L’archetipo di tutte le battaglie: l’Arcangelo San Michele

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di Cristiano Lugli

 

La dedicazione di San Michele Arcangelo del 29 settembre è forse la più antica delle feste a lui dedicate. Essa affonda le sue radici nella dedicazione dell’antico e venerato santuario nel suburbio di Roma, proprio al Santo Arcangelo.
La liturgia della Messa che fu composta per circostanza, vediamo ora avere molte parti simili a alla Messa dei santi Angeli custodi, oltre che ad essere vicinissima per datazione.
Gli Angeli sappiamo avere il compito di custodire gli essere umani, vegliare su di loro – specie ovviamente quelli custodi – ma nondimeno sono predisposti per portare annunci, corrispondendo al loro particolare ufficio e non alla loro natura di per sé, come è attestato nella Sacra Scrittura e come perfettamente spiega San Gregorio Magno:
È da sapere che il termine ‘angelo’ denota l’ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti Angeli, quelli che invece annunziano i più grandi eventi, son chiamati Arcangelo.”
L’Arcangelo rappresenta letteralmente  una figura gerarchicamente superiore a quella dell’Angelo, che ne assume il ruolo di comandante (la parola deriva dal greco ed è composta dai termini àrchein, “comandare” e ànghelos, “messaggero”, da cui deriva il nostro termine “angelo”).
Si può facilmente comprendere come fu dunque inviato l’Arcangelo Gabriele a portare il più grande degli annunci alla Vergine Maria. Egli, che significa ‘Fortezza di Dio’, porta alla Madre degli uomini un gaudium magnum, annunziando la venuta di Colui che venne nell’umiltà assoluta per debellare le potenze maligne dell’aria, come Signore degli eserciti e divino condottiero, come ritratto, appunto, della ‘Fortezza di Dio’.
Con un dogma dell’VIII sec. la Chiesa stabilì il culto dei tre Arcangeli, Michele, Gabriele e Raffaele, designati come i più importanti per il motivo poc’anzi accennato. A tale stregua continua San Gregorio: “Ad essi ( gli Arcangeli  ) vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato. Nella santa città del Cielo, resa perfetta dalla piena conoscenza che scaturisce dalla visione di Dio onnipotente, gli Angeli non hanno nomi particolari, che contraddistinguono le loro persone. Ma quando vengono a noi per qualche missione, prendono anche il nome dell’ufficio che esercitano.”
Ci siamo già soffermati sui motivi per cui Gabriele significa ‘Fortezza di Dio’, e possiamo brevemente accennare che Raffaele, l’Arcangelo inviato a Tobia, significhi ‘Medicina di Dio‘: egli tocco gli occhi del vecchio Tobia, come per medicarli, e gli ridonò la vista. Questa cura che l’Arcangelo Raffaele ebbe per Tobia sta a simboleggiare la dissipazione delle tenebre che rendono cieco l’uomo, incapace di contemplare i misteri divini, ecco perché Raffaele diventa l’angelo inviato ad operare grandi guarigioni, del corpo ma specialmente dell’anima.
Addentriamoci ora nella figura più misteriosa ma certamente anche più nota di questi tre Arcangeli, ossia Michele, il grande condottiero, il più importante degli Spiriti al servizio del Trono dell’Altissimo.
