Le virtù morali soprannaturali

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Riproduciamo per i nostri lettori il Capo VII del Libro III del volume del teologo e mistico tedesco M. J. Scheeben intitolato “LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA DIVINA”. Il testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 1943 per i tipi della SEI. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

1. Come seguito alla divina carità, la grazia santificante produce nell’anima nostra una lunga serie di altre virtù soprannaturali con le quali essa l’adorna come li una corona di fiori celestiali. Ed è giusto, poiché una volta che la divina Sapienza si è disposata per la grazia all’anima nostra, questa riceve in dono la pienezza delle magnificenze divine come la Sacra Scrittura si esprime a riguardo della Sapienza: “Per essa vennero a me tutti i beni riuniti insieme, ed infinita ricchezza (di virtù) per mano di lei” (Sap 7, 11). Per la grazia noi diveniamo nuove creature; noi entriamo in uno stato nuovo; siamo veri figli ed amici di Dio ed aspiriamo con ogni sforzo al fine più nobile ed eccelso, cioè alla visione di Dio. E poiché Dio dà a tutte le sue creature, secondo il loro stato ed il loro destino, i mezzi e le forze necessarie perché vivano secondo la loro vocazione e lavorino per raggiungere il loro fine, così deve Egli accordare anche ai suoi figli quelle nobili e celesti virtù che corrispondono alla loro alta missione; quell’arredamento senza del quale non potrebbero raggiungere il loro soprannaturale destino; quella veste nuziale senza la quale non possono venire ammessi all’unione con Dio. I figli di Dio debbono esser perfetti come è perfetto il loro Padre celeste, essi devono avere costumi divini e portare in sé l’immagine di Dio nel loro contegno ed in tutte le loro azioni. La grazia deve quindi accordarci, non solo le virtù teologali della fede, della speranza e della carità, per le quali essa ci unisce a Dio, ma anche tutte le altre per le quali possiamo vivere secondo la nostra condizione di figli di Dio e corrispondere alla nostra alta posizione.

2. Tra queste ultime virtù da noi ricordate – che per distinguerle da quelle teologali vengono chiamate virtù morali – e le virtù naturali o virtù morali acquisite che sono conosciute anche dagli increduli e dai mondani, e che sono loro accessibili, passa una grande distanza (1).

3. Con le virtù naturali possiamo senza dubbio servire a Dio. Col lume della nostra ragione lo riconosciamo come nostro Signore, che noi dobbiamo amare e servire con tutte le nostre forze. Perciò anche prescindendo affatto dalla Rivelazione di Dio, siamo obbligati, sia per natura, sia come creature ragionevoli, a possedere ed esercitare la religione ed a cambiare, per la loro religiosa consacrazione, tutte le nostre azioni terrene in opere soprannaturali (2). Nonostante l’obbligo nostro ed anche la nostra idoneità, da questo punto di vista, a rendere omaggio a Dio con le nostre buone azioni naturali, il cui primo esercizio è la Religione (3); queste virtù si restringono però ad onorare e pregare Dio come nostro Creatore e Signore ed a servirlo in qualità di servi. Ma queste stesse virtù esercitate per un motivo soprannaturale formano di noi un sacerdozio regale – come si esprime San Pietro (1Pt 2, 9) – poiché in tal modo noi onoriamo ed amiamo Dio in unione al suo Figlio Unigenito, il Sacerdote eterno, come con un’adorazione ed un omaggio celeste, e gli offriamo un sacrificio spirituale santificato dallo stesso Spirito Santo. Le virtù che noi esercitiamo in forza della grazia soprannaturale, per ciò che riguarda il lato esterno, non sono certamente diverse dalle virtù di ordine naturale, perché nella vita morale ciò che decide non è l’azione esteriore ma lo spirito interiore. Perciò passa gran differenza tra un’azione compiuta per un semplice sentimento di dovere verso il proprio supremo Signore e la stessa azione fatta per mostrarsi figlio fedele e devoto al proprio padre, anzi, sembrando a questo figlio troppo poco l’aver presentato un sacrificio all’eterno Iddio, offre Lui stesso come sacrificio sull’altare. Il primo modo è buono, il secondo è evidentemente molto migliore.

4. Da qui nasce da ogni lato la differenza tra le virtù naturali e quelle morali soprannaturali. Per le virtù naturali noi viviamo insieme al nostro prossimo come cittadini di un regno fondato sul diritto e sulla morale e lo stimiamo e proteggiamo come un essere ragionevole e come un’immagine di Dio destinata a servirlo fedelmente secondo la voce della propria coscienza.
Per le virtù soprannaturali, al contrario, noi viviamo insieme e ci aiutiamo scambievolmente come fratelli in Dio ed in Cristo secondo la parola dell’Apostolo (Ef 2, 19) “come della famiglia di Dio e concittadini dei santi”, come membri ed eredi di un regno celeste.

5. Per le virtù naturali noi viviamo in rapporto a noi stessi come uomini ragionevoli, conformi alla dignità della nostra natura e del nostro destino, nella giustizia, modestia, riservatezza, temperanza, castità, nel timor di Dio e nel suo santo servizio. Per le virtù soprannaturali, all’incontro, la nostra vita spirituale è assai più elevata di quella naturale; più non camminiamo a nostro modo e secondo il nostro spirito, ma secondo l’impulso dello Spirito Santo il quale produce frutti di carità divina, cioè mansuetudine, temperanza, castità e purezza, e ci spinge ad imitare, non solo il fervore e la purità degli angeli, ma la stessa santità di Dio.

6. In una parola la grazia eleva e trasforma, non solo la nostra natura, ma anche tutte le nostre facoltà e le nostre azioni, e ci rende capaci di virtù della più nobile specie, poiché i suoi frutti sono infinitamente più belli e più preziosi di quelli che tutte le forze naturali degli uomini e degli angeli potrebbero produrre. Non vogliamo con questo deprezzare menomamente le virtù naturali. Diciamo solo che quelle soprannaturali, per riguardo dell’anima che esse vivificano internamente, sono più elevate. Dando noi già un gran valore alle prime, possiamo concepire più facilmente il maggiore valore delle seconde.

7. Ma queste meravigliose virtù di cui il soprannaturale mette in noi il fondamento, sono la fulgida corona di cui si cinge la grazia, i rami vigorosi e fecondi che da essa si estendono e che ombreggiano la nostra anima in ogni senso. Esse sono i ricchi ornamenti sparsi sull’abito regale di cui Dio ha rivestito la sua sposa, come canta il Salmista: “La regina sta alla tua destra ravvolta in variopinto abbