Volgiamo lo sguardo all’Assunta, ove s’ascondono i Beni Celesti

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di Cristiano Lugli

Abbiamo da poco festeggiato una delle più belle Solennità dell’anno liturgico, la quale festa ci riporta in qualche modo a contemplare tutto il mistero della vita cristiana per mezzo di Colei che si è resa indispensabile per la Redenzione del genere umano.

L’Assunzione in Cielo della Vergine Maria, assunta in corpo ed anima e coronata di dodici stelle come regina dell’intero cosmo, ci induce obbligatoriamente a fare i conti con quella che deve essere la nostra dimora, ovvero non la terra, ma il Cielo ove Lei ci precede in tutta la Sua pienezza.

Omnipotens sempitérne Deus – dice l’Orazione nel giorno dell’Assunzione di Maria – qui immaculátam Virginem Mariam, Filii tui Genetricem, córpore et ánima ad cæléstem gloriam assumpsisti: concéde, quæaumus, ut, ad supérna semper inténti, ipsius glóriæ mereámur esse consórtes.” 

Se facessimo più attenzione ai richiami che la Madre Chiesa ci offre attraverso le orazioni della Santa Messa, potremmo certamente ricavare prodigiosi vantaggi come in questo caso, in cui l’accenno proposto ci invita a vivere “sempre attenti ai beni celesti”. Ma dunque cosa sono questi beni celesti, e come si può vivere sempre protesi verso essi?

San Paolo nella Lettera ai Colossesi ci esorta a “guardare in alto”: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose che sono in alto, dove Cristo siede alla destra del Padre, e gustate le cose che sono in alto, e non trovate gusto nelle cose che sono sulla terra” [1] . 

Come nel caso dell’Oremus mariano, così come in tutta la concezione trascendentale della vita cristiana, il monito Paolino ci suggerisce di elevare gli occhi al Cielo, per guardare ciò che è predisposto per l’eternità, invece della caducità dei beni terreni, destinati a finire una volta che il peregrinare nel mondo cessare di essere.

Un filosofo del ‘900 ebbe a dire che l’uomo non a caso fu posto su due gambe, in piedi, retto, già con un corpo slanciato verso l’Alto, ma questo gli venne concesso per poter facilmente elevare gli occhi al Cielo, ricordandosi la sua provenienza e la dimora in cui sarebbe dovuto ritornare. 

Orbene, resuscitare con Cristo implica tutta una serie di condizioni che solo una vita di piena santità può raggiungere. Molto spesso siamo portati a praticare una sola virtù nella nostra vita – magari quella che si riesce meglio, in quanto donata gratuitamente da Dio – tralasciando tutte le altre e adducendo la possibilità che si possa praticarne una piuttosto che un’altra, contrastando la tesi classica ripresa anche da San Tommaso per cui tutte le virtù sono necessariamente legate insieme, nel modo più indissolubile. 

Ecco allora perché l’unica maniera per resuscitare con Cristo è quella di praticare tutte le virtù, proprio sull’esempio dei numerosi santi, per predisporre tutto ciò che ci appartiene a risorgere con Cristo. Vero è che non v’è Resurrezione se prima non si passa attraverso la Morte, non propriamente corporale, ma quella di cui sempre San Paolo parla in modo magistrale: 

Mórtui enim estis, et vita vestra est abscóndita cum Christo in Deo” [2] , a cui consegue l’intrepida dichiarazione di una Morte mistica, che lascia spazio a Dio solo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me“.

Non si può risorgere se prima non si è morti al mondo. Questo è il grande aspetto dimenticato dalla mentalità moderna, consumatosi persino negli ambienti cattolici dimentichi dell’aspetto mortificatorio richiesto alla sequela di Cristo. È la stessa Morte che deve oltrepassare Gandalf il Grigio nell’affrontare il Balrog, scendendo dal gradino più basso fino ad ergersi sulla punta più alta, passando per il fuoco fino a giungere finalmente alla vittoria, risorgendo nella bianca e splendente Luce che lo tramuterà in Gandalf il Bianco.