Molti sono gli Angeli che circondano il Trono di Dio, e molti sono anche i Principi Celesti, tuttavia San Michele è colui che inalbera il Vessillo della Salvezza, lo stesso che spiega lo stendardo della Croce precipitando nel fondo dell’Inferno l’orgogliosa e superba testa del Dragone, fulminando e cacciando dal Cielo i ribelli che si sono voluti opporre a Dio insieme al loro capo.
L’Apocalisse ci narra di questa grande battaglia avvenuta in Cielo, nella quale Michele insieme ai suoi Angeli combatté contro il Drago e gli angeli ribelli, i quali però non prevalsero e fu precluso a loro ogni accesso al Cielo: “e non ci fu più posto per essi in Cielo” ( Ap. 12,7 ).
A Satana viene impedito l’adito al Cielo per sempre, a causa della sua ribellione a Dio che lo portò a volersi ergere al posto del Creatore, e per questo motivo bandito perdendo ogni possibilità di unione con lo Spirito Santo.
Su questo episodio Sant’Ignazio di Loyola porta gli esercitanti a meditare, per comprendere come un solo peccato commesso dagli angeli ribelli ha portato alla personificazione dell’Inferno, voluta da Dio per Sua grande Misericordia – nonché Giustizia – separando così i benedetti dai maledetti, per aver rinnegato Dio a causa della loro superbia. Un solo peccato costato l’Inferno eterno, la dannazione perpetua, quanto inquieti possiamo allora essere noi, cumulatori di nefandezze e di colpe verso l’Altissimo.
L’intervento a gran voce del condottiero Michele che grida: “Chi è come Dio?” predispone l’ incitamento alla battaglia con i Troni e le Dominazioni celesti, in difesa della sola ed unica Onnipotenza di Dio, retoricamente affermata da San Michele, e che in antico ebraico si pronuncia “Mi-ka-El”, divenendo il nome dell’Arcangelo stesso. È da qui che pure viene l’appellativo di Arcangelo guerriero.
Il “Chi è come Dio” di Michele diventa, con il risultato della lotta, un dato di fatto: NESSUNO. 
Proprio nei momenti in cui deve compiersi qualche opera richiedente coraggio, virilità e forza, viene inviato Michele per permettere di comprendere dal nome e dall’azione che nessuno può agire come Dio.
Il potente Arcangelo Michele è dunque “il Gran Principe che vigila sui figli del popolo” ( Dn. 13-21; 12,1 ), è il Guaritore e Comandante delle schiere celesti.
Si può essere propensi ad ipotizzare che l’origine del culto dedicato all’Arcangelo guerriero abbia cominciato a diffondersi grazie ai Longobardi, a partire circa dal VI sec. (anno 568), in seguito al loro stabilimento in Italia. Questo popolo si convertì al Cristianesimo grazie all’opera di Papa Gregorio Magno, il quale saggiamente pensò anche ad un’alleanza con tale popolazione per contrastare le sempre più forti ingerenze da parte dei Bizantini. L’opera di conversione fu sostenuta dalla regina Teodolinda,  che a sua volta si avvalse dell’opera e della predicazione di uno dei più famosi santi-taumaturghi  della Chiesa irlandese: San Colombano, il monaco missionario che fondò monasteri in tutt’Europa, tra cui l’Abbazia di Bobbio nei pressi di Piacenza. Dopo aver compiuto le grandi opere di evangelizzazione, è interessante come San Colombano si ritirò proprio nell’eremo di San Michele, presso Coli, per rientrare nell’Abbazia di Bobbio solo alla domenica, dove peraltro vi morì.
