La virtù teologale della speranza

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Riproduciamo per i nostri lettori il Capo V del Libro III del volume del teologo e mistico tedesco M. J. Scheeben intitolato “LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA DIVINA”. Il testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 1943 per i tipi della SEI. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

1. La seconda delle virtù teologali che la grazia infonde in noi è la speranza cristiana. La speranza, come la carità, ha la sua sede nella volontà. Questa si compone di due atti diversi: in primo luogo l’avere amore al bene, o compiacersi di esso, e in secondo luogo aspirare a praticare con ferma fiducia il bene afferrabile. E siccome la fede conferisce al nostro intelletto una forza divina di percezione, così la speranza dona alla volontà, non solo una fortezza divina per poter tendere efficacemente al sommo ed infinito Bene a cui non può giungere alcuna forza creata, ma anche una sicurezza soprannaturale di poterlo raggiungere. Anche la speranza ci trasporta al disopra di tutte le creature insino a Dio, per farci riposare nel di Lui seno, per rinvigorirci nella sua onnipotenza e per stabilirci solidamente in esso come sopra una roccia incrollabile.

2. La sua elevatezza ed il suo splendore provengono da una doppia ragione. La prima è che essa ci dà la fiducia di possedere in modo assoluto e perfetto il massimo Bene soprannaturale, cioè Dio stesso; la seconda si è che tale fiducia poggia direttamente su Dio, il quale introduce la creatura – solo per la sua potenza – nel possesso di se stesso, perché Egli così vuole nella sua infinita bontà, e così ci ha promesso espressamente. La speranza o fiducia, dice S. Tommaso (1), è una elevazione dell’anima per la quale essa aspira, piena di confidenza, ad un bene sublime e difficile a raggiungersi, e disprezza e combatte tutti gli ostacoli che vi si frappongono. La speranza è un sentimento vivificante che riempie l’anima di un coraggio gioioso causato dalla forza soprannaturale che essa prova in se stessa, e le dona perciò anche una fiducia che la rinvigorisce più di ogni altra cosa. Più elevato è il Bene a cui aspira l’anima nostra, più grandi sono le forze alle quali ci appoggiamo, e più grande è anche quella deliziosa ed elevata sensazione che ci accorda la speranza.

3. Come dunque deve essere potente la speranza cristiana che Dio infonde per la grazia nell’anima nostra! Per essa noi gustiamo la consolante certezza che noi siamo chiamati da Dio alla dignità di divenire suoi figli, che un giorno saremo suoi eredi e coeredi col Figlio suo; che il mondo intero sta sottomesso ai nostri piedi e Dio stesso ci apparterrà un giorno, insieme a tutta la sua gloria, a tutti i suoi tesori, a tutta la sua beatitudine (2). Con essa noi non ci appoggiamo alla fragile canna di una forza creata, ma alla forza di Dio stesso, il quale, secondo la parola dell’Apostolo, “ci riempie della pienezza della sua divinità e opera in noi ben al di là di quel che noi possiamo domandare o solo immaginare” (Ef 3, 19-20). Per essa noi possiamo considerare come nostra l’onnipotenza, la sapienza e la bontà di Dio e riposare in esse come se appartenessero a noi stessi. Poiché adottandoci Iddio per suoi figli Egli stesso ci appartiene; e mentre Egli ci abbraccia con paterno, ineffabile amore, Egli ci accoglie nel suo seno, ci rinvigorisce con la sua forza divina, tanto che noi possiamo esclamare con l’Apostolo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Colui che non risparmiò il proprio Figlio, ma lo diede per tutti noi, come poteva non donarci ogni cosa con Lui”(Rm 8, 31-32).

4. Da tale cognizione i figli di Dio attingono quel carattere loro proprio così incomprensibile al mondo: vale a dire quella fiducia trionfante che niun impedimento può arrestare nel suo cammino, né pregiudizio, né persecuzioni, né l’arroganza, né il timore degli uomini; quella fortezza nei dolori che niuna potenza creata può scuotere, ma nemmeno può dare; quella santa serenità che gli uomini riguardano come stupidaggine o insensibilità, mentre essa in verità non ci risparmia né la lotta né il senso del dolore; quella fiducia in Dio che non si lascia abbattere anche quando Egli lascia l’anima in preda alle prove più penose di aridità e di sconforto e la fa sentire apparentemente abbandonata da Lui, come il suo Figlio Divino sulla croce; quella giocondità di cuore che ci dona la certezza di raggiungere il nostro fine, senza però escludere la profonda convinzione della nostra impotenza e senza che mai venga meno in noi quel santo timore che dobbiamo sempre avere per la nostra eterna salute. Perciò l’Apostolo prorompe in questa ardente protesta: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione o l’angoscia, la fame o la nudità, o il pericolo, o la persecuzione, o la spada? Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori in Colui che ci ha amato. Poiché io son persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né virtù, né cose attuali né future, né potestà, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù Signor nostro” (Rm 8, 35-39). Noi sentiamo, è vero, la nostra debolezza e ne sospiriamo. Ma al tempo stesso siamo convinti che nessuna potenza nemica, terrena o infernale, e neppure la nostra propria miseria, possono impedirci di raggiungere il nostro ultimo fine se noi da noi stessi non respingiamo la grazia divina, rinunziamo a questa speranza e ci scostiamo da Dio (1). L’onnipotenza divina non ci abbandona se noi non l’abbandoniamo; resta con noi finché noi restiamo con essa e porta a compimento e consolida l’edificio divino sul debole terreno dell’anima nostra, edificio che a nessuno è dato distruggere ma che noi soli possiamo atterrare. 

