La virtù teologale della fede

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Riproduciamo per i nostri lettori il Capo IV del Libro III del volume del teologo e mistico tedesco M. J. Scheeben intitolato “LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA DIVINA”. Il testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 1943 per i tipi della SEI. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

1. La prima delle tre virtù è quella della fede. La sede della fede sta nel nostro intelletto il quale essa illumina e rinforza in modo soprannaturale, tale da renderlo capace di accostarsi alla cognizione di Dio e a conoscere in modo infallibile i segreti che sono accessibili a Dio solo e restano nascosti ad ogni occhio creato. Egli dà all’anima nostra un nuovo occhio, o, per dir meglio, le fa vedere le cose con l’occhio stesso di Dio e la rende in tal modo partecipe della conoscenza divina.

2. Quando per la grazia siamo dotati della natura divina, dobbiamo ancora partecipare alla percezione che è propria della divina natura. Noi dobbiamo, come dice l’Apostolo, conoscere Dio, come Dio conosce noi stessi (1Cor 13, 12). Questo avverrà senza dubbio in modo perfetto quando la grazia sarà divenuta perfetta in noi, vale a dire nel lume di gloria, e quando in seno al Padre, e al lato del suo Unigenito Figlio potremo, per la sua luce, vederlo come Egli è, faccia a faccia. Ma anche qui nella terra d’esilio Dio non abbandona i suoi figli. Anche qui essi devono conoscere Lui stesso ed anche la loro dignità di figli suoi ed il loro diritto all’eredità. E poiché nessuno conosce il Padre come Egli stesso ed il Figlio suo e lo Spirito Santo, perciò Egli deve rivelarci se stesso con la sua. stessa parola. Non potendo noi però per la nostra natura afferrare e comprendere la sua augusta parola, così Egli vuol disporci alla fede per mezzo di una forza e di una luce soprannaturale.

3. Questa fede divina è qualcosa di singolare e addirittura meraviglioso. Se il mondo non ne scorge tutta la grandezza proviene – secondo che insegna S. Ambrogio – dal fatto che il seno angusto di tutte le creature rivolte alla terra non può contenere le grandezze della fede. Il mondo pensa che la fede sia per i piccoli e per gl’ignoranti: un segno infallibile di spirito debole e ristretto. S. Leone dichiara all’opposto che la fede è la forza vitale delle anime grandi. Ogni credente, dice il Santo, sa bene come la provvidenza di Dio veglia sugli uomini e sulle cose. Ma basta che le male lingue si sollevino contro di noi quando adempiamo il nostro dovere, basta che l’opposizione dell’opinione pubblica venga a bussare alla porta del nostro cuore, basta che l’aria del mondo soffi sulle nostre passioni, che subito il nostro intelletto si oscura, il nostro cuore è in catene, e Dio è dimenticato. Ben pochi sono tanto forti da non essere scossi da tutte queste cose che costituiscono con tanta facilità un pericolo per il cristiano ordinario (1). Senza dubbio si richiede una fede salda per educare anime forti. Ci vogliono però anche anime forti per formare una fede incrollabile. Un segno di piccolezza e di animo gretto è senza dubbio l’incredibile leggerezza della fede umana per la quale un individuo crede all’altro senza un motivo ragionevole e senza esigere saggiamente le dovute prove, ben sapendo come l’uomo può facilmente mentire o cadere in errore. Al contrario la fede divina è l’atto più elevato e degno dell’uomo ragionevole perché con esso l’uomo si sottomette alla mente più sublime ed infallibile, dopo che questa gli si è manifestata con segni chiari e indiscutibili. È dunque addirittura assurdo il vedere nella fede un segno di debolezza e di mente ristretta. Dobbiamo dire piuttosto che tutta la forza e la sapienza umana, anzi anche quella degli angeli non arriva di per se stessa, senza l’aiuto di Dio, a risvegliare in sé un atto di fede come Dio esige da noi.