Ma torniamo ai Longobardi, i quali scelsero San Michele come loro protettore, e probabilmente non a caso. Il santo guerriero, infatti, era tra le figure cristiane quella che meglio ricalcava le virtù e le caratteristiche del dio Odino, figura principale del culto delle popolazioni di origini germaniche. Da qui l’immediato apprezzamento di questi neofiti per la figura dell’Arcangelo.
Allora San Michele aveva il centro di culto principale sul Monte Gargano, in Puglia. Fu qui che lo Spirito celeste apparve tre volte al Vescovo di Siponto, Lorenzo Maiorano, cugino dell’imperatore Zenone d’Oriente, che portò nell’antica diocesi la devozione al Santo Arcangelo già parecchio sentita a Costantinopoli.
In quella grotta l’Arcangelo decise di consacrarvi un luogo “terribile”, l’unico a non essere consacrato per mano di Vescovo ma di Arcangelo, in quanto “Casa di Dio e porta del Cielo“, luogo meraviglioso “dove qualsiasi legame di colpa viene sciolto” – come si legge nelle antiche iscrizioni presenti all’entrata del Santuario.
Nel corso dei secoli sono passati da questo tremendo e celestiale luogo moltissimi Santi, un numero inimmaginabile di asceti. Potremmo ricordare Anselmo d’Aosta, Bernardo da Chiaravalle, Francesco d’Assisi, Guglielmo da Vercelli, Brigida, Alfonso Maria de’Liguori, Francesco di Paola, Gerardo Maiella, Padre Pio da Pietralcina, e tanti altri fra cui papi, come Gelasio I, Leone IX, Urbano II, Celestino V, Gregorio X; per non parlare dei re e degli imperatori che hanno varcato la soglia del Santuario per chiedere molteplici e svariate grazie, o per consacrarvi il proprio mandato di governo temporale.
Oltre alla Grotta sul Gargano però, il resto della penisola non aveva veri e propri centri di dedicazione all’Arcangelo; in questo senso si devono ringraziare I Longobardi, poiché tramite loro il culto di San Michele si diffuse ampiamente anche in tutto il Nord Italia. I centri principali di questo culto si trovano infatti a Pavia, ex capitale del regno Longobardo, dove sorge una Basilica dedicata al Santo, e in Piemonte, nella Val di Susa, dove spicca ancora oggi, per la sua imponenza, la Sacra di San Michele.
La caratteristica che rende ancora più interessante il culto all’Arcangelo Michele è la presenza di una vera e propria linea sacra, unente sette santuari in un modo perfettamente lineare, nonostante la notevole distanza che intercorre da uno all’altro. Il tracciato comincia in Irlanda, su un’isola deserta, dove l’Arcangelo Michele apparve in soccorso di San Patrizio, per aiutarlo a liberare il suo Paese dal Demonio. Qui sorge il primo monastero: Skelling Michael, ossia “roccia di Michele”. La linea prosegue poi diritta verso Sud per approdare in Inghilterra, a St. Michael’s Mount, un isola della Cornovaglia, dove San Michele avrebbe parlato a un gruppo di pescatori. Il tracciato si distende verso la Francia, su un’altra celebre isola, a Mont Saint-Michel, un luogo meraviglioso in cui apparve il ponderoso Arcangelo. Si prosegue poi per 1000 chilometri, fino ad arrivare alla già citata Val di Susa, ove sorge il quarto santuario. Si arriva in Puglia, sul Gargano, dove la caverna quasi inaccessibile è diventata un luogo sacro, per svalicare poi in Grecia, al sesto santuario sull’isola di Symi, dove il monastero custodisce un’effigie del Santo alta almeno tre metri. La linea sacra termina in Israele, al Monastero del Monte Carmelo.

