della morte, dopo averne strappato via il pungiglione avvelenato, e avere la vita, in Dio.(1Cor 15,55)!

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