La luce come simbolo della grazia

1

Terminata la riproduzione integrale del Libro I, riproduciamo per i nostri lettori il Capo I del Libro III del volume del teologo e mistico tedesco M. J. Scheeben intitolato “LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA DIVINA”. Il testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 1943 per i tipi della SEI. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

1. Nel libro precedente abbiamo considerato l’unione soprannaturale e misteriosa con Dio che in noi produce la grazia; abbiamo veduto come essa ci fa templi vivi dello Spirito Santo e di tutta la SS. Trinità generando per tal modo una vita divina nell’anima nostra. Abbiamo visto altresì come a quest’anima è stata accordata la dignità di figlia, amica e sposa di Dio e come è stata corredata di tutte le qualità e prerogative corrispondenti. Abbiamo veduto in ultimo come finalmente la grazia fa di noi un sol corpo con Cristo ed un solo spirito con Dio. Ora dobbiamo procedere innanzi e cercare di penetrare le operazioni della grazia nell’anima ed i frutti che ne produce. Finora ogni sguardo che abbiamo rivolto alla grazia ci ha scoperto nuovi prodigi, nuove bellezze. Ma stiamo pure certi che le sue ricchezze sono inesauribili e che a misura che noi procederemo innanzi saremo presi e soggiogati da sempre nuove meraviglie.

2. Tutto ciò che abbiamo detto e che ancora andremo dicendo, vogliamo renderlo appunto più evidente inquantochè noi, secondo gli ammaestramenti della Sacra Scrittura e dei Santi Padri, presenteremo la luce materiale quale immagine della grazia (1) come del resto già abbiamo fatto in singole circostanze. Come la luce materiale è stata chiamata la grazia del sole, così i Santi Padri chiamano la grazia la luce di Dio. Anche il sole materiale è la più sublime immagine di Dio poiché Egli è per il mondo spirituale ciò che il sole è per il mondo fisico.

3. Dio è il sole di giustizia e dell’eterna verità, la più sublime bellezza e l’infinito amore, la gloria più pura e la beatitudine perfettissima. “Dio è luce ed in Lui non vi è oscurità alcuna” ci dice S. Giovanni (1Gv 1, 5). La stessa natura divina è luce la più pura (2). Se noi ne siamo, fatti partecipi per mezzo della grazia, deve perciò anche questa essere a sua volta una luce che irrompendo dal seno di Dio illumina l’anima nostra, la trasfigura, e di chiarezza in chiarezza la cambia nell’immagine di Dio (2Cor 3, 18). E se Dio – che è Egli stesso luce – è anche, secondo che dice S. Giacomo (Gc 1, 17), il “Padre dei lumi dal quale viene ogni ottima cosa ed ogni dono perfetto”, così anche la grazia – come il migliore e più perfetto dono di Dio – è il lume più puro e sublime, il cui padrone è Dio. Essa è quel lume per il quale in questa vita ci viene rischiarata l’oscurità, almeno per quel tanto che noi possiamo trovare la via per raggiungere il nostro fine. Se ci sforziamo di far questo veniamo allora introdotti nella luce inaccessibile di Dio dove ci viene rivelata nella sua piena profondità la gloria di Dio la quale si lascerà vedere a noi svelata, faccia a faccia.

4. Per la grazia noi nasciamo dalla luce di Dio e dal fuoco dello Spirito Santo; noi diveniamo, come figli di Dio, “figli della luce” (Ef 5, 8) e come Dio siamo noi stessi chiamati “luce”. Perciò dichiara l’Apostolo: “Voi eravate un tempo tenebre ma ora siete luce nel Signore” (6). In modo analogo si esprime S. Pietro rivolgendosi ai graziati: “Ma voi siete stirpe eletta, affinché proclamiate le virtù di Colui che dalle tenebre vi ha chiamato alla sua luce meravigliosa” (7). L’immagine della luce è così bella ed appropriata che non possiamo parlare della grazia senza parlare del lume della grazia stessa (4 ). Perciò tale immagine viene usata regolarmente anche nel linguaggio della S. Chiesa. Il catechismo romano non trova altro modo per descriverci la grazia che quello di presentarla a noi come un certo splendore, ed una luce che cancella ogni macchia dalle anime nostre e le rende più belle e più radiose (l). I Santi Padri chiamano il Battesimo, nel quale siamo per la prima volta rigenerati alla luce, il Sacramento dell’illuminazione o semplicemente illuminazione (2).

