La grazia prepara l’uomo alla partecipazione della conoscenza di Dio, alla visione immediata della bellezza divina

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Riproduciamo per i nostri lettori il Capo VIII del Libro I del volume del teologo e mistico tedesco M. J. Scheeben intitolato “LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA DIVINA”. Il testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 1943 per i tipi della SEI. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

1. Affinché tu pure, o cristiano, riconosca quale bellezza e santità si nascondono nella grazia, considerala nella sua piena grandezza, cioè là dove il lume della grazia si cambia in lume di gloria o trasfigurazione. Di qui intenderai quanto la grazia ti faccia realmente e pienamente partecipe della natura divina.

2. Per il suo intelletto l’uomo ha già per sua natura una certa rassomiglianza con Dio, eppure vi è una distanza infinita tra la natura divina e l’umana. Poiché l’intelletto dell’uomo e anche dell’angelo il più elevato può di per sé conoscere da vicino solo le creature e le essenze create e finite, ma il Dio grande ed infinito non può che intuirlo, e non può vederlo che velato e non a faccia a faccia. Egli, il Creatore e Signore, non può esser riconosciuto dalla creatura intelligente che nelle sue opere (2) e nei suoi effetti, press’a poco come noi la notte vediamo il sole nella luna luminosa. «Ognuno lo vede da lontano», dice la Sacra Scrittura (Gb 36, 25). In forza delle loro facoltà naturali essi vedono solo l’orlo della sua veste, cioè un riflesso della sua magnificenza e della sua grandiosità nella bellezza meravigliosa della sua creazione. Egli stesso però, «l’invisibile Re dei secoli, che nessuno degli uomini vide, né può vedere, abita», secondo le parole dell’Apostolo, «in una luce inaccessibile» (1Tm 6, 16). La sua luce è troppo abbagliante, la sua bellezza troppo eccelsa, la sua grandezza troppo sconfinata perché l’occhio debole della creatura possa fissarsi in Lui senza rimanerne abbagliato. Perciò i Cherubini stessi si velano la faccia e, compresi dal più profondo timore riverenziale, si prostrano per adorarlo.

3. Solo Dio stesso può, per sua natura, mirare la propria essenza: solo «il suo Figlio Unigenito che riposa nel seno del Padre» (Gv 1, 18) e che ha la stessa sua natura, Lui solo lo mira faccia a faccia. Solo lo Spirito Santo, che è in Dio, penetra la sua intima essenza, come anche nell’uomo, solo lo spirito che è in esso conosce se stesso nelle sue più intime fibre (1Cor 2, 11). Per vedere Dio fa d’uopo o essere un altro Dio oppure essere partecipi della natura divina.

4. Perciò, o cristiano, anche il tuo occhio spirituale deve essere divinizzato e la tua anima partecipe della natura divina se tu vuoi vedere Dio faccia a faccia. Il velo che copre la tua debole vista deve cadere; la luce stessa del sole divino deve rischiararlo e renderlo atto a sostenere i potenti raggi solari, e così metterti in grado di alzare il tuo sguardo su di Lui! Questo sarà compiuto dal «lume di gloria» (3) nel quale noi un giorno speriamo di essere accolti.

5. Per ora ne abbiamo solo la speranza ed un pegno sicuro (2Cor 1, 22; Ef 1, 14) nella grazia. Poiché se questa non ci rende in alcun modo possibile la visione, ce ne prepara però la via. A ciò appunto è destinata la grazia: di restare cioè con noi finché essa non si trasformerà in gloria, come il seme nell’albero e il fiore nel frutto (5). Dio ci prepara già fino da ora alla sua visione riversando su di noi la sua grazia.

6. In tal senso l’Apostolo ci conforta col pensiero del beato avvenire: «Noi tutti a faccia scoperta, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, ci trasformeremo nella stessa immagine di gloria in gloria, come per opera dello spirito del Signore» (2Cor 3, 18). S. Giovanni parla nello stesso tenore: «Noi saremo simili a Dio, perché lo vedremo come Egli è» (1Gv 3, 2). Il Figlio di Dio parla come suo Padre, come se fin da ora fossimo in possesso di tutto: «Padre, io ho dato loro la gloria che Tu hai dato a me, che io ebbi da te fin dal principio del mondo» (Gv 17, 22).

7. Dunque in cielo conosceremo Dio come Egli conosce sé stesso e come conosce noi. «Allora conoscerò per intiero», dice l’Apostolo, «come anch’io sarò conosciuto» (1Cor 13, 12). È però impossibile che noi possiamo ricevere una conoscenza della divinità simile a quella di Dio stesso, una conoscenza che è solo propria della natura divina. Perciò anche un dottore della Chiesa (3) dichiara che la visione di Dio non può esserci comunicata in altro modo che col divenire noi divinizzati. E viceversa, se noi siamo veramente fatti partecipi della natura divina e siamo divinizzati, ne risulta soprattutto che noi siamo chiamati a prender parte alla conoscenza divina.

