Introduzione a ‘Le meraviglie della grazia divina’

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Riproduciamo per i nostri lettori l’introduzione del volume del teologo e mistico tedesco M. J. Scheeben intitolato “LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA DIVINA”. Il testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 1943 per i tipi della SEI. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

«Mi vennero con essa tutti i beni insieme, ed infinita ricchezza per mano di lei; perché inesauribile tesoro è dessa per gli uomini, e quei che ne fanno uso, si procacciano l’amicizia di Dio (Sap 7, 11. 14).
Così parla la Sacra Scrittura a riguardo di quella Sapienza che viene da Dio. Le stesse parole valgono però anche per la grazia divina. La vera celeste Sapienza, di cui parla la Sacra Scrittura è appunto questo lume soprannaturale effuso per la grazia e con la grazia nell’anima nostra, affinché noi conosciamo ciò che può servirci per la nostra eterna salute. Essa è già per se stessa una grazia, o meglio ancora il frutto più eccellente della grazia nelle anime nostre, dopo le tre virtù teologali (2).
Essa è inseparabile dalla grazia e non può perdersi che per il peccato mortale, insieme alla grazia santificante (3). Se dunque l’effetto della grazia – la Sapienza – racchiude tutti i beni, così deve  essere, in grado ben più perfetto, della grazia stessa.
Perciò S. Giovanni, nell’introduzione al suo Vangelo, per dimostrare tutta la pienezza dei tesori e dei beni che l’Unigenito Figlio di Dio aveva portato nel mondo con la sua Incarnazione, dice: «E noi ne abbiamo veduta la gloria, gloria eguale a quella dell’Unigenito del Padre pieno di grazia e verità» (Gv 1, 4).
E anche l’Apostolo Paolo, nell’augurare invariabilmente ogni bene ai fedeli al principio ed al termine delle sue Epistole, non trova altra espressione migliore e più sublime di questa: «Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e Signore Gesù Cristo».
Non esitiamo quindi ad affermare che la grazia è il più eccellente, anzi – poiché racchiude in sé tutti gli altri beni – è l’unico grande bene, il quale forma il contenuto del Vangelo, cioè il lieto messaggio celeste che il Figlio di Dio ha portato sulla terra. Per la grazia diveniamo figli di Dio ed acquistiamo così il diritto al possesso dei beni i più sublimi che Dio possa partecipare alle sue creature, anzi al possesso di Dio stesso, il quale vuole essere con tutte le ricchezze della sua magnificenza e della sua perfezione infinita, l’eredità dei suoi figli.
2. Pensando a questi beni, S. Pietro esclama: «Grandissime e preziose sono le promesse che Dio vi ha fatto per Gesù Cristo, affinché per mezzo di queste diventiate partecipi della natura divina» (2Pt 1, 4). Sono sommamente grandi perché esse sorpassano infinitamente tutte le cose create, anche se in se stesse buone ed elevate. Sono di gran valore perché contengono il meglio che Dio può darci nella sua potenza. Sono infinitamente preziose, perché il prezzo con le quali sono state acquistate è il sangue del Figlio di Dio.
3. E perché Dio ha posto nella grazia una tale pienezza di doni e di virtù celesti? La ragione ce la suggerisce il Principe degli Apostoli: «Affinché», egli dice, «per essa diveniate partecipi della
natura divina». Questo è lo scopo finale seguito dalla grazia, il più grande che possa esistere per la creatura, quello cioè che essa venga sollevata dalla sua naturale bassezza e nullità, fatta partecipe
della natura del Creatore, e sia poi con Lui associata alla sua santità e beatitudine.
In queste brevi parole si compendia tutta la grandezza e la sovrana beltà della grazia.
4. Secondo l’Apostolo essa è (Ef 3, 4. 6) «il grande mistero di Cristo, il quale nelle altre età non fu conosciuto dai figli degli uomini, così come ora è stato rivelato dai santi Apostoli di Lui, e profeti nello spirito; cioè a dire che i popoli sono coeredi, da formare un unico corpo, e compartecipi della promessa di Cristo Gesù mediante l’Evangelo».
