La grazia è più elevata del miracolo

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Riproduciamo per i nostri lettori il Capo III del Libro I del volume del teologo e mistico tedesco M. J. Scheeben intitolato “LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA DIVINA”. Il testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 1943 per i tipi della SEI. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

1. Sarebbe però ben poca cosa il dire soltanto che la grazia sorpassa di gran lunga in elevatezza la natura: essa sorpassa anche tutto ciò che Dio ha operato in modo straordinario.
Così interpreta S. Agostino (1) quella notevole promessa del Salvatore, che i fedeli avrebbero fatto miracoli ancor più grandi che Egli stesso aveva compiuto sulla terra. Il Santo dice che si potrebbe interpretare quelle parole anche così: che cioè, per esempio, S. Pietro con la sua sola ombra avrebbe guarito gl’infermi, cosa che non si dice sia avvenuta del Salvatore. Ma ancor meglio, egli continua, intenderemo, sotto questi grandi miracoli, l’opera della Redenzione per la quale i fedeli darebbero per sé e per gli altri la loro cooperazione. Poiché, anche se da noi stessi non possiamo produrre la grazia, essa però non viene in noi senza la nostra cooperazione. Similmente col nostro buon esempio, coi nostri incoraggiamenti e consigli, possiamo far sì che la grazia prenda radice nel nostro prossimo, cresca e produca buon frutto. Ciò vuol dire fare cosa più grande di quel che fece Cristo coi suoi miracoli visibili (1).
2. Il produrre la grazia è cosa in realtà ben più sublime e gloriosa del produrre miracoli, e ciò tanto per Iddio che per gli uomini. Dio non opera ordinariamente il miracolo che per cose sensibili, restituendo ad un uomo in modo soprannaturale la salute o risuscitando alla vita un morto. Con la grazia però Egli opera nell’anima, ed in tal guisa, che Egli, non solo la risveglia da morte a vita, cioè la crea di nuovo, ma mette in essa qualcosa di più elevato di prima innalzandola al disopra della natura, piantando in essa il germe di una vita soprannaturale.
Non vi è dunque per parte nostra alcuna esagerazione nell’asserire che la grazia è il più grande miracolo dell’onnipotenza di Dio. È più grande della creazione dal nulla delle cose naturali e non ha altro confronto che con quella ineffabile attività del Padre per la quale Egli genera suo Figlio sino dall’eternità e lo unisce, nel tempo, all’umana natura. Tanto soprannaturale, elevata e misteriosa, è la generazione di Cristo, altrettanto è soprannaturale e piena di mistero l’infusione della grazia nell’anima nostra, poiché con essa – secondo le parole di S. Leone – veniamo a partecipare alla generazione di Cristo (3).
3. E noi – e questo è il colmo delle meraviglie – possiamo e dobbiamo cooperare alla grazia più ancora di quel che abbiano potuto cooperare i Santi ai miracoli che Dio operava per loro mezzo.
I santi erano solo strumenti per i quali Dio – talvolta a loro insaputa ed anche contro il loro volere – dava al mondo le più meravigliose testimonianze della sua onnipotenza. Ma l’effetto della grazia senza il nostro concorso risulta inefficace, come lo sarebbe stata l’Incarnazione del Divin Figlio in Maria senza il di Lei consenso. I santi potevano benissimo lasciare che Dio operasse per loro tante meraviglie senza che le loro forze vi potessero influire anche menomamente. Per la grazia, però, Dio vuole che noi stessi, col suo aiuto, vi ci prepariamo, che la prendiamo dalle sue mani, che la conserviamo con ogni cura, e ci studiamo più che è possibile di farla sviluppare in noi fino alla piena sua maturità.
4. Ognuno comprende che il richiamare alla vita un’anima ferita a morte è cosa ben più grande che risuscitare un corpo. Nessuno potrà mettere in dubbio se sia più grande prodigio ravvivare la carne per una vita caduca e per il godimento di appetiti dei sensi, terreni e passeggeri, o il condurre l’anima ad una vita eterna ed al godimento di beni celesti, e tanto ad essa, come in un giorno futuro anche alla sua carne, dare una vita eterna e beata. Ma se noi vogliamo da Dio il miracolo della conservazione della nostra vita corporale, perché non desideriamo alcun miracolo per l’anima nostra, o meglio, perché non cooperiamo noi stessi ad ottenere il miracolo che ci sia restituita la vita dell’anima?
Se tu sapessi di potere richiamare alla vita il tuo fratello defunto per mezzo del pentimento dei tuoi peccati, saresti tu così ostile verso Dio e tanto crudele verso tuo fratello da non volerlo fare?
Eppure tu puoi con un semplicissimo atto di dolore risuscitare te stesso da morte, e neppure da quella del corpo, ma sebbene da quella dell’anima; e da una morte eterna passare ad una vita che
sarà eternamente beata. Tuttavia non vai forse procrastinando e negando a te stesso l’aiuto meraviglioso che Dio ti offre per mera sua liberalità, 5. Puoi tu, o uomo, desiderare ed anche cooperare ad un’opera più grandiosa? Quante volte senti in te stesso questa ardente brama di compiere qualcosa di grande, di meraviglioso, per il quale gli uomini – che s’ingannano tanto facilmente e con tanto accecamento mirano stupiti tutto ciò che è singolare, tutto ciò che è follia – possano parlarne per lungo tempo! Vedi, ecco qui appunto un compito che fa stupire gli angeli del cielo, e per il quale tu puoi essere di spettacolo al mondo ed alle schiere angeliche! Lavora dunque con tutta diligenza e con tutto l’entusiasmo all’acquisto ed all’accrescimento della grazia in te stesso e nei tuoi simili; mai potrai compiere cosa più grande e meravigliosa!
Oh se gli uomini sapessero la grande opera che compiono quando con una sincera contrizione dei loro peccati la rompono con la loro vita passata e ne cominciano una nuova! Sì, veramente essi compiono cosa ben più grande che se risuscitassero un uomo da morte, o se creassero un uomo dal niente.
«Se Dio ti ha creato uomo» dice S. Agostino(1), «tu però – s’intende con l’aiuto di Dio – fai di te stesso un giusto, e allora avrai fatto più di quello che ha fatto Dio», cioè più di quello che Egli abbia fatto col chiamarti dal nulla alla vita naturale.
6. Se dunque la contrizione per la quale risvegliamo l’anima da morte è già qualcosa di così grande, comprenderemo facilmente come ogni azione buona e soprannaturale, che noi possiamo compiere nello stato di grazia, non sarà meno grande e meno capace di sviluppare in noi forze meravigliose.
Per ogni nuovo grado di grazia da noi guadagnato veniamo ad essere sollevati ancora di più sopra la nostra natura ed a stringere più intimamente la nostra unione con Dio.
Se noi avessimo dunque un adeguato concetto del valore della grazia, se pensassimo quale forza risiede in ogni azione prodotta dalla grazia per aumentare questa in noi, se finalmente ci rendessimo conto del come è facile, coi meriti di queste azioni, aumentare la nostra beatitudine eterna, non lasceremmo allora, senza dubbio, andar perduto nemmeno un istante senza amare Dio e mostrare a Lui il nostro amore con buone opere. E ci sentiremmo altresì ricoperti di confusione e di vergogna al pensiero che per ogni nostro più piccolo sacrifizio ci lamentiamo spesso di Dio, anzi mormoriamo di Lui. Se pensassimo come aumenta la nostra dignità per un solo atto di virtù non ce ne lasceremmo sfuggire ad alcun prezzo l’occasione, per non avere poi da rimpiangere che tra centinaia d’occasioni che ci si sono offerte di sacrificarci per il Signore, ne abbiamo lasciate passare anche una sola. Noi dovremmo piuttosto gioire con l’Apostolo quando abbiamo da soffrire alcuna
cosa per amore di Dio (At 5, 41).
Nessuno vorrebbe essere così crudele da non risanare con gioia un malato o da non far ricco un povero, se potesse farlo con una piccola elemosina o con una breve preghiera. Ma non siamo noi
forse più crudeli verso noi stessi quando non vogliamo aumentare la bellezza celestiale ed i divini tesori dell’anima nostra quando potremmo farlo ad un prezzo così minimo?
Perché non cospargiamo tutte le nostre azioni con lo spirito di fede, di amore, di generosità, affinché noi con ogni azione compiuta in tal modo, acquistiamo un nuovo grado di grazia; di quella
grazia che è più sublime di ogni cosa naturale creata e più grande ancora del miracolo?
7. L’infusione, l’acquisto e l’aumento della grazia è perciò un prodigio di un ordine più elevato, più grande ancora del miracolo. E perché allora risveglia così poco la nostra ammirazione?
Solo perché non è visibile ai nostri occhi corporali, né afferrabile ai nostri sensi ottusi, perché non è come gli altri miracoli, raro ed eccezionale, ma invece procede conforme ad una legge generale e ben regolata.
Ma appunto queste circostanze dovrebbero renderla ancora più pregevole agli occhi nostri.
La distribuzione delle grazie non è visibile poiché essa è un prodigio che si passa nell’interno dell’anima, a noi nascosto, e perché non possiamo vedere Dio col quale veniamo ad unire per mezzo di essa. Questo appunto mostra l’elevatezza di quella grazia che al nostro spirito, così immerso nel mondo sensibile, resta così difficile di afferrare nella sua vera grandezza. Più un oggetto richiede fatica a penetrarlo e più è facile per noi il persuaderci che esso è profondo ed elevato da meritare le nostre indagini ed i nostri sforzi. Per questo appunto ci attirano misteri del mondo sidereo, per questo sacrifichiamo il nostro tempo e la nostra vita ad investigare le leggi della natura, e per questo ancora l’incomprensibilità di Dio e dell’eternità ci riempie di riverenza e di santo terrore. Come Dio non sarebbe il Dio infinitamente grande, se noi potessimo vederlo coi nostri occhi, così anche la grazia, se fosse facilmente comprensibile, non saprebbe attrarre tanta venerazione e tanto stupore.
La grazia ci viene data inoltre secondo una legge comune e regolare. Ciò pure sta a dimostrare l’onnipotenza e l’amore infinito di Dio poiché ci palesa quanto Dio sia liberale, quanto potente e ingegnoso nel suo amore, mentre Egli in questa grande opera non dà a misura, come negli altri miracoli, né in circostanze straordinarie, né servendosi di uno solo dei suoi grandi servi per operarli, ma invece la lega alle nostre azioni le più comuni e lascia che si nasconda nel ciclo della nostra quotidiana attività.
Gran Dio! e dovremmo noi apprezzare meno il tuo dono, dovendo tanto più apprezzare Te che sei il donatore? E dovremmo tener meno conto del tuo dono che ci porgi sempre e con tanta facilità, come se Tu ce lo donassi in più scarsa misura e più di rado? Se tu concedessi la tua grazia ad un solo individuo, e anche questa per una sola volta, quanto non faremmo tutti conto di questa grazia! Come ci sarebbe impossibile il concepire come quell’uomo che è stato così beneficato per quella grazia, possa essere disposto a rinunziare al possesso di quel bene così unico!
Oh no, benignissimo Iddio! la tua liberalità sconfinata ci deve appunto incitare a ricordarci sempre di Te e ad impiegare tutte le nostre energie per conservare e tenere in alta stima il Tuo dono, o Datore amantissimo!