Basterebbe poi pensare al Rito della professione solenne di un monaco, in  cui egli viene coperto con un telo nero per simboleggiare la poc’anzi citata Morte mistica di cui parla l’Apostolo delle genti. “Mortus sum et vita mea abscóndita est in Christo“, così arieggia la sequenza cantata dal coro monastico nel momento in cui il monaco professo, prostratosi a terra, viene ricoperto dal coltre funebre.

Non per niente dopo i Vangeli in cui Nostro Signore ci indica la via stretta per entrare nel Regno dei Cieli, e dopo le Lettere paoline in cui ci è dato l’esempio delle virtù e del distacco dai beni del mondo, la mistica medievale ci ha donato l’intramontabile capolavoro de “De imitatione Christi”, di cui ancora oggi non si conosce precisamente l’autore sebbene numerose dispute fra studiosi abbiano attribuito l’opera al monaco tedesco Tommaso da Kempis o al benedettino italiano Joannes Jersen, o ancora al teologo francese Jean Jerson. Questo nel Medioevo non contava, lo si deduce dalla numerose e splendide opere d’arte sacra, la maggior parte senza una vera e propria firma. Lo stesso testo in questione fornisce una chiara connessione a quanto stiamo sostenendo, laddove l’autore lascia la sua firma dicendo “Ama di non esser conosciuto e di essere stimato un nulla”. 

Le considerazioni a cui porta L’imitazione di Cristo sono l’assioma per eccellenza di un’anima che vuole predisporsi verso un cammino di santità, che porterà –  tornando all’Orazione del 15 agosto – a guardare sempre “ai beni celesti”: mortificando il corpo, i sensi, la passionalità che alberga “viralmente” nelle nostre membra non ancora purificate e mondate con il sudore dell’obbedienza, con la sottomissione alla Volontà di Dio, defenestrando la pretesa di ricevere grazie che diano contentezza materiale.

“È vanità cercare le ricchezze destinate a scomparire e riporre in esse la nostra speranza. È vanità ambire gli onori e farsi grandi. È vanità seguire le bramosie della carne e desiderare quello che poi ci meriterà castigo. Vanità è desiderare lunga vita, e curarsi poco di vivere bene. Vanità è badare solo alla vita presente e non pensare a quello che ha da venire. È vanità l’amare ciò che passa in un baleno, e non affrontarsi di giungere là dove ci attende un gioia senza fine.” [3] 

Parafrasando quasi letteralmente il Saggio Qoelet, il monaco medievale pone l’attenzione sulla vanità delle cose terrene, contrapposte e nemiche di chi ambisce a guadagnarsi la vita eterna, chiamata alla quale tutti siamo soggetti e per cui dobbiamo costantemente lottare. I piaceri, le passioni, sono qualcosa che passano in fretta lasciando un profondo senso di vuoto e corrodendo a poco a poco la vita spirituale di un uomo troppo intento a guardare i beni terreni, agognando una vita lunga per poterne godere di più, invece che rallegrarsi per una vita breve ma nella costante osservanza della Legge divina.

Se pur l’uomo abbia un desiderio innato di sapere, come fa notare anche Aristotele nella “Metafisica”, esso deve essere sottomesso al santo timore di Dio.

“Sic transit gloria mundi“, ci fa notare l’autore del 5º vangelo ( come piacque chiamare l’Imitazione di Cristo a Mons. Bousset ) considerando veramente prudente solo “chi ogni cosa terrena reputa sterco per guadagnare Cristo”.

Trattasi della dottrina del distacco, presente ed esemplare in ogni santo che ha ricalcato le orme di Cristo. La medesima condizione raggiunta dalla Maddalena la quale giunse per prima a piangere sulla tomba, e a cui nulla servì inizialmente vedere due Angeli che tentavano di consolarla: Ella non possedeva nulla nel suo cuore. Nessun attaccamento, nessuna ragione per vivere quaggiù. In Lei abitava solo ed unicamente Cristo, e aveva per contro perso tutto.

Non gli bastò vedere la dualità di due Angeli, anzi, era quasi un tormento poiché cercava l’Uno, il Suo Salvatore, il Cristo per cui instancabilmente il suo cuore ormai mondato batteva. Per l’anima che cerca assiduamente Dio tutte le creature, le cose, appaiono come il niente.