Essa è il mistero di cui lo stesso Apostolo dice che non sarebbe mai venuto in mente ad uomo, e che non poteva in alcun modo essere rivelato a noi se non dallo Spirito divino il quale penetra tutte le cose, anche gli abissi della Divinità (1Cor 2, 9).
Più la grazia è un mistero e più essa resta nascosta al nostro occhio naturale, e più è incomprensibile ed inesprimibile in se stessa. Più grande perciò deve apparire a noi il suo valore, più elevata e sublime la sua magnificenza, più illimitata la sua ricchezza.
5. Purtroppo questo dolce e sublime mistero è troppo poco conosciuto anche tra noi cristiani, malgrado che la dottrina della Sacra Scrittura e la S. Chiesa ce lo spieghino a sufficienza.
La mancanza di cognizioni riguardo alla grazia è però molto da deplorarsi, perché è solo per mezzo di questa scienza che impariamo a conoscere l’elevatezza della nostra dignità, le nostre vere energie soprannaturali, la grandezza delle nostre speranze, l’inesauribile ricchezza dei meriti di Cristo.
Tale ignoranza è anche a noi molto dannosa, perché dalla poca stima della grazia proviene poi, come conseguenza naturale, il peccato.
Se i cristiani sapessero apprezzare il valore della grazia e ne comprendessero meglio l’essenza, non vi è dubbio che la vita del cristianesimo brillerebbe di una luce più radiosa, e i rimproveri all’indirizzo della nostra santa fede dovrebbero ammutolire. Tutto il nostro malcontento di noi stessi e delle condizioni in cui ci troviamo – malcontento che tanto ci amareggia la vita – cesserebbe come per incanto.
6. Con la parola – grazia di Dio – s’intende spesso solo la restaurazione della primitiva benignità di Dio, perduta da noi per il peccato, oppure quella operazione di Dio in noi per la quale Egli viene in aiuto alla nostra debole natura per preservarci dal peccato e per rinvigorirci nell’esercizio del bene.
Dobbiamo certamente annoverare, tra le operazioni della grazia, il perdono dei peccati, la protezione contro il male ed il soccorso per fare il bene. Ma tali effetti sono ancora ben lungi dal formare ciò che costituisce la sua essenza e le conferisce il suo vero valore.
Ma poiché, come spesso avviene, gli effetti di una cosa sono a noi assai più accessibili che l’essenza della cosa stessa, così sarà forse bene partirsi da quelli – anche a costo di avere risultati solo parzialmente esatti – affinché poi con più facilità possiamo aprirci la via ad una giusta intelligenza della grazia.
7. Il perdono dei nostri peccati è una grazia di Dio, perché ci ridona quell’amore benignissimo con il quale Dio ci circondava prima del peccato. Appunto per questo veniamo a capire di qual sorta è stato l’amore che Dio ci ha portato sino dal principio.
Non vi è alcun dubbio che Dio ami gli uomini anche con amore naturale. Questa sorta di amore di Dio per gli uomini viene manifestata dai nostri beni naturali che noi abbiamo appunto come doni di Dio, ma però solo in forza dell’azione creatrice per mezzo della quale noi siamo usciti dalle mani di Lui. Perciò Dio ci ama di amore naturale in quanto che Egli scorge in noi l’opera della sua mano creatrice. Questa specie di amore dura quanto seguita a sussistere tale opera. E siccome lo stesso peccato non può distruggere intieramente la natura dell’uomo, così l’amore naturale di Dio
sussiste ancora quando l’uomo è caduto in peccato.