4. L’atto più sublime che possa fare la creatura nella sua massima perfezione naturale è di sottomettersi con profonda venerazione, come essere ragionevole, alla parola di Dio che gli viene annunziata; accoglierla con obbedienza assoluta e rimettere il proprio giudizio in ciò che non arriva a capire, al beneplacito dell’infinita Sapienza. Ma da se stessa la creatura non può sollevarsi sino a Dio; essa non può cioè unire il suo giudizio a quello divino in tal modo che se non può penetrare con l’intelletto le verità soprannaturali le abbracci tuttavia con la stessa saldezza di volontà e con la stessa cognizione di spirito come se essa stessa le comprendesse. Poiché essa non le accoglie per propria conoscenza, ma in forza della sua sottomissione al veracissimo Iddio il quale chiude la via ad ogni possibile errore. La conseguenza di un tale abbandono in Dio è che la cognizione dell’uomo, se non la chiarezza, accoglie per lo meno in sé la saldezza della conoscenza divina e partecipa alla sua infallibilità. Questo almeno presuppone la fede. E ciò non accade che per mezzo della grazia soprannaturale. Questa sola gli dà la forza di spiccare il volo col quale potrà elevarsi tanto da accogliere la parola di Dio come se venisse dalla sua stessa bocca, come difatti così è realmente. Solo per la fede l’uomo si appoggia a Dio come ad una salda roccia e trova in Lui infallibile certezza e sicurezza, una solidità che non potrebbero dare né l’umana esperienza e sapienza, né alcun altro motivo umano (1).

5. Di qui vediamo facilmente come l’accogliere noi una verità solo perché ci sembra penetrarne il senso e la ragione, sia ben lontano dalla divina virtù della fede. Quella può essere una fede umana che poggia sulla propria veduta o sopra un’assicurazione estranea, ma non già una fede soprannaturale. Questa ha sempre come suo proprio e finale motivo la divina verità. Anche là dove il nostro spirito umano penetra più o meno nell’oggetto della fede, non dobbiamo per questo asserire tenacemente che lo crediamo perché lo comprendiamo e possiamo spiegarlo, ma il motivo finale e più profondo di tutti i nostri atti di fede deve essere la sottomissione a Dio e l’accettazione a motivo della veracità di Colui che non può errare, né indurre altri in errore. Se tralasciamo di far questo può darsi facilmente il caso che c’inganniamo credendo possedere la fede divina mentre questa altro non è che una fede puramente umana (2). Perciò dice il Salvatore (Gv 6, 44) che nessuno può andare a Lui per la fede se non vi è attratto dal Padre.

6. L’atto di fede sorpassa a dunque ogni forza naturale, è assolutamente un atto (4) soprannaturale, una virtù soprannaturale. Non è detto però che l’uomo stesso non possa produrlo con la sua libera volontà e con la propria ragione. L’atto di fede è un atto umano, perché viene esercitato liberamente ed è secondo ragione. Però nessuno può compierlo senza la cooperazione della grazia soprannaturale partecipata da Dio e che Egli non nega ad alcuno. Ciò dimostra – come c’insegna la Rivelazione – che la fede è un dono soprannaturale, ed è tale perché la capacità della fede deve donarcela Iddio. Non s’intende però dire che la fede non possa trovarsi altro che in quelli nei quali Dio la infonde senza che abbiano da far qualcosa anche da parte loro.

7. Essendo la fede da un lato un dono tanto grande, essa racchiude dall’altro quasi direi una corrispondenza di amore nell’uomo col dominio di sé stesso, appartenendo la fede agli sforzi eroici dello spirito umano. Appunto per questo, la fede è qualcosa di sublime e di meraviglioso. Chi vi si è esercitato non è un essere debole e fiacco, ma invece più forte di quanto possa immaginarsi; non di mente ristretta, ma di una capacità infinita di comprensione. Le anime credenti sono gli spiriti veramente grandi e forti, infinitamente più grandi e più forti di tutti i savi di questo mondo. Poiché questi si appoggiano solo alla fragile canna della loro ragione naturale che purtroppo viene a piegarsi da tutti i lati al soffio dei venti del capriccio e delle passioni (Ef 4, 14). Le anime cristiane sono veramente forti e virili perché per la fede gettano la loro àncora nella verità divina, fanno fronte a tutte le tempeste con soprannaturale sicurezza, e si tengono salde con una cognizione incrollabile alle massime dell’eterna verità.

