La grazia infonde nei nostri cuori le virtù teologali

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Riproduciamo per i nostri lettori il Capo III del Libro III del volume del teologo e mistico tedesco M. J. Scheeben intitolato “LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA DIVINA”. Il testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 1943 per i tipi della SEI. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

1. Mentre la grazia cancella il peccato, essa compie all’istante anche la giustificazione. Secondo la dottrina del santo Concilio di Trento (2) il perdono dei peccati, la santificazione dell’uomo interiore e l’infusione delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, formano una cosa sola. Già in addietro abbiamo veduto come la grazia impronta nell’anima nostra una vita soprannaturale, celeste e divina, la vita dei figli di Dio rigenerati per lo Spirito Santo. Qui ora impareremo in che cosa consista questa vita, quali energie si racchiudano in essa, e sotto quale aspetto si palesa.

2. Cos’è la vita in se stessa possiamo conoscerla dalle sue operazioni e solo da queste possiamo formare un giusto concetto. Perciò i savi dell’antichità (1) ed i maestri spirituali (2) usano dire che la vita è una forza interiore per la quale un essere possiede le facoltà di muoversi e di portare se stesso dal di dentro al di fuori. La vita naturale dell’anima, quella per la quale essa si distingue dagli animali, si palesa più che altro nell’attività delle forze naturali dell’anima stessa e principalmente con atti naturali della ragione e della volontà (3). La vita soprannaturale si palesa pure nell’attività che si sprigiona dalle forze dell’intelletto e della volontà illuminata dalla grazia.

3. Come dunque la grazia illumina l’essenza (4) dell’anima e le partecipa la natura divina, vale a dire la sua santità, essa illumina pure le forze dell’anima affinché esse possano produrre energie e attività di carattere elevato e sublime, come si addice alla santità divina. Essa accorda all’anima anche una nuova e più elevata facoltà per la quale essa può produrre opere virtuose che in se stesse Dio solo può compiere. Queste capacità soprannaturali che ci sono infuse dalla grazia e per le quali la grazia produce i suoi effetti mediante la nostra cooperazione, vengono chiamate dai teologi le virtù soprannaturali infuse.

4. La virtù infusa si distingue assai dalle virtù acquistate, da quelle cioè che noi possiamo acquistare con la nostra propria attività (5). Queste consistono in una certa prontezza acquistata coi nostri sforzi e con un costante esercizio, per la quale noi facciamo quel bene di cui è resa capace la nostra natura, con maggiore facilità, sicurezza, ed in modo più accettevole a Dio. Queste virtù acquisite si possono paragonare alla fecondità che può avere un alberello che è stato bene innaffiato e protetto diligentemente da ogni influsso dannoso dell’aria. Con tutte queste cure non si pretende già che l’alberello porti frutti di altra specie, ma solo che i frutti a lui propri li produca di migliore qualità ed in maggiore abbondanza. Le virtù infuse, al contrario, sono paragonabili alla fecondità di un alberetto a cui è stato innestato un ramicello di specie più nobile. Il principale effetto di queste virtù infuse è di far produrre alle anime nostre frutti di qualità infinitamente superiore, di una qualità di cui per sua natura l’anima non possedeva nemmeno il germe. Le virtù infuse danno nel tempo stesso all’anima una certa facilità nell’esercizio degli atti soprannaturali. Ma poiché esse non sopprimono addirittura tutte le cattive tendenze e le debolezze della nostra natura, così dobbiamo noi stessi, con l’aiuto di Dio, rimuovere in noi gl’impedimenti alla vita divina e con questo guadagnarci da noi stessi – oltre alla forza soprannaturale infusa da Dio – la facilità del suo esercizio.

5. Ancora un’altra immagine potrebbe renderci più chiara la differenza che passa tra le virtù naturali e quelle soprannaturali. Il ferro col fuoco e col martello diviene acciaio; fregato ad una calamita diviene calamitato. L’acciaio è ferro migliore e più duro di quello ordinario, ma la sua natura non è cambiata. Il ferro calamitato, al contrario, sembra essere un corpo di tutt’altra natura. Come per incanto perde la sua pesantezza ed immobilità, acquista una nuova forza d’attrazione ed in modo misterioso viene attratto perfino dai poli della terra. Le virtù naturali non hanno altro effetto che di rendere d’acciaio le nostre forze spirituali, e con il continuo esercizio e la cooperazione di Dio, ci rinforzano nel compimento del bene naturale. La grazia invece magnetizza le nostre forze per mezzo di un misterioso contatto con la divinità la quale partecipa loro la propria potenza divina. Perciò quelle stesse forze vengono cambiata in forze nuove e divine, si sentono attirate verso oggetti più elevati e mai prima intravisti, e sollevate come da mano invisibile verso regioni misteriose. Dio stesso diventa il polo, il centro e il focolare della nostra vita; il polo verso il quale tende, il centro attorno al quale si aggira, il focolare da cui trae il suo nutrimento. Tutto può compendiarsi in queste parole: noi partecipiamo alla vita interiore di Dio.