5. Tra tutte le cose che cadono sotto i nostri sensi la luce è senza dubbio la cosa più pura, più bella, più nobile e leggiadra. Benché noi vediamo tutte le altre cose per mezzo della luce essa è però nella sua natura e nella sua essenza così misteriosa che nessuno ha potuto mai scandagliare che cosa è la luce e cosa non è. Benché essa si trovi nei corpi, ha però in sè qualcosa di spirituale, non essendo legata a nessun luogo. estendendosi dappertutto, penetrando tutti i corpi ed avvivando l’intera natura. Allo stesso modo è la grazia nello spirito creato, e, quantunque ossa sia pure a sua volta creata, pure è in parentela con Dio, anzi è cosa divina, uno strabocco della natura e della magnificenza divina. Benché la luce sia presente in ogni cosa ed in tutte si manifesti, essa non può essere però approfondita in se stessa; così anche la grazia è un abisso insondabile di bellezza e di meraviglie.

6. Se già la luce sensibile è così ricca di prerogative e di magnificenze tanto che non troviamo parole adatte per esprimerla, quanto più dovrà essere impenetrabile e degna di lode la grazia nella pienezza delle sue dovizie! La luce viene riguardata da tutti con somma meraviglia, è ricercata dai naturalisti, cantata con entusiasmo dai poeti. Viene chiamata il fiore dei colori, la bellezza del mondo, il sorriso dei cieli, il sollievo dell’anima, un’immagine di Dio, la vita delle cose, il vincolo dell’universo. La sua lode più eccellente consiste però in questo, che nella creazione la luce fu il primo ornamento del mondo, avendo essa sbandito dalla terra l’oscurità caotica, ed essendo stata dichiarata e lodata come buona dal Creatore medesimo. Tutto però di ciò che vi ha nel mondo sensibile di magnifico ed attraente e che eccita il nostro amore e la nostra meraviglia ritrovasi nel modo più eccellente e meraviglioso nella luce della grazia. Quella dà vita ai colori; senza luce essi sarebbero morti o vani, senza luce non si distinguerebbe la perla dal sassolino, ne la porpora dalla stoffa di lana la più comune. Allo stesso modo anche tutti gli spiriti creati, le anime degli uomini, come degli angeli in cielo, senza la grazia si troverebbero coperti da una oscurità di morte, sarebbero, secondo l’espressione di S. Agostino (1), ancora deformi e informi, non valendo niente al cospetto di Dio, essendo come se non fossero. Solo avvinti dalla grazia vennero alla luce, ricoperti di quei magnifici ornamenti che deliziano lo stesso sguardo di Dio. Se la luce sensibile è un efflusso del più perfetto tra i corpi, cioè del sole, così la grazia è un efflusso del perfettissimo tra gli spiriti, del divino sole spirituale, il quale ha posto il sole visibile come una pallida immagine della sua gloria. Come il sole fa dei pianeti, oscuri per se stessi, tante stelle luminose, così la grazia nel cielo spirituale fa delle anime tante stelle radiose, come dice il profeta Daniele: “I giusti brilleranno come astri nell’eternità senza fine” (Dan 12, 3). Se la luce fisica cambia uno specchio od un terso cristallo in una immagine del sole materiale, tanto che ci parrebbe di vedere il sole stesso, non potendo noi nemmeno sopportare il suo riflesso, così la grazia riunisce sopra la nostra anima gli splendori del sole divino, ne la riveste come di un manto regale, ed introduce il sole stesso nei suoi più interni recessi, come un lume in un fanale. Che vi è di più abbagliante di uno specchio quando d’improvviso riflette il pieno splendore del sole? Noi poco ci curiamo della bellezza di questo spettacolo perché vi siamo tanto abituati, ma come ne sarebbero deliziati i nostri sensi e la nostra intelligenza se noi lo vedessimo per la prima volta! Ma il fulgore di quello specchio non è nemmeno un’ombra della maestà dell’anima che per la grazia, non solo accoglie in sé l’immagine di Dio, ma Dio stesso, e viene riempita ed inondata di tutto ciò che vi ha in Lui di più bello e magnifico!

7. L’antica filosofia distingue sette prerogative principali della luce: essa penetra, illumina, riscalda e infiamma, vivifica, amplifica, innalza e forma. Tutte queste prerogative le possiede anche la grazia, solo però in maniera più elevata ed in proporzioni maggiori.

8. La luce penetra e trasfigura i corpi trasparenti ai quali essa si comunica. Ogni altro ornamento, colore, oro e pietre preziose, non può adornare i corpi che esternamente, ma non dar loro alcun lustro interiore. Tali sono per gli uomini le ricchezze, gli onori, la bellezza corporale, ed anche le qualità naturali dello spirito per le quali un individuo si distingue dall’altro, cioè l’istruzione e ciò che usiamo chiamare educazione, ornamento puramente esteriore che tocca solo la superficie, ma non l’interno dell’anima. La grazia invece, come luce divina, penetra l’anima per ogni verso, in tutte le sue parti, in tutte le sue facoltà, sino al fondo più intimo della sua essenza e la trasfigura in una celestiale bellezza ed in splendore tutto divino.

9. La luce rischiara l’occhio e lo riempie delle immagini delle cose esteriori senza riguardo alla loro vicinanza o distanza. Essa sola ci mostra la forma e la qualità della cosa, le cui prerogative osserviamo di poi per mezzo degli altri sensi. Anzi essa porta la nostra osservazione ad un punto a cui non può giungere alcun altro dei nostri sensi, ben lungi al di là dei confini della terra, sino alle più lontane stelle del firmamento. Così anche la grazia. Essa illumina l’occhio dell’anima nostra, o meglio le fornisce un nuovo occhio con il quale essa può penetrare in un mondo nuovo. Con la nostra ragione non possiamo riconoscere che il lato esterno della verità; non prendiamo con questo che un riflesso della verità eterna nel mondo creato, solo le operazioni e l’effusione di essa, ma non essa stessa. Il lume della grazia ci fa invece conoscere per mezzo della fede e della sapienza ad essa collegata, come pure per mezzo della vista del mondo visibile, il fondamento eterno del visibile e dell’invisibile, di ciò che è temporale ed eterno, cioè l’amore di Dio. Il lume della grazia ci porta fino al seno di Dio, nella sua luce inaccessibile, per lasciarci penetrare nei più profondi misteri del suo cuore, misteri che di per se stessi non è dato vedere che all’Eterno Padre, al suo Unigenito Figlio, ed allo Spirito Santo il quale scruta la più intima profondità di Dio. Poiché per la grazia, secondo l’Apostolo “quel Dio stesso che fece risplendere la luce dalle tenebre lampeggia nei nostri cuori a illuminare la conoscenza della gloria di Dio (rifulgente) nel volto di Cristo” (2Cor 4, 6).

10. La luce riscalda ed infiamma i corpi poiché essa è affine al calore. Assai più che nel sole materiale, trovansi in quello divino luce e calore uniti in modo indissolubile; dalla luce del Padre e del Figlio parte l’ardore dello Spirito Santo, il fuoco del divino amore.

11. La luce del sole risveglia e conserva la vita in tutta la natura. Quando il sole durante la notte sparisce per breve tempo, ogni vita dorme sulla terra; i calici dei fiori si chiudono, le gaie canzoni degli augelletti si tacciono, ogni forza cade spossata ed ogni vivente aspetta con vivo desiderio lo spuntare dell’aurora. Quando nell’inverno il sole si ritira e non fa scendere che a metà le sue benedizioni, le piante perdono ogni vita, le campagne si cambiano in un nudo deserto, finché non ritorna la primavera e con essa la piena effusione del sole a portare in tutto una nuova vita. In modo assai più potente opera la grazia nell’anima. Senza la grazia l’anima non nasconde in sé nemmeno il germe di quella vita celeste alla quale Dio ci ha chiamati. Con essa però l’anima diviene un magnifico paradiso che fiorisce in un’eterna primavera, che non conosce notte, né inverno, che produce sempre nuovi fiori senza che i precedenti appassiscano, e per la bellezza dei colori ed il profumo dei suoi fiori incanta l’occhio ed il cuore di Dio. È quindi tutta colpa nostra se talvolta per la nostra tiepidezza si fa notte in noi, o quando anche un vento ghiacciato viene ad estinguere in noi il calore dell’amore divino.

12. La luce, per mezzo del calore, suo compagno inseparabile, distende l’oro e gli altri metalli, ne estrae l’aria e li rende elastici. Molto più espande la grazia l’angusto vaso dell’anima nostra. Poiché essa non solo la illumina e la riempie di calore e di energia, ma la rende atta ad accogliere in sé sempre nuovi e più grandi tesori di grazie. Più noi approfittiamo della grazia, più essa allarga la nostra capacità di riceverla in noi. Essa aumenta l’elasticità dell’anima nostra tanto che le sue brame e la sua attività sorpassano di gran lunga quelle delle sue forze naturali. Essa desidera ed intraprende generosamente imprese sempre più grandi fino a che il mondo intero diviene troppo angusto per la sua attività, e Dio solo, nel suo essere infinito, potrà saziare le inquiete sue brame.

13. Per la forza della luce l’aria riscaldata sale dalla terra verso il cielo; per essa si eleva la pianta dal seno della terra e si rivolge alla sorgente della luce per godersi il sole ed imbeversi di quei raggi benedetti. Allo stesso modo eleva la grazia l’anima nostra verso il sole divino e la rivolge verso di Lui con ardenti brame, tanto che essa lotta e cresce fino a che non è unita con Dio. Di qui nasce ogni accrescimento spirituale.

14. La luce finalmente modella e forma. Questa qualità, conosciuta da tanto tempo, solo ora si palesa a noi nella sua pienezza, dacché noi con la luce possiamo avere le immagini le più reali e fedeli. L’arte umana con tutti i suoi mezzi non può presentarci un’immagine più somigliante di quella che noi lasciamo imprimere dalla luce stessa sopra una lastra preparata. Sotto l’influsso del sole sviluppano le piante quella forma adatta al loro essere e che corrisponde al disegno del loro creatore. Non può esistere un’immagine più fedele dell’uomo di quella formata dalla luce in uno specchio. In pari modo Dio non può riprodurre un’immagine più perfetta di se stesso se non per mezzo della luce della grazia. Nelle cose naturali Dio non ha messo che un’ombra della sua bontà, giustizia e fecondità, perciò queste cose non possono che poco assomigliarsi a Lui. Ma per la grazia Egli riversa in noi a torrenti la luce della sua natura, come in uno specchio, affinché operi in tutta la sua energia e riproduca in noi, non uno schizzo, ma una immagine reale, completa e vivente della sua santità.

15. In tal modo possiamo continuare ancora le nostre meditazioni sulla grazia sotto l’immagine della luce sensibile, essendo essa il simbolo di tutto ciò che vi ha di buono e di bello, di amabile, dolce, amichevole, di confortante, di mite; di puro, schietto corroborante; di luminoso, magnifico e perfetto. Anzi più noi ci rallegriamo delle sue prerogative e più ci diverranno invisibili quelle che percepiscono i nostri occhi corporali; l’ideale che ci rivela la fede ci riempirà di entusiasmo, e tanto di più a misura che vediamo con maggiore chiarezza come l’immagine sensibile è infinitamente inferiore al suo perfettissimo ideale.

16. Se dunque la luce sensibile ci è tanto cara e preziosa che l’esserne privati reputiamo cosa orribile come la stessa morte, non dovremmo noi perciò stimare ed amare infinitamente di più la luce della grazia? Tobia considerava la sua cecità come una dura prova. Egli diceva che ogni gioia era ormai bandita dalla sua vita trovandosi in quella profonda oscurità e non potendo più mirare la luce del cielo (Tb 5, 12). Ma non è forse ancora più degno di compassione colui che per il peccato mortale è separato dalla luce di Dio e piomba nella più cupa notte dello spirito? Brancolando qua e là, inciampa ad ogni piè sospinto e cade poi nel baratro più orribile, respinto dalla faccia di Dio, e non trovando né pace, né requie in alcun luogo. Nella sua cecità corporale Tobia conservò la luce della grazia e poté perciò sopportare con pazienza e consolazione l’oscurità dei suoi occhi, essendo egli sicuro che la vista perduta sulla terra gli sarebbe stata ridonata presso Dio nell’eterna luce del cielo. Il peccatore, se non si converte, non ha più speranza di ritrovare la luce della grazia e deve molto temere che nelle tenebre infernali anche la luce della ragione che ora gli è stata lasciata non ridonderà che a suo maggiore terrore e supplizio. Si racconta che una volta in una città del Portogallo, mentre S. Francesco Borgia celebrava la S. Messa, sopravvenne una oscurità così fitta che di pieno giorno si scorgevano le stelle. Gli astanti furono presi da grande terrore immaginando fosse il momento dell’universale giudizio. Per la città non si udirono che pianti e lamenti; tutti abbandonarono le proprie case e come estremo rifugio corsero in chiesa dove speravano trovarsi più al sicuro sotto la protezione dell’uomo di Dio. Ma poiché anche in chiesa le grida ed i lamenti non cessavano, S. Francesco, dopo il Vangelo, si voltò ai fedeli e con parole di fuoco fece loro osservare quanto era necessario l’aver somma cura ed ardente zelo per conservare nelle loro anime lo splendore del sole divino, mentre la breve oscurità del sole creato li riempiva già di tale spavento e traeva dal loro petto lamenti e singulti senza fine. Ed aggiunse che la privazione della vera luce della grazia, dovuta ad ogni peccato mortale, e tutti i mali ed i pericoli che ne conseguono, sono in verità i soli mali immensi, insondabili ed anche i soli a temersi. Noi stessi vediamo in un eclisse di sole come la natura si riempie di angoscia; gli uccelletti volano inquieti qua e là, gli animali si nascondono, e noi stessi saremmo presi da terrore se non sapessimo che il sole non si dissolve, ma solo è coperto temporaneamente e presto tornerà a brillare del suo consueto splendore. O potessimo noi pure esser presi da spavento al solo pensiero che per un peccato grave chiudiamo il cuore al sole della grazia ed estinguiamo – forse per sempre e irrevocabilmente – la sua luce in noi!

17. Affinché conserviamo sempre in noi il lume celestiale della grazia noi dobbiamo ripulire l’anima nostra da ogni impurità e da ogni lordura. Come la luce non può riverberarsi in uno specchio se questo non è liscio e pulito, né penetrare bene addentro in un corpo se non è chiaro e trasparente, così la grazia non potrà penetrare in un’anima se questa non è pura dalla lordura del peccato e non si schiude ad essa come un terso cristallo. La luce corporea la vediamo coi nostri occhi, quella spirituale col cuore (1). Per godere della luce sensibile l’occhio dev’esser puro, per godere di quella spirituale è necessaria la purezza del cuore (2). Meno noi lasciamo ricoprire l’anima nostra dalla polvere dei peccati veniali, meno noi la macchiamo con l’attacco alle cose terrene, sensibili ed anche peccaminose, più la grazia verserà in essa la sua luce celeste e le manifesterà i suoi splendori divini. “Beati i mondi di cuore”, disse perciò il Salvatore, “poiché essi vedranno Dio” (Mt 5, 8).

18. In qual modo poi possiamo impedire che si estingua la luce della grazia nell’anima nostra ce lo dice S. Giovanni Crisostomo (4) nel suo commento alle parole dell’Apostolo: “Non spegnete in voi lo spirito” (1Tes 5, 19). “Fitte tenebre”, dice il santo Dottore, “notte oscura, e dense nuvole ricoprono tutta la terra. È ciò che S. Paolo esprime con queste parole: ‘Un tempo voi eravate tenebre’ (Ef 5, 8). Essendo dunque notte oscura intorno a noi, senza che splenda la luna, e noi camminiamo alla ventura in questa notte, Dio ci ha voluto dare un lume magnifico, mentre Egli accende nel nostro cuore la grazia dello Spirito Santo. Questo lume alcuni lo hanno reso più brillante, più chiaro, più piacevole, come Pietro, Paolo e tutti quei santi; altri però lo hanno lasciato estinguere come le vergini stolte, come coloro in cui la fede ha fatto naufragio, come l’incestuoso di Corinto e gli apostati Galati. Perciò S. Paolo andava ripetendo: ‘non estinguete in voi lo spirito’, con cui voleva dire: abbiate cura della grazia dello Spirito Santo! La grazia viene però estinta con una vita corrotta. Poiché, come un lume si spenge quando vi si getta sopra dell’acqua o della terra, oppure quando viene a mancare l’olio, o quando anche, lasciando la lanterna mezzo aperta tu non chiudi la porta di casa: la corrente d’aria estinguerà immancabilmente la tua lanterna. Queste aperture che spengono la lanterna sono in noi i nostri occhi ed i nostri orecchi. Non permettere che il vento violento delle tentazioni vi penetri ed estingua la tua lampada, ma piuttosto serra quelle aperture col timore di Dio. La bocca però è la porta, e questa tu devi sbarrarla. Allora la luce potrà penetrare bene addentro, ed ogni pericolosa intrusione dal di fuori sarà eliminata. Qualcuno, per esempio, ti ha ingiuriato e anche imprecato contro di te. Chiudi la tua bocca, poiché se tu gliela apri accresci la tempesta. Non vedi come se in una casa dove sono aperte due porte, una di fronte all’altra, mentre imperversa un vento furioso tu devi chiudere una delle due porte, cosicché il vento venga a perdere la sua forza appena cessa la corrente. Qui ancora vi sono due porte: la bocca tua e quella di colui che ti affligge con le sue contumelie e con i suoi insulti. Se tu lasci chiusa la tua porta ed impedisci così che si formi la corrente d’aria, la tempesta si calma; ma se l’apri non la potrai più trattenere. Non estinguiamo dunque il nostro spirito. “Accade però spesso che la fiamma si estingue senza che alcuna tempesta ne sia la causa. Quando finisce l’olio, vale a dire quando non facciamo più elemosine, lo spirito si estingue, poiché anche questo viene a te come una elemosina di Dio. Quando dunque Egli non vede in te il frutto dell’elemosina, esso fugge via perché lo spirito non può far sua dimora in un’anima senza misericordia. “E se lo spirito è spento ognuno sa le conseguenze; non resta più che andare vagando alla ventura in una notte senza luna. E se è difficile di notte andare da un luogo ad un altro di questa terra, come sarà possibile salire di notte la ripida via che conduce dalla terra al cielo? E non sapete quanti nemici s’incontrano in questo viaggio, quante fiere selvagge, quanti spiriti maligni? Se abbiamo qui il lume della grazia essi non potranno nuocerci; ma se questo lume è spento essi ci faranno prigionieri e ci porteranno via tutti i nostri beni. Anche i ladri hanno l’abitudine di rubare dopo avere spento la loro lanterna; essi vedono nelle tenebre – perché compiono le opere delle tenebre – mentre noi non siamo abituati alla luce delle tenebre”