Cosicché quando si parla di restaurazione dell’amore di Dio per mezzo del perdono dei peccati, non può trattarsi che dell’amore soprannaturale. La grazia, il cui primo effetto è il perdono dei peccati, consiste appunto nella restituzione di quell’amore di Dio che noi avevamo perduto per il peccato. Questo amore soprannaturale di Dio per noi è qualcosa di affatto diverso da quello naturale che Egli pure ci porta. L’amore naturale si riferisce alla natura a noi accordata per mezzo della creazione e lascia questa come è. L’amore soprannaturale però costruisce sopra la natura umana, e cerca di sollevarla a Dio, cioè di farla rassomigliare più che è possibile alla natura divina. Ed è questo amore che viene restituito al peccatore con l’assoluzione.
8. La grazia rinforza anche l’anima nostra nella sua fiacchezza contro le tentazioni del male e nell’esercizio del bene, e ci facilita perciò l’adempimento dei nostri doveri ed il raggiungimento del nostro ultimo fine.
Dobbiamo però ben riflettere che ci è dato solo un rinforzo passeggero, poiché le forze naturali restano come sono e vengono solamente preservate dal soccombere. Di tale sorta sono alcune illustrazioni ed incitamenti che pervengono talvolta tanto al peccatore che al giusto nelle loro cure terrene. Queste illustrazioni ed incitamenti restano dentro la cerchia della cooperazione divina che noi chiamiamo l’universale assistenza divina, o meglio, Divina Provvidenza.
E poiché questa ricerca l’uomo nel suo stato di natura, e, per mezzo di una mutua società con le sue innate forze naturali, gli sta a fianco per aiutarlo e rinvigorirlo come un altro appoggio morale, un maestro, un consolatore, un educatore, un amico che ammonisce ed incita, così viene a mettersi a livello della stessa natura.
Ben altro si è quando parliamo della vera grazia attuale. Nella generale provvidenza di Dio verso l’uomo questa viene considerata come cosa tutta a parte e d’indole affatto diversa. Il soccorso generale aiuta l’uomo al compimento di quello che gli è reso possibile dalla natura. La grazia invece gli accorda nuove forze per il compimento di cose che stanno in rapporto più o meno diretto al suo
compito soprannaturale. Per far questo la grazia deve sollevare la natura sopra se stessa, partecipandogliene una più interiore ed elevata. Ciò non può essere il caso se non presupponendo che la stessa grazia possegga la forza di sollevare la natura – tanto nella sua essenza che nelle sue operazioni – ad un punto di vista soprannaturale. E per potere far questo è indispensabile che essa sia nella sua essenza al disopra della natura.
9. E per ben chiarire questo punto dobbiamo stabilire solidamente il concetto della grazia cristiana.
La parola grazia ha però vari significati (1). In primo luogo chiamiamo grazia l’amore pieno di benignità che un superiore ha verso gl’inferiori, per esempio: un padrone verso il proprio servo, un re verso i propri sudditi. Nel senso spirituale, grazia significa prima di tutto il favore e la bontà che Dio ha verso le sue creature ragionevoli. Questa sorta di grazia non importa che sia esclusivamente soprannaturale, poiché Dio ci dimostra quotidianamente la sua bontà per mezzo di mille doni materiali coi quali ci ricopre a profusione, affinché noi possiamo trascorrere la nostra vita senza difficoltà, anzi gradevolmente.
La grazia raggiunge un grado più elevato quando l’oggetto al quale essa si riferisce racchiude in se stesso proprietà che lo rendono degno di attenzione. Allora l’amore si cambia in compiacenza che uno ha per le prerogative e per le buone azioni dell’altro.
La benevolenza e la bontà non possono avere la loro ragione se non unicamente nella condiscendenza di colui che esercita la grazia. La compiacenza invece ha il suo fondamento anche nelle prerogative di colui al quale è concessa la grazia. Si può ammettere che anche questa sorta di grazia sia in certo modo naturale, in quanto che Dio ama le prerogative con le quali Egli ha arricchito le sue creature. Ci dice appunto la Sacra Scrittura: «E vide Dio tutte le opere sue, ed erano grandemente buone» (Gen 1, 31).
In terzo luogo può però la bontà di colui che dà la grazia andare tanto oltre che ad uno che niente possiede, non solo doni la sua benevolenza, ma anche lo renda partecipe della sua proprietà per trovare in lui qualcosa per cui lo possa amare con amore di compiacenza. Ciò si riscontra nella grazia divina, ed in questo senso essa è del tutto soprannaturale.