5. Onnipotente mio Dio! come può abbracciare il nostro debole miserabile cuore una fiducia che trionfa di tutto e su tutto, anche di noi stessi? Certo da noi stessi non possiamo produrre un tal prodigio; solo la tua grazia onnipotente può infonderci tale fiducia. La divina speranza non può esistere che sull’identico fondamento della fede soprannaturale. La nostra ragione limitata si darebbe a credere che tale fiducia fosse piuttosto stoltezza e presunzione. Il nostro cuore in mezzo a tante prove a cui va esposta la speranza, soccomberebbe se la tua grazia non gli prestasse nuove forze per appoggiarsi solo a Te ed ai meriti del Figlio tuo, dimenticando così la propria impotenza e la propria miseria.

6. Come dunque sono in errore coloro che osano pretendere che la fede cattolica induca gli uomini alla compiacenza, anzi quasi direi all’adorazione di se stessi! Senza dubbio coloro che parlano così non conoscono affatto né la fede né la speranza dei cristiani. No, non è la nostra giustizia che ci dà tale fiducia in vita e in morte (2) ma unicamente la misericordia di Dio ed i meriti di Gesù Cristo (3). Potranno gli Ebrei confidare nelle opere della legge e il mondo nella sua accortezza, ma noi, col Salmista, confideremo solo nel nome del Signore (Sal 19, 8).

7. Non è detto con questo che dobbiamo rilasciare unicamente a Dio la cura della nostra salute. Solo ha diritto di aspettarsi aiuto e salvezza da parte di Dio chi impiega da parte propria tutte le forze per meritarsela. Altrimenti la nostra fiducia non sarebbe speranza, ma presunzione (5). Appunto perché da un lato Dio è la vera sorgente della nostra speranza e perché noi d’altra parte, per la nostra propria attività, cooperiamo (1Cor 3, 9) con Cristo alla nostra salvezza, abbiamo il diritto di fondare la nostra speranza su quel poco che a noi è dato di fare con la grazia di Dio (2). Perciò dice l’Apostolo che noi ci vantiamo nella speranza della gloria dei figli di Dio (Rm 5, 2), ed in altro luogo che “noi ci vantiamo anche nella tribolazione, sapendo che la tribolazione produce preservazione, la preservazione però produce la speranza la quale non lascia cadere in infamia” (Rm 5, 3-5).

8. Se noi intendessimo bene come fondare la nostra speranza solo in Dio e nel Figlio suo Unigenito in cui sta tutta la nostra salute e la nostra giustificazione, e cercassimo dal canto nostro di acquistare un diritto a questa speranza, sforzandoci secondo l’ammonimento dell’Apostolo ad assicurare la nostra predestinazione con le opere buone (2Pt 1, 10), non cadremmo così facilmente preda della pusillanimità e dello scoraggiamento (6). Ogni pericolo ci fa tremare; la più piccola tribolazione ci abbatte, e siamo così attaccati alla terra che riusciamo appena muovere un passo sulla via del cielo. Se riguardiamo solo le nostre forze naturali non troviamo certamente che motivi di disperazione. Ma come possiamo giustificarci se Dio ci riempie per la sua grazia onnipotente di tanta forza e ci solleva così vigorosamente che possiamo sfidare l’inferno intero? Afferriamo dunque con fiducia questa grazia ed appoggiamoci ad essa per liberare così il nostro cuore da ogni tristezza. Eppure ordinariamente noi siamo tanto inclinati a fidarci delle nostre forze ed anche a vantarcene! Oh, quant’è grande la nostra miseria! E perché mai vogliamo recare a noi stessi un danno incalcolabile e fare altresì un oltraggio a Dio non fidandoci di Lui, non lasciandoci guidare dalla sua mano paterna, disprezzando in tal modo ogni pericolo ed ogni nemico? Le creature tutte devono servire e cooperare al bene di coloro che Dio ama, e tutti i tesori e le ricchezze di Dio stanno a disposizione dei suoi figli. Animo dunque! Abbiamo in avvenire maggiore stima della grazia inestimabile della speranza, gloriamoci della nostra fiducia nella gloria dei figli di Dio più che di tutte le ricchezze e gli onori della terra, ed incamminiamoci fidenti verso il possesso del sommo Bene, possesso che ci è promesso con dolce ed inestimabile certezza dalla nostra speranza, e che noi un giorno godremo senza aver mai più timore di perderlo.