8. Ma la grazia, non solo ci dà una soprannaturale resistenza al volo, nelle alte regioni dello spirito, come è necessario alla fede divina; ma essa è per noi anche un lume soprannaturale che c’illumina verso la fede, e nella fede, dimodochè noi crediamo, non da ciechi, ma da veggenti (2). Per poter credere è necessario il riconoscere che Dio stesso ci parla. Questo possiamo già farlo con la nostra intelligenza naturale, osservando attentamente i segni esterni che accompagnano la Rivelazione (3). Ma se Dio non c’illuminasse ancora interiormente in modo misterioso, se non si avvicinasse a noi in modo soprannaturale e non mettesse nel nostro cuore un orecchio nuovo e tutto interiore, noi non potremmo né distinguere, né riconoscere la sua parola, come è necessario al volo soprannaturale della fede (1). Con ragione nel linguaggio della Sacra Scrittura e della Chiesa la grazia viene rappresentata come un lume. Essa non agisce solo sul cuore e sulla volontà, ma illumina sempre anche la ragione ed è appunto per mezzo della ragione così illuminata che la grazia agisce sull’anima (2). Lo stesso può dirsi della fede. Si parla giustamente delle oscurità della fede. E invero i misteri che essa ci partecipa sono tanto elevati e profondi che l’intelletto, non solo non può penetrarli quando gli vengono rivelati, ma più spesso ancora resta abbagliato dal loro splendore a misura che si avvicina ad essi (3). Però nella fede la stessa oscurità è più chiara, e ci lascia intravedere di più che non la semplice conoscenza naturale. È dunque con ragione che si parla del lume della fede. La fede sta alla perspicacia dell’intelletto come la luce del crepuscolo al debole barlume che nella notte ci fa appena distinguere le cose. Anche questa luce crepuscolare è già un effetto della piena luce che ci aspetta quando il giorno sarà spuntato. E se i nostri occhi non fossero rinforzati dalla grazia noi non potremmo sopportare nemmeno questo primo barlume, tale e quale come gli uccelli notturni i quali distinguono bene nell’oscurità e non si trovano più a loro agio appena il primo raggio dell’aurora viene ad abbagliarli. Il tratto soprannaturale della grazia non è dunque né cieco, né oscuro; è un tratto chiaro e risplendente come quello del fine soprannaturale che vien posto innanzi ai nostri occhi e che tutti ci pervade. La grazia è come un ètere celeste attraverso le cui oscillazioni noi intendiamo i comandi di Dio in modo ben diverso di quel che ne percepiscono i nostri sensi e il nostro intelletto in questa atmosfera terrena. Per la grazia noi intendiamo la parola di Dio in modo immediato, come se uscisse dalla sua bocca; ne sentiamo la forza divina e appunto per questo siamo spinti ad accoglierla in noi. Perciò l’Apostolo c’insegna (Ef 1, 18) che Dio per la grazia illumina gli occhi del nostro cuore e ne apre l’orecchio affinché sappiamo – ed in modo soprannaturale – chi diamo la nostra fede.

9. Dopo che abbiamo afferrato ed accolto in noi la parola d Dio per mezzo del lume e della forza della grazia, lo stesso lume soprannaturale deve insegnarci ad afferrare ed intendere, almeno in parte, le verità che Dio ci rivela. Poiché queste verità sono così elevate che il lume della ragione è tanto poco atto a farcele intendere, come è di per se affatto incapace a rivelarcele (1). Tu puoi ingegnarti a descrivere e cercare di far comprendere ad un cieco nato le cose che si percepiscono con la vista, ma queste gli resteranno sempre affatto estranee ed incomprensibili. Così avverrebbe anche a noi per le verità soprannaturali, se Dio, mentre per la sua parola ce le rivela, non c’infondesse in pari tempo il lume soprannaturale della grazia, il quale poco a poco – secondo il grado con cui ce ne rendiamo idonei con la nostra fedele cooperazione – ci guida alla intelligenza di esse. Poiché anche qui la grazia non agisce da sola, ma unicamente quando noi facciamo la nostra parte in società con essa. Se non possiamo senza il lume della fede né trovare né penetrare le verità soprannaturali, non giungiamo tuttavia ad una chiara intelligenza di esse senza la nostra propria attività. Come noi non accogliamo la fede costretti dalla necessità, come conclusione inevitabile della ragione, così non dobbiamo darci a credere che essa cresca da sé in noi senza la nostra cooperazione. La fede è più cosa della libera e pia volontà che del puro intelletto (2). Perciò non dobbiamo pensare che per crescere nella fede sia sufficiente lo studio e le sottili investigazioni. Anche questo è certamente un dovere per coloro che ne hanno il tempo e la capacità. Ma in generale la fede conduce il cristiano ben più addentro nella conoscenza di Dio col mezzo della preghiera, della meditazione e della pratica di quello che Dio ha fatto loro conoscere. Un cuore puro dà più luce sulle eterne verità del più acuto intelletto, ed una sincera pietà unita ad un continuo e serio sforzo per acquistare la virtù porta l’anima semplice più vicina a Dio che non la scienza del dotto (1). E di qui si parte spesso quella dolorosa illusione di tanti che spendono la vita nella ricerca delle eterne verità e al tempo stesso lasciano illanguidire in sé la fede, e forse questa ha fatto in loro addirittura naufragio. Senza dubbio non potremo mai qui in terra raggiungere una visione così immediata di queste misteriose verità da sopprimere la necessità della fede; ma esse ci diverranno però chiare, distinte e comprensibili per quanto è possibile in questo nostro mondo così tenebroso. Certo è che non dev’essere poi troppo difficile il penetrare nei misteri della fede. Si vedono certe anime assai poco dotate di svegliatezza intellettuale, non solo convinte, ma profondamente penetrate dalle verità della fede. Esse posseggono però un cuor puro, una soda pietà, e mettono coscienziosamente in pratica ciò che la fede ha loro insegnato. E allora lo Spirito Santo apre loro ogni giorno nuove sorgenti di luce per le quali arrivano a far svergognare anche più di un dotto teologo.