Queste premesse di vita spirituale sono fondamentali tanto da praticarne la meditazione con profonda assiduità, instancabilmente: 

Se ogni anno estirpassimo un solo vizio, ben presto ci faremmo santi” – riecheggia sempre ne “L’imitazione” e probabilmente il segreto per non stancarsi mai di lavorare su noi stessi è il puntare più in alto possibile: questo potrebbe sembrare una presuntuosa e superba provocazione, ma se si intende bene cosa voglia dire “puntare in alto”, ovvero guardare alla santità, ci si renderà presto conto che il confronto con Dio ci rende minimi, prudenti nelle confutazioni con tutti e simili al pubblicano in fondo al Tempio, che rievoca in un qualche modo quella che dovrebbe essere la nostra nullità davanti al Sommo Creatore -il confronto essendo con Lui solo e non con gli altri uomini come errando fece il fariseo.

Il Re Davide ci dice “Quaérite Dóminum et confirmámini, quaérite faciem Ejus semper” [4], di modo che la ricerca del Volto di Dio sia una costante per non immobilizzarci fra le cose del mondo, distaccandoci dai beni della terra come piacque a Nostro Signore al momento della Sua nascita.

Se la nostra fatica terrena partirà guardando sempre ciò che sta in Alto potremo star certi che ogni cosa sarà ordinata secondo l’ordine divinamente stabilito; per tanto, insegna il Dottore Angelico, ciò che è in alto assegna sempre il suo ordine e il suo posto a ciò che è in basso, e questo perché, come rivela san Giacomo Apostolo “Ogni dono perfetto viene dall’alto“. [5] 

In questi termini possiamo riaffacciarci a contemplare la magnificenza della figura Immacolata di Maria Santissima, assunta nella Gloria del Cielo dopo essere stata donata dal Cielo, come dono perfetto che nessun occhio umano, prima di allora, ha potuto ammirare.

La nobiltà e la purezza della Madonna fanno sì che la Sua Assunzione avvenga nel cielo, e forse non è un caso questo! Sant’Agostino nelle sue Confessioni afferma che il Cielo è così nobile nella sua natura che non può abbassarsi ad essere causa del tempo [6], ecco dunque il parallelismo pel quale Maria – che è creatura nobile per volontà di Dio e Sua medesima volontaria adesione al progetto di Redenzione – trascende il Cielo e si colloca al di sopra del tempo, dello spazio, non solo con l’anima ma anche con l’intero corpo. 

Per mezzo della gloria dello Spirito il corpo della Vergine viene accolto nei padiglioni celesti, incarnando il modello perfetto per la nostra umanità una volta abbandonate e mortificate le vicende e le lusinghe della vita terrena, spesso alimentate dalla tracotanza che ci lega alla materia più che allo spirito.

Per riassumere dunque ciò che è stato detto fin qui, è bene ritornare sulla meditazione a cui l’Assunzione della B.V.M. ci conduce, ovvero una chiamata ad elevare ogni istante della nostra vita, sia dell’anima ma non di meno del corpo, dei sensi, a quella progressione spirituale che ci accompagna a conoscere l’altezza della vita celeste che ci attende.

Ti supplichiamo [ Madre di Dio e degli uomini ] di purificare i nostri sensi, affinché apprendiamo, fin da quaggiù, a gustare Dio, Dio solo, nell’incanto delle creature”. Così recita la sculturea preghiera di Pio XII per Maria Assunta, per rammentare al corpo cattolico l’audace mezzo per raggiungere il perfetto ascetismo spirituale tramite Maria: il distacco dalla terra mortificandosi, per lanciarsi, una volta morti al mondo, verso Dio, unendosi a Lui per vivere in Lui.

Il più grande ostacolo per la nostra crescita spirituale però, si sa, è il peccato. Scalfiti dalla macula originalis, di cui Maria ne è priva, noi entriamo nella vita cristiana per combattere fino alla fine dei nostri giorni terreni il peccato e le tentazioni che conducono ad esso. Seppur questa estrema lotta sia motivo e fonte di persistente preoccupazione, essa non può calcificarci in una condizione di eterno stallo. Come ci dice ancora saggiamente l’Orazione secreta nella Santa Messa dell’Assunta, l’avanzamento nel cammino di santità deve essere acceso dal fuoco della carità, che per logica conseguenza comporta l’incessante aspirazione a Dio: “Corda nostra caritátis igne succénsa, ad te iúgiter adspirent“. Così spiega anche sant’Agostino esternando l’inquietudine di un cuore che ancora non riposa in Dio.