Con ciò viene a chiarirsi il perché la parola grazia si applichi anche ai doni di una persona benevolmente intenzionata. E questo avviene in duplice guisa. Talvolta sotto il nome di grazia intendiamo l’azione dell’amore, l’effusione proveniente dalla benignità, la dimostrazione della condiscendenza di colui che è benevolmente disposto verso di noi; tal altra la consideriamo come un accessorio che fa parte del dono.
Nel primo senso diciamo che desideriamo una grazia da un uomo o da Dio quando lo  preghiamo a farci un dono per l’amore benigno e condiscendente che egli ci porta.
Nel secondo senso la Sacra Scrittura chiama grazie quelle a noi accordate da Dio in bellezza,  bontà ed amabilità, e con le quali siamo fatti degni delle compiacenze e dell’amore di Dio. Così dicesi: «Cosparsa è la grazia sulle tue labbra; perciò Dio ti ha benedetto in eterno» (Sal 44, 3).
10. Dobbiamo però aggiungerne un quarto luogo e questo è della più grande importanza per  lo scopo nostro, che cioè noi possiamo godere favori e grazie da una persona altolocata in doppia guisa: primieramente a riguardo di cose comuni, ordinarie, necessarie e meritate; in secondo luogo  in maniera straordinaria, libera e non meritata. Quest’ultimo modo, almeno nel linguaggio della teologia e dell’ascetica, viene chiamato grazia, nel suo più proprio e stretto senso.
Immaginati, per esempio, un Sovrano pieno di nobili qualità. Benché i suoi sudditi siano a  lui inferiori – anzi appunto per questo – egli li ama sinceramente ed estenderà senza dubbio sopra di loro, a seconda della loro condizione e dei loro meriti, tutta la sua condiscendenza e benignità. Ma  se egli si limita a questo non farà che adempiere ad un dovere inerente al suo ufficio. Lo
chiameremo benigno ed indulgente in via generale, ma non diremo mai che egli prende in grazia un  individuo in modo particolare. Questo è solo il caso se egli ama i suoi sudditi – sia collettivamente  che individualmente – di un amore più grande, e conferisce loro più doni di quel che non sarebbe per sé stesso obbligato a fare, e più di quello che richiederebbero la loro posizione ed i loro meriti.
Ma quando questo re circonda spontaneamente i suoi sudditi di quell’amore grande che porta ai  propri figli ed a se stesso; quando egli, nella sua benignità, si abbassa tanto verso di essi da trattare con loro come con i propri amici, tanto che la differenza di posizione tra lui ed essi venga quasi a  scomparire – come tra Faraone e Giuseppe – quando egli li onora sollevandoli al di sopra del loro stato originale e li rende per quanto è possibile simili ai suoi figli ed a se stesso, la grazia ha allora raggiunto il suo più alto grado.
11. Applichiamo questo ultimo esempio alla grazia di Dio, di cui ogni grazia terrena non è che una debole e pallida immagine.
Dio è il supremo sovrano del cielo e della terra, poiché è Lui che tutto ha creato. A Lui tutto appartiene, e tutto è destinato a Suo servizio ed alla Sua glorificazione. Avendo Egli creato ogni cosa per amore, Egli ama per naturale benignità tutte le creature, le ragionevoli, naturalmente, più che le irragionevoli, perché sono create a sua immagine e perché sono capaci di conoscerlo ed amarlo. Le ama però anche con compiacenza perché Egli le ha create bene, presupposto però che  esse, non solo non l’offendano col peccato mortale, ma che, al contrario, con la fedeltà ai suoi comandamenti, restino degne del suo amore.
In questo senso più ampio trovasi dunque la creatura: in grazia di Dio per natura e capace di  acquistare grazia con le sue buone opere naturali. Nello stesso senso più largo si possono chiamare grazie di Dio tutti i beni ed i doni naturali, poiché Dio non era obbligato a crearci, ed Egli ci ha dato  in più, di sua spontanea volontà, tutti questi doni.