Senza dilagare in “misteriologismi” da… Safiria Leccese, e senza rischiare di cadere in sproloqui su argomenti così complessi, ci si può però permettere di segnalare la profondità simbolica che probabilmente si cela in questa sacra linea, che racchiude in sé, guarda caso, sette santuari dedicati a San Michele. Come Satana ha campo libero in questi ultimi tempi, così possiamo star certi che il Signore degli Eserciti non fa e mai farà mancare all’uomo i soccorsi, accomunando in un unico e grande filo rosso le grandi apparizioni di San Michele con quelle delle Vergine Santissima, entrambi con un fondamentale e prorompente ruolo escatologico.

La venerazione dell’Arcangelo guerriero si dispiegò gradualmente nel mondo cristiano, che a poco a poco passava dalle nubi del paganesimo alla luce della Verità. Tuttavia, essendo un fenomeno di cambiamento lento quello delle assimilazioni a retaggi precedentemente in auge nella cultura che predominò nel mondo pastorale ed agricolo dell’Italia centro-meridionale fino ad allora, la figura di San Michele per un certo periodo di transizione finì per  essere assimilata a Eracle, culto fino ad allora molto popolare. L’assimilazione avvenne anche a livello iconografico, come si può scorgere dall’opera “Ercole e l’Idra”, dipinto del Pollaiolo,  risalente al 1475 e custodito alla Galleria degli Uffizi di Firenze. Ercole è mitologicamente il guerriero per eccellenza, che vestito di una pelle di leone e armato di una potente clava veniva spesso raffigurato nell’atto di uccidere un mostro o comunque un drago, come la famosa Idra di Lerna, una delle più conosciute “fatiche”. Analogicamente San Michele viene rappresentato da un ampio mantello, armato di spada per sconfiggere il Dragone infernale. Verosimilmente potremmo aggiungere che la figura del Santo è equivalente, dal punto di vista simbolico, a quella di San Giorgio, che è di fatto il San Michele umano e  altro famoso “uccisore di draghi”. Non è sciocco pensare, come in molti casi, che varie figure presenti nella vera religione cristiana abbiano sostituito o comunque perfezionato i lasciti pagani, così come radicalmente la Croce di Cristo ha riassunto in se stessa tutte le cose, anche reminiscenze dell’Impero romano: si pensi ad alcuni paramenti della liturgia romana, o alle varie feste cristiane che hanno sostituito quelle pagane in cui però si ritrovano diverse somiglianze, tuttavia dovendo ora sorvolare in quanto l’argomento – peraltro interessantissimo – richiederebbe un ulteriore articolo di approfondimento.

Ritorniamo di nuovo su di un altro aspetto dell’Arcangelo particolarmente avvincente, ovverosia il ruolo che egli ha nei confronti delle anime. Nulla ci vieta di pensare – e spiegheremo brevemente il motivo – che in San Michele venga richiamata una sorta di “psicostasia cristiana”, traducibile con la “pesatura delle anime di cui il potente Angelo si fa carico. Spesso viene rappresentato intento a pesare le anime dei morenti, chiamato a prendere parte alla decisione di sentenza finale, come “æternarum sententiarum proclamator“. Le rappresentazioni di questa mansione potremmo dire “micaelica” ritraggono quasi sempre da una parte l’uomo come materia, con i suoi peccati e le sue colpe, che lo rendono rigorosamente nudo, ovvero già reso incapace di potersi nascondere ma anzi pronto per essere giudicato definitivamente; dall’altra abbiamo invece l’uomo rappresentato come spirito, con le fattezze di un fanciullo. Insieme a queste due particolarità si può solitamente ritrovare, nelle medesime raffigurazioni, la presenza di Satana, in procinto e intento ad abbassare il piatto dell’uomo materiale ove sono pesati i peccati commessi in codesta vita. Ciò nonostante l’Arcangelo resta sommamente vigilante, pronto a trafiggere con la lancia o la spada il Diavolo che vuole accaparrarsi quell’anima in maniera fraudolenta.

La pesatura delle anime, nell'Abbazia di San Flaviano - Montefiascone (VT)
La pesatura delle anime, nell’Abbazia di San Flaviano – Montefiascone (VT)

Il Vessillifero di Cristo ha dunque il compito di essere d’aiuto alla sentenza finale, volendo però  essere anche conduttore delle anime al Cielo, come invocato nella Messa dei defunti:  “Dómine Jesu Christe, Rex glóriae, líbera ánimas omnium fidélium defunctórum de poenis inférni, et de profúndo lacu: líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum; sed signifer sanctus Míchaël repraeséntet eas in lucem sanctam quam olim Ábrahae promisísti et sémini ejus.”

Per tentare di non perire nel tremendo giorno, San Michele ci offre l’esempio della sua spada, che come già venne detto in altra sede non è altro che una diversa rappresentazione della Croce. Tanto come quest’ultima la spada è un elemento simboleggiante la forza e la guarigione, e nella figura dell’Arcangelo esercita significati davvero curiosi. Michele si presenta infatti con la spada in posizioni tali da evocare un’idea di controllo, un’azione limitatrice che non ha però un fine tendenzialmente cruento sul Male. Egli lo segrega, lo depaupera, lo distanzia dal Bene per delineare la separazione avvenuta tra ciò che è il Bene e ciò che è il Male.