8. Quale grazia, quale prodigio non è mai questo, o cristiano! E non devi qui forse anche tu esclamare con S. Pietro: «Dio vi ha chiamato alla sua meravigliosa luce?» (1Pt 2, 9). Chi dunque potrà stimare come si merita la grandezza e la sublimità di questa grazia? Già dobbiamo ringraziare Dio per averci dato il lume degli occhi col quale possiamo conoscere la meravigliosa bellezza della creazione. Questo dono, però, l’abbiamo comune con gli animali. Quanto più dovremmo santamente vantarci per avere in noi un lume ben più alto e sublime, il lume dell’intelletto. Per questo, non solo veniamo a conoscere le proprietà esteriori delle cose sensibili, il loro colore, il loro profumo, il loro gusto, ma ancora la loro essenza, la loro bellezza ed armonia, l’utilità che possono darci, lo scopo al quale noi possiamo farle servire. Con questo possiamo inoltre percepire le cose spirituali, la nostra anima immortale, la verità, la virtù, la giustizia, e finalmente Dio stesso rispecchiato nelle sue creature. Ma con tutto ciò non arriveremo mai a conoscere l’infinita verità e bellezza di Dio in se stessa; l’uso del nostro intelletto, al contrario, ci convincerebbe sempre più della distanza che passa tra la nostra natura e quella divina e come nessun occhio creato può penetrare nel mistero di Dio. Sarebbe in pari tempo vano e temerario il volerci avvicinare all’inaccessibile luce di Dio; la sua gloria ci opprimerebbe. «Niuno può vedere Dio e rimaner vivo», dice la Sacra Scrittura (Es 33, 10), ed ancora: «Chi si fa scrutatore della Maestà (di Dio) sarà oppresso dalla gloria» (Pr 25 27). «Ma ciò che è impossibile agli uomini, dice il Divin Salvatore (Lc 18, 27), è possibile a Dio». Nella sua infinita potenza e bontà Dio si abbassa a noi per sollevarci sino a Lui. Egli stesso c’introduce nella sua luce meravigliosa; Egli ci riempie di questa sua luce perché in essa possiamo mirare Lui stesso. «Nel tuo lume noi vedremo la luce», canta il Salmista (Sal 35, 10). Nel suo, non nel nostro lume, possiamo vedere Dio. Questo si compirà naturalmente nell’altra vita quando saremo pervenuti alla visione di Dio. Continua è però anche quaggiù la rivelazione soprannaturale. Come già abbiamo considerato, l’aurora che ci prepara al pieno meriggio della gloria è il lume della grazia e della fede.

9. E che sono mai tutti i lumi naturali delle creature intelligenti in paragone di questo lume divino? È come la luce fioca di una lampada che debolmente rischiara l’interno di un’angusta abitazione umana mentre al di fuori il sole getta fasci di luce abbagliante sull’intero universo. Per quanto elevato sia l’intelletto umano, pure l’occhio dei Santi – trasfigurato dalla luce di Dio – messo a confronto con quello dell’uomo, è come l’occhio dell’aquila che fissa il sole senza restarne accecato, paragonato a quello di un uccello notturno. Se dunque noi sentiamo un desiderio naturale ed incessante di conoscere la verità e di godere il bello, perché dunque non cerchiamo di soddisfarlo dove solo può essere saziato? Se cerchiamo d’acquistare la scienza con tanta fatica, perché non ci rivolgiamo alla sorgente dell’eterna luce? Tutta la nostra sapienza naturale non è poi in fondo che imperfezione e miseria, e per quanto facciamo non potremo restare che alla superficie. Ma il lume della grazia ci conduce anche quaggiù nella conoscenza profonda o almeno nell’imitazione dei misteri divini, quando apprezziamo altamente la fede, quando manteniamo puro il cuore e quando per la cristiana applicazione alle cose eterne nella preghiera e nella meditazione, cerchiamo di abituare lo spirito alla ricerca, delle verità soprannaturali. Ma un giorno lo stesso lume della grazia ci condurrà nella luce di Dio dove noi conosceremo, non solo le ombre della verità, ma l’essenza e la cagione suprema di ogni verità, ed in Lui tutto ciò che ora cerchiamo o che già sappiamo, ma nel grado il più ampio e perfetto.

10. Nella visione di Dio la grazia ci rende anche partecipi della beatitudine divina (1), poiché ci eleva all’unione spirituale con Dio, vale a dire al godimento immediato dell’infinito e sommo Bene. La ragione per cui qui in terra la conoscenza di Dio non ci alletta al segno che nient’altro ci resti a desiderare si è che quaggiù comprendiamo Dio in modo alquanto oscuro. Ma quando un giorno contempleremo Dio a faccia a faccia, e come Egli è nella pienezza della sua magnificenza e della sua verità, tale conoscenza da un lato ci trarrà così vicino a Dio, dall’altro riempirà talmente il nostro spirito, che tra esso e Dio non vi sarà più lacuna di sorta, non vi sarà più luogo ad alcun desiderio, ed allora il nostro cuore del tutto pago, sarà sommamente beato (2). Se dunque la nostra natura divina è tanto al disopra della nostra, tanto più sarà la beatitudine che essa ci parteciperà quando Dio ci riempie di sé, beatitudine che non ci sarebbe mai dato godere per alcuna delle cose create. L’animale non ha le stesse facoltà di godimento dell’uomo: ad esso bastano diletti sensibili e materiali. L’uomo si diletta di cose spirituali: l’ordine, l’armonia, la bellezza lo attraggono, ed in modo particolare nelle opere di Dio, nella verità e nella virtù. Questi oggetti non lo soddisfano pienamente, ma l’uomo per sua natura non ha altro che in qualche maniera gli si confaccia.