La battaglia contro il peccato non si deve limitare ad una mera respinta, ma essa deve anche garantire la possibilità di elevarsi man mano che la caduta viene evitata.

Solo così potrà mostrarsi nelle sue vere sembianze il valore ultraterreno di nostra vita, identificatosi con la perentoria propensione verso il Divin Creatore.

La vera prova della nostra volontà di resuscitare con Cristo, seguendo il modello della Vergine Santissima, s’impernia su tre segni tanto semplici quanto profondamente veritieri: il primo è se noi davvero cerchiamo “le cose di lassù”; il secondo è se gustiamo veramente ciò che trascende la terra e si situa fra i tesori del Cielo; il terzo è se non troviamo gusto nelle cose della terra, attuando un sincero diniego di esse pur facendone un uso consono a motivo di ringraziamento  pei doni ricevuti dal Buon Dio. 

Trattando in questo modo le vicende che accompagnano la nostra vita, in attesa della sentenza di un Tribunale Divino – Giusto, Misericordioso ed Infallibile – alziamo gli occhi verso quel Corpo Glorioso che brilla e splende fra le moltitudini dei cori angelici. Esso, vero e santo modello di ogni creatura, il riscatto di Eva in Ave, La ricolma di Grazia.

Questo scritto – sia chiaro – non vuole essere nulla di eccelso, nulla di inopinabile…tutt’altro!

Le aspirazioni che hanno condotto le soprascritte parole provengono dall’inquieta anima di un povero peccatore, praticamente incolto, che da figlio smarrito nelle sue debolezze guarda esterrefatto all’esempio della Madre Assunta nel Cielo: la guarda con garbo, vergogna, ma pur speranzoso che Ella è una Madre Celeste che mai abbandona la sincera miseria dei figli – “non esse auditum a saeculo quemquam ad tua currentem praesidia, tua implorantem auxilia, tua petentem suffragia esse derelictum” [7]  – e su queste ferme speranze non rimane che pensare al momento in cui il Vaso Spirituale pronunciò all’Angelo il Suo umile e nel medesimo tempo gigantesco “Fiat“, con il tempo che smise di battere e il Creato che, pietrificato, attonito, si fermò ad attendere la risposta di Colei che dal Suo seno generò il Salvatore del mondo. 

Possa un giorno, il profondo della nostra anima, pronunciare distaccatamente un puro “fiat mihi secundum verbum tuum”.

“O Signore, ora che la carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne, la lotta è mortale: non faccio quello che vorrei, perché vorrei non avere concupiscenze, ma è una cosa impossibile. Volere o no, le tengo; volere o no, lusingano, stimolano, importunano, vogliono sempre alzare la testa; si possono comprimere, ma non soffocare. (…) I Vostri precetti, o Signore Dio mio, sono le mie armi. Per mezzo del Vostro Spirito mi avete dato la possibilità di tenere a freno le mie membra; tutta la mia speranza riposa dunque in Voi. Datemi di poter fare ciò che comandate e poi comandatemi ciò che volete. Non voglio, o Signore, essere amico di questo mondo, perché se sarò amico di questo mondo sarò nemico Vostro. Delle cose create mi voglio far scala per ascendere a Voi, poiché se amerò queste cose più di Voi, non possederò Voi. Che mi giova l’abbondanza delle cose fatte da Voi, se mi mancate Voi, che ne siete l’Autore?”

(Aurelio Agostino d’Ippona)

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[1] Col. 3,1-2

[2] Col. 3,3

[3] De Imitatione Christi, Liber I cap. IV Typis Societatis S. Joannis Evangelistæ, 1924

[4] Sal. 104,4

[5] Gc.1,17

[6] Confessioni 12,9,9

[7] Memorare , San Bernardo da Clairvaux

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