Il potere della spada s’impernia là dove essa impedisce al Male di diffondersi, non potendo più corrompere l’essere umano. Infine, se è vero che durante la grande battaglia nel Cielo San Michele separò gli angeli ribelli dal Paradiso, nondimeno nelle relative rappresentazioni del di lui spirito arcangelico il Male viene tenuto a bada, calpestato e minacciato dalla spada-Croce, o ancor meglio sarebbe dire separato dalla spada-Croce.

Il modello di combattimento in cui viene ritratto l’Arcangelo non si percepisce esser volto alla distruzione: non vi sono nelle sue rappresentazioni volti tesi, tensioni del corpo, né tanto meno veri e propri movimenti violenti. San Michele non distrugge e non giudica, lasciando questo compito a Dio. Ed è così che risuona il grido “Chi come Dio?” a difendere estremamente la reggenza divina che domina sul cosmo,  ponendo il potere di Giudizio e Misericordia solo nelle mani del Creatore supremo, affermando di conseguenza che nulla nella creazione potrà mai essere come Dio.

Questo quindi è il compito della spada di Michele: separare il Bene dal Male, e noi, per logica conseguenza dobbiamo lasciar spazio alla sua spada per separare sempre più il  male che coesiste in noi, per meglio prepararci alla venuta del Cristo nel nostro cuore. Potremo così  pensare di utilizzare tale spada, dono di Michele stesso, per separarci da tutto ciò che di male ci impedisce di incamminarci verso un cammino di purificazione e di rettitudine, come richiesto da Cristo, come insegnato dalla Madre Chiesa.

In questi tempi bui, in cui ogni luce pare essersi spenta per lasciar calare un presagio tetro e caotico, la figura dell’Arcangelo San Michele s’innalza come riferimento essenziale in una situazione di stremante ed apparente aporia. La sua spada fiammeggiante penetra e squarcia le tenebre della notte buia, per lasciare spazio alla Luce del Verbo di cui la spada e la lancia crociata si fanno simbolo e rimedio contro gli improperi del mondo. Sia nostro esempio l’Arcangelo, ci aiuti a dissipare le radici malvagie presenti in noi, quelle delle passioni, delle chimeriche immagini egoistiche,  veri e propri ostacoli per incamminarsi verso le altezze dello Spirito ove il Dragone infernale  nulla può più, restando sottomesso al piede dell’archetipo di ogni condottiero che decide di spendere tutte le proprie forze per il trionfo di Cristo, nella civiltà così come nel cuore. “L’antico avversario – tuona nuovamente San Gregorio – che bramò , nella sua superbia,di essere simile a Dio, dicendo: ‘Salirò in Cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all’Altissimo’ ( Is. 14, 13.14 ) alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all’estremo supplizio.”

Invochiamo il patrocinio dell’invitto Angelo del Signore per poter condurre una buona battaglia nel mondo, per la maggior Gloria di Dio e per l’instaurazione del Suo Regno, non dimenticandoci di implorare la dovuta assistenza per la Chiesa in questo valico di tempesta incombente. Egli, che stritola le forze del chaos sotto la sua armatura, saprà anche riportare l’ordine gerarchicamente stabilito alla fine dei tempi. Quanto a noi, invochiamo il suo aiuto nella lotta interiore ancor prima che in quella esteriore,  affidandoci alla sua dolcezza , certamente in grado di far scendere nel nostro animo una scintilla della soavissima fiamma che arde nel suo cuore, insieme a quella di tutti gli Angeli.

Ci presti il suo conforto e la sua assistenza nell’estremo momento, e noi imploriamolo fin d’ora perché non ci lasci soli contro l’ultimo efferato attacco, dell’illusorietà del mondo e dell’astuzia del Demonio:

Sancte Michaël Archángele, defénde nos in proélio: ut non pereámus in treméndo iudício.”

Un commento a "L’archetipo di tutte le battaglie: l’Arcangelo San Michele"

  1. #Paoloribalko   16 ottobre 2016 at 1:43 pm

    Forza San Michele, defende nos in proelio !!