11. Dunque Dio, per mezzo dello Spirito Santo, ci fa partecipi alla sua natura divina e con questo ci rende idonei a conoscere la di Lui natura per farci col suo godimento beati come Lui. Per la immensa felicità e beatitudine di Dio è sufficiente un unico oggetto; la sua propria essenza, infinitamente buona, bella, meravigliosa. E colui che vien fatto partecipe della natura divina non può trovare vera felicità in ciò che sta al disotto di Dio o che almeno non gli sia di aiuto ad avvicinarsi a Lui ed a renderlo a Lui somigliante. È inoltre evidente che niuno potrà partecipare a questa beatitudine soprannaturale se non sarà stato ad essa preparato dalla grazia.

12. E non vi è dubbio che solo nel lume di gloria saremo pienamente felici. Ma poiché la grazia è la disposizione alla gloria e, per così dire, la sua radice, e poiché noi per il lume della fede possiamo spingere almeno uno sguardo intuitivo nei misteri della vita eterna, perciò possiamo essere veramente felici anche quaggiù nonostante tante imperfezioni. E lo saremo nel grado in cui andremo perfezionandoci per mezzo della grazia, ed a misura che sarà in noi più profondo lo spirito di fede.

13. Già sarebbe stata gran cosa per noi se Dio ci avesse permesso di starcene a rispettosa distanza dinanzi alla sua porta; di là avremmo potuto scorgere ed ammirare stupiti la grandiosità dell’opera sua e la magnificenza della sua casa. Ma Egli invece vuol farci entrare nel suo santo regno, ci vuol collocare nel suo trono e condurre alla sua mensa (Mt 8, 11), ci vuol far, mirare la sua stessa bellezza che racchiude in una sublime unità tutte le bellezze delle sue opere con tutte le loro meravigliose varietà; quella bellezza nel cui godimento Egli, col Figlio e con lo Spirito Santo è in eterno beato; quella bellezza che gli Angeli bramano rimirare e di cui un solo raggio basterebbe ad inebriare di gioia tutti gli spiriti creati. Tale beatitudine non l’avrebbe potuta immaginare o desiderare la più eccelsa tra le creature e molto meno pretenderla! Quanto più dunque dobbiamo dimostrarci grati a Dio per questa grazia così straordinaria! E che di meno può esigere Dio dalla nostra gratitudine che di avere in alta stima la fede la quale ci traccia la via alla sua visione, e che dai tesori della sua bontà che Egli riversa su di noi con sì generosa profusione prendiamo motivo di eccitare in noi una brama così accesa che ci faccia di continuo pensare ed esclamare col Salmista: «Io cerco la tua faccia; la tua faccia, o Signore, io ricerco» (Sal 26, 8); e che noi sospiriamo di conoscere Dio come Egli conosce noi! (1Cor 13, 12).

14. «È inesprimibile il gaudio, o mio Dio», dice S. Anselmo (4), «che gusteranno in te i tuoi Santi! Certamente ti godranno in proporzione del loro amore e ti ameranno secondo la conoscenza che avranno di Te! Ma quanto bene ti conosceranno e come ti ameranno! Nessun occhio ha veduto, nessun orecchio ha ascoltato e nessun uomo ha mai potuto immaginare a qual grado ti conosceranno e ti ameranno nell’altra vita! Ti prego, o mio Dio, fai ch’io possa conoscerti ed amarti per potermi rallegrare in Te. E se per ora non posso farlo in modo perfetto, fai che questo mio gaudio cresca di giorno in giorno fino a che raggiunga in cielo la sua pienezza. Accresci in me quaggiù la cognizione di Te, mio Dio, e lassù essa sarà perfetta; fammi crescere nel Tuo amore qui in terra e così in cielo questo amore sarà perfetto, affinché grande sia il mio gaudio quaggiù nella speranza, e pieno ed assoluto in Te nell’altra vita. O Signor mio, Tu comandi e ci ammonisci, per mezzo del tuo Divin Figlio, a chiederti che la nostra gioia sia completa, e Tu prometti altresì di darcela. Io dunque ti scongiuro, Dio fedelissimo, a darmi la pienezza del tuo gaudio. Possa frattanto l’anima mia contemplarlo, la mia lingua tesserne le lodi, il mio cuore amarlo, la mia anima averne fame, la mia carne esserne assetata, tutto il mio essere intento a raggiungerlo, fino a che non entrerò nel gaudio del mio Signore, che come Dio trino ed uno sia lodato per tutta l’eternità»