10. Come sono perciò stolti coloro che non vedono nella fede; che oscurità e oppressione dell’intelletto! La nostra ragione, le cui energie possono certamente spingersi assai in alto, sta di fronte alle percezioni della fede come un lume terreno che non proietta che un languido bagliore; lo stesso Creatore non può però mostrarlo che in una oscura lontananza. La fede invece ci solleva sopra tutte le altre creature, a Dio stesso. Da Dio – fondamento e origine di tutte le cose – la fede fa spaziare il nostro sguardo sul mondo visibile ed invisibile e ci mostra tutto sotto il suo vero aspetto. Essa ci schiude gli abissi della divinità, rivelandoci come sino dall’eternità il Figlio è generato dal Padre, e lo Spirito Santo da ambedue come il vincolo del loro amore reciproco; che il Figlio nel tempo uscì dal seno del Padre per riversare sulle creature la pienezza della gloria e beatitudine divina e per unirle nella più intima società con se stesso, col Padre e con lo Spirito Santo. La fede ci mostra; il fine ultimo, soprannaturale di tutte le cose, dove ciò che è temporaneo si cambia in eterno, il transitorio in immutabile, finché tutto finirà in Dio che è tutto in tutti. Ed una tal luce ci dovrebbe apparire ancora come oscurità e tenebre? E come potremmo temere di piegare il nostro intelletto in obbedienza alla fede? Ne dovremmo piuttosto andare orgogliosi e con S. Pietro ringraziare Dio che ci ha chiamati alla sua luce meravigliosa (1Pt 2, 9).

11. È vero – lo ripetiamo ancora – una santa oscurità domina in questa luce, ma una oscurità come quella del crepuscolo mattutino che è foriero del giorno che sta per venire, ed annunzia la magnificenza del sole che si avvicina, una oscurità che dovrebbe esserci più cara di tutti i lumi che rilucono nella notte; una oscurità come quella di una bella notte stellata la quale ci rivela misteri più grandi e lascia spingere il nostro sguardo infinitamente più lungi anche del giorno il più chiaro. Il giorno ci mostra la terra solo in una piccola porzione della sua superficie, quasi un minimo punto dell’intero mondo; la notte invece porta il nostro sguardo fino alle stelle più grandi e più lontane, negli spazi incommensurabili che il sole ci aveva nascosto durante il giorno. Vi è oscurità nella fede, ma una oscurità in cui ciò che non ci è dato vedere, possiamo però afferrare e toccare con mano. “La fede”, dice l’Apostolo, “è realtà di cose sperate, e conducimento di cose che non si vedono” (Eb 11, 1). “Intendi bene”, grida S. Bernardo (3) ad un eretico che diceva essere la fede un semplice sentimento, “intendi bene, la fede è sostanza! Non è quindi un sentimento leggero né una vuota fantasticheria; qui tutto è invece solidità e sicurezza che non lascia luogo a dubbi né a vacillamenti”. Poiché la fede ci stabilisce così fortemente nelle verità divine che noi riconosciamo con incrollabile certezza che la nostra convinzione sulla verità della rivelazione divina non può esser falsa come non può esserlo la verità e la certezza dell’esistenza di Dio sul quale noi ci appoggiamo. La fede è oscura perché noi non possiamo penetrarla coi nostri occhi, noi la vediamo attraverso l’occhio di Dio avanti al quale non può esistere oscurità alcuna. La fede è una notte, ma una notte che c’illumina di un riflesso celeste. In rapporto al giorno della gloria eterna è ancora notte, ma è però giorno di fronte a tutti i lumi della ragione e dei sensi che a paragone sono notte oscurissima.