Però dopo averci una volta creati, Egli, come creatore infinitamente buono e sapiente, deve  amarci come sue creature e come tali darci tutti quei beni che ci sono indispensabili per raggiungere il nostro fine naturale. Quel favore e quella grazia di cui abbiamo or ora parlato è dunque semplicemente grazia nel senso generale della parola, ma non è la grazia nel senso cristiano, quella grazia che Cristo ha portato in questo mondo e che ci viene annunziata dal suo Vangelo, dagli Apostoli, dai Santi Padri, e dalla S. Chiesa. Questa è la grazia nel senso più elevato e più perfetto della parola; una grazia di Dio tutta particolare, libera, piena e benigna, per la quale noi diveniamo i suoi prescelti, i suoi favoriti.
12. Per la prima sorta di grazia Dio ci ama secondo che lo meritano la nostra natura e le nostre buone opere naturali. Per la seconda però Egli ci ama in modo tutto particolare, in modo  soprannaturale, immensamente di più di quel che meritiamo noi stessi e la nostra natura. Per sua spontanea volontà Egli s’inchina alla nostra bassezza per sollevare la nostra natura ad un’altezza  sublime. Egli ci ama con amore grande, anzi sovrabbondante; possiamo quasi dire che ci ama quanto può amarci, come se stesso e come il suo Unigenito Figlio, e adotta perciò l’anima nostra come sua figlia, amica e sposa.
Ma come noi nel linguaggio cristiano chiamiamo grazia solo l’amore soprannaturale di Dio verso di noi, così dobbiamo nello stesso senso designare come grazie quei doni di Dio che sono soprannaturali e che provengono da quest’amore soprannaturale di Dio per noi.
In pari modo noi non chiamiamo grazia nel senso cristiano ogni compiacenza che Dio può avere verso la sua creatura ragionevole, ma solo quella per la quale Egli si compiace nell’anima nostra per la bellezza e le attrattive soprannaturali che essa ha ricevuto dal suo amore soprannaturale.
13. Qui fa d’uopo porre attenzione ad una differenza ancora più importante che passa tra la grazia degli uomini e quella di Dio. Un re può amare i suoi sudditi ed elargire loro grandi beni, assai più di quanto essi meritano, ma non può farli migliori e più degni della sua compiacenza. Essi resteranno come sono. Dio invece, per il suo amore soprannaturale, accorda all’anima una bellezza  ed un’attrattiva soprannaturale per la quale essa viene a rassomigliarsi a Lui nella sua natura divina ed a rispecchiare in sé l’immagine della divinità.
Questa attrattiva e compiacenza intima, reale e soprannaturale di Dio per l’anima nostra viene pure chiamata grazia di Dio ed anche grazia di preferenza. È appunto quella che noi chiamiamo ordinariamente la grazia abituale o santificante, lo stato di grazia, la grazia di  figliolanza, o semplicemente: la grazia.
Questo stato di grazia lo descrive il Catechismo romano in questi termini: «La grazia, secondo che il Concilio di Trento (1) ha proposto a credere a tutti i fedeli, non è solo il perdono dei peccati, oppure un esterno favore di Dio verso di noi, ma è una qualità divina inerente all’anima e come uno splendore, una luce che scancella ogni macchia dalle anime nostre e le rende belle e rilucenti» (2).
Prendiamo la grazia divina in modo particolare in quest’ultimo senso quando parliamo in seguito delle sue magnificenze e del suo inestimabile valore ed entriamo in tal modo nello spirito  della S. Chiesa, e particolarmente del Concilio di Trento.