6. La partecipazione alla vita divina che si effettua in noi per mezzo delle virtù soprannaturali consiste soprattutto nel ricopiare in noi l’attività o per dir meglio la santità della vita divina unendoci per quanto è a noi possibile a Dio nella conoscenza di Lui, nell’amore e nella confidenza, nella stessa guisa che le tre Persone divine sono riunite in una sola nell’unità di pensiero, di volere e di azione. La grazia ci è stata data appunto a questo fine, affinché noi diveniamo santi. La santità è lo scopo finale della grazia. Accogliendo la grazia noi ci obblighiamo a tendere a quella perfezione e santità soprannaturale in cui consiste la somiglianza con Dio. La grazia verrebbe a mancare al suo scopo finale se non ci conducesse a santità (1). Santo è dunque ciò che ci porta a Dio (2) e ci rende tanto simili a Lui, o anche quello che, essendo a Dio somigliante, ci unisce per suo mezzo a Lui (3).

7. Nella fede cristiana otteniamo una cognizione soprannaturale, mentre le cognizioni che abbiamo sopra la scienza divina secondo la Rivelazione si dirigono da se stesse verso la conoscenza di Dio nella stessa guisa ch’Egli conosce se stesso. Nella carità cristiana ci viene infuso per mezzo dello Spirito Santo un amore verso Dio analogo a quello che Egli porta a se stesso, cosicché noi l’amiamo, non solo per i suoi benefizi a nostro riguardo, ma per Lui stesso. Perciò noi preghiamo così: Ti amo, mio Dio, perché Tu sei in te stesso il sommo, il perfettissimo, l’amabilissimo Bene. Infine nella speranza cristiana ci appoggiamo direttamente alla potenza di Dio come se fosse nostra propria e con ciò veniamo a sperimentare la sublime fiducia, non solo di ottenere l’aiuto di Dio in questa vita in ogni nostra necessità, ma di possedere un giorno Dio stesso per i secoli eterni e godere della pienezza della sua immensità.

8. La fede cristiana è perciò una conoscenza soprannaturale e divina, la carità cristiana è un amore soprannaturale e divino, e la speranza cristiana una fiducia soprannaturale e divina. Queste tre virtù vengono chiamate divine o virtù teologali (4). Così chiamansi appunto, non perché esse riguardano sopratutto a Dio, ma perché esse ci uniscono in maniera più intima ed immediata, potremo anzi dire in modo divino, a Dio stesso. Le altre virtù hanno la loro azione particolare ed il loro scopo immediato ed i loro mezzi, e mirano indirettamente per mezzo di questi allo scopo finale che è Dio. Le virtù teologali hanno Dio stesso per primo ed esclusivo oggetto ed al tempo stesso per motivo diretto, per cui non possono essere prodotte che per mezzo di una partecipazione alla natura divina (1).

9. Di queste tre virtù teologali Dio arma i suoi figli affinché essi conducano una vita degna dell’elevatezza del loro nuovo stato e possano già fino da questa terra d’esilio unirsi a Lui come a loro Padre e come oggetto della loro beatitudine. Esse sono anche eccellenti per prepararci alla vita eterna, per quella vita che un giorno godremo presso il nostro Padre celeste. Poiché la vita che noi dobbiamo condurre fin da questa terra come figli di Dio dev’essere della stessa specie di quella che ci aspetta in cielo, solo che in cielo conosceremo Dio come Egli conosce se stesso e lo godremo parimenti come Egli gode se medesimo. E come secondo la dottrina esplicita della S. Chiesa per tale conoscenza e per tale godimento di Dio è necessario il lume di gloria (2) che trasfigura le forze dell’anima nostra e dà loro forma divina, così già fino da questa vita le forze dell’anima nostra devono essere trasfigurate e divinizzate in modo preparatorio, cosicché noi possiamo conoscere ed amare Dio, se non nello stesso grado, almeno in modo somigliante a come lo faremo un giorno nell’eternità; ed anche perché possiamo anticipatamente sperare l’eterno gaudio con maggiore confidenza.

10. Come è certo che Dio per la grazia ci ha fatto suoi figli ed eredi del suo paradiso, altrettanto certo è il fatto che Dio dà ad ogni essere ciò che gli è necessario per raggiungere il suo destino. Ed è pure certissimo che Dio, per mezzo della grazia, provvede i suoi figli di quelle virtù teologali senza le quali essi non potrebbero unirsi a Lui in modo soprannaturale. Più noi penetriamo nel regno della natura e meglio ci è dato riconoscere con quale sapienza e con quale cura Dio ha provveduto le creature anche le più infime, perché esse possano conservarsi e compiere il loro destino. Più elevato è il regno della grazia e più sicuramente possiamo ammettere che anche in questo tutto è ordinato per i figli di Dio con una provvidenza meravigliosa. Osserva la pianta: essa ha le sue radici collocate profondamente sotto terra per cercare laggiù i succhi necessari al mantenimento e allo sviluppo del tutto; essa ha il suo stelo che va cercando senza posa la luce dalla quale riceve calore e vita; essa possiede energie meccaniche ed assimilatrici per succhiare e manipolare ciò che è necessario alla sua conservazione ed al suo sviluppo. E cos’è dunque l’anima graziata se non una pianta, un ramicello di olivo selvatico innestato in Gesù Cristo come in un olivo di qualità nobile e superiore? (Rm 11, 24). Nella fede essa ha le sue radici che penetrano profondamente nella divinità per estrarci un succo vitale tutto divino. La speranza è lo stelo con il quale essa si eleva verso il sole di giustizia per trovare in Lui luce e calore. La carità è la forza di attrazione per la quale essa si attacca a Dio per prendere in sé la sua propria vita, o meglio per immergersi in Lui. L’uccello, destinato a muoversi nelle regioni dell’aria, ha ricevuto da Dio penne ed ali, che gli permettono di librarsi in alto e, secondo il suo destino, un organismo che può sostenere per lungo tempo l’aria finissima delle grandi altezze, e che gli rende possibile di spiegare una forza di resistenza addirittura incredibile. Questa è l’immagine dei figli di Dio. Dalle profondità della loro natura, per la quale essi appartengono alla terra, si elevano sulle ali della fede, della speranza e della carità sino a Dio; si trovano a loro agio in regioni a cui gli uomini terreni non possono nemmeno pensare senza soffrir di vertigini, e, se cooperano fedelmente alla grazia, compiono opere tanto incredibili che la sapienza neghittosa del mondo ne mette il racconto nel campo della leggenda, vale a dire della parola e dell’inganno.

11. La grazia però non opera tutto da sé sola. Anche i più eccelsi doni di Dio rimangono infruttuosi se alla loro grandezza non corrisponde la fedeltà nell’uso di essi. Se l’uomo indirizza i suoi sforzi secondo la misura delle energie soprannaturali che ha ricevuto, egli può compiere cose inaudite, anche dei miracoli, come Dio ha accordato di fare ad alcuni suoi prediletti. È stato costruito un bastimento con tutti i migliori ritrovati dell’arte ma è là immobile perché da sé è incapace di alcun movimento. Ma fai che un braccio forte afferri i remi, spieghi la vela, accenda il fuoco e che col vapore sviluppi una potente forza motrice, e vedremo allora che il vascello inerte acquista moto, si precipita in alto mare, fende le onde con una rapidità vertiginosa, ed in pochi giorni è all’estremità della terra da dove ritorna poi carico di tesori. Il cristiano è in simile modo gettato nel mare tempestoso di questo mondo, alla ricerca del porto del cielo, le sue forze naturali gli permetterebbero appena di traversare un piccolo fiume o, al massimo, di condurre una barchetta da un porto a un altro in un mare non troppo vasto. Ma nel vasto oceano che divide il finito dall’infinito gli sono necessari altri mezzi ed altre forze per giungere sano e salvo al punto lontano. Questi mezzi e queste energie Dio ce le dà nelle virtù teologali. La fede è la nostra bussola che ci dirige con infallibile sicurezza verso la patria celeste che noi stessi non possiamo scorgere. La speranza prende il luogo di remi e della vela, perché c’infonde una fiducia soprannaturale di raggiungere sicuramente la nostra mèta lontana, rinfranca il nostro coraggio e ci assicura l’aiuto dell’onnipotente Iddio. Finalmente la carità è il principio del movimento. La santa e potente energia motrice che ci porta a Dio con maggior forza e rapidità che non il vapore porti un bastimento attraverso l’oceano. Con la forza di queste virtù avanziamo animosi a vela spiegata, lottiamo contro le tempeste, dominiamo le onde, evitiamo gli scogli ed i banchi di sabbia ed arriviamo felicemente al porto dell’eternità.

12. O quanto è grande la bontà di Dio, quanto eccelsa la magnificenza della grazia la quale eleva così in alto tutte le forze della nostra natura spirituale, trasformandola in modo meraviglioso. Inaudita è la sua benignità nell’introdurre allo stesso tempo queste tre virtù nell’anima nostra per effondere in essa una vita celeste e divina! Possano dunque i cristiani meditare spesso l’elevatezza e la preziosità di queste virtù teologali, e, col continuo esercizio di esse, gustarne tutta la dolcezza e l’amabilità. Allora essi non daranno più così poco valore a queste virtù come alla grazia stessa che ne è la sorgente, ma si stimeranno al contrario ben felici di possederle e di coltivare nell’anima loro una vita celeste e divina.

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