12. Lungi da noi dunque il disprezzare la fede come un crepuscolo a confronto della ragione; dovremmo anzi vieppiù apprezzarla a misura che essa anima questa. È giusto che amiamo e stimiamo il nostro intelletto come un gran dono di Dio perché anche per esso il lume del volto divino viene ad imprimersi come un sigillo nell’anima nostra, e perché è per mezzo dell’intelletto che noi siamo al disopra degli animali irragionevoli. Quando qualcuno perde l’uso di ragione ci sembra giustamente che tale disgrazia sia mille volte più grande che il perdere la vista corporale! Ma con quanta più ragione dovremmo tenerci caro il lume della fede, il quale non solo ci colloca al di sopra degli animali, ma ancora sopra tutte le creature ragionevoli. Ed anche perché il privarci per nostra colpa di questo lume costituisce una sventura irreparabile per tutta l’eternità.

13. Quale orrore ci desterebbe un uomo che in un accesso di pazzia si levasse ambedue gli occhi, o un altro che con piena conoscenza e volontà si privasse della propria ragione. Ben più crudele, anzi addirittura delittuosa empietà sarebbe se qualcuno – come purtroppo avviene assai spesso – rifiutasse di accogliere il celeste dono della fede offertogli da Dio stesso, oppure se, dopo averne goduto, lo lasciasse estinguere nell’anima sua e piombasse in conseguenza nella più densa oscurità per un leggero dubbio o per un orgoglio pertinace.

14. Ma come sono pochi quelli che comprendono la gravezza di tale disgrazia! Quanti al contrario si vantano di tale cecità volontaria! Tanti passano la loro vita in mezzo a fatiche e preoccupazioni incessanti, compiendo grandi sacrifici di salute e di denaro per acquistare una scienza terrena o per conoscer le cose le più insignificanti. Ma essi non pensano affatto che una sola scintilla di questo lume contiene senza confronto più luce e verità che tutta insieme la scienza naturale degli angeli e degli uomini.

15. Tutta l’umana scienza, secondo S. Agostino (1) è come la luna che c’illumina nella notte di questa vita terrestre, mentre la sapienza divina è da compararsi al grande astro (2) che illumina il giorno dell’eternità, ma che già manda innanzi a sé i suoi raggi fino a noi per mezzo della fede. La scienza umana è come il rossore vespertino del cielo, che più si avanza e più diviene pallido, scomparendo in una vaporosa sfumatura. Più l’intelletto penetra nell’essenza di una cosa e più desidera di andare innanzi nelle sue ricerche. Ma dovrà ognor più riconoscere la sua debolezza ed insufficienza, e finalmente non vedrà innanzi a sé che una notte oscura, notte che forma appunto il vero principio della verità. Ma dove comincia la notte, la luce della fede schiude a noi come l’aurora che si avanza, un mondo nuovo, soprannaturale, e depone nell’anima nostra un germe fecondissimo di cognizioni celesti, germe che non verrà mai distrutto che per nostra colpa, e che un giorno, nel lume di gloria, sboccerà in una magnificenza che non verrà meno.

16. Non risparmiamo dunque fatiche e sacrifici per corrispondere alla grazia della fede e per accrescere in noi lo spirito di questa fede, per attaccarci più tenacemente alla parola di Dio e per accogliere ognor più in noi la sua divina luce. Oh, se almeno vi spendessimo metà di quella fatica che costa ai dotti del mondo l’acquisto della loro scienza umana! Oh, come ci delizieremmo allora in questa luce celeste e con qual diletto berremmo i suoi raggi! Come ci apparirebbe vano e scolorito tutto ciò che è terreno, quale incanto acquisterebbe per noi ciò che è celeste e come c’inciterebbe all’esercizio di ogni virtù se noi fossimo più solleciti di acquistare queste cognizioni divine! Come andremmo superbi della nostra fede e come ci glorieremmo di non conoscere altro che Gesù e Gesù Crocifisso! (1Cor 2, 2). La sapienza del mondo non ci sembrerebbe altro che stoltezza, ed il nostro cuore si riempirebbe d’immensa gratitudine verso quel Dio che ci ha liberati dalla potestà delle tenebre e ci ha chiamati nel meraviglioso splendore della sua luce!

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