Fa, d’uopo inoltre notare che le cosiddette grazie attuali, cioè le grazie soprannaturali che ci servono d’incitamento e di aiuto, e le virtù della fede e della speranza le quali possono separarsi dalla grazia santificante, non sono da questa messi nell’ombra. Anzi, appunto per essa, appariscono in tutto il loro splendore, bellezza, e nel loro valore reale. Poiché nonostante che le grazie d’incitamento e di aiuto vengano partecipate anche agli ingiusti, pure stanno in rapporto con la grazia santificante, perché esse preparano l’anima nostra a ricevere la grazia santificante e la introducono in noi, oppure l’accrescono e la conservano. È quindi evidente che la sua forza divina e la sua somma importanza devono tanto più emergere quanto più la grazia santificante è apprezzata, e quelle grazie d’incitamento e le virtù della fede e della speranza servono, in certo modo, come  strumenti a questo fine.
14. Grandi ed ineffabili sono i misteri che abbiamo da svelare, ed è certamente assai difficile l’esporli in modo conveniente e adatto alla comprensione di ognuno.
Noi ci consoliamo però con le parole di S. Leone, dette da lui in rapporto al mistero della  Redenzione, ma che però possono benissimo applicarsi al mistero della grazia: «Sebbene questo  mistero sia difficile, non è però permesso al sacerdote di privare il suo popolo del servizio della sua parola. Anzi appunto perché l’oggetto è inesprimibile egli si aiuterà col parlare, poiché non vi sarà  caso che si scosti mai dal suo soggetto, attesoché, per quanto se ne possa dire, sarà sempre troppo poco. Anche se la nostra umana debolezza soccombe di fronte alla magnificenza di Dio, e nell’esposizione dell’opera della sua misericordia si mostra insufficiente, se la nostra mente si  stanca, se lo spirito resta indietro e la parola viene a mancare, è sempre un bene per noi che constatiamo la nostra insufficienza in ciò che pensiamo della maestà di Dio» (1).
Oltre a ciò dobbiamo fermamente confidare che appunto quella grazia, la cui bellezza imprendiamo a descrivere, illuminerà tanto noi che i nostri lettori se noi ci accingeremo a considerarla con infantile semplicità, con cuore puro e con umiltà profonda. Poiché se Dio resiste ai superbi e dà la sua grazia agli umili, così Egli farà conoscere agli umili le grandezze della sua grazia. Ai misteri della grazia possono applicarsi in modo singolare le parole del Salvatore: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai dotti ed ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11, 25).
Ma se a te, o cristiano, parrà in quest’esposizione di vedere comparire qua e là qualcosa di troppo meraviglioso ed inaudito, ricordati ciò che l’Apostolo diceva, appunto a riguardo dei tesori  della grazia: «Dio può far tutto, ben al di là di quanto noi domandiamo o possiamo intendere» (Ef 3, 20). Stai poi sicuro, o mio lettore, che noi non ci azzarderemo ad esporre tali meraviglie senza  esserci appellati alla chiara dottrina della Sacra Scrittura ed alle dichiarazioni sicure e decisive dei grandi luminari della Chiesa.
15. Esporremo qui ora in succinto le linee generali del nostro volume.

Nel primo libro, andremo spiegando quale sia l’essenza della grazia santificante, concludendo come essa sia una  proprietà soprannaturale infusa da Dio nell’anima nostra e per la quale la nostra natura viene elevata a partecipare ed a rendersi somigliante alla natura divina.

Nel secondo libro esponiamo come l’anima nostra per questa elevazione viene ad unirsi a Dio in modo soprannaturale e meraviglioso, adottandola Egli come sua figlia, amica e sposa.

Da questo si passa nel terzo libro alla spiegazione degli effetti che la grazia produce nell’anima nostra, delineando in particolare il quadro della vita soprannaturale, celeste e divina, che
essa genera in noi.

Nel quarto libro, altri effetti e prerogative esterne assai atte a dimostrarci il valore della  grazia.

Concludiamo il tutto col mostrare, nel quinto libro, in qual modo noi possiamo acquistare questa grazia la cui sublime bellezza e preziosità è stata l’oggetto della nostra meditazione, e come possiamo – una volta acquistata – conservarla, farne buon uso e tenerla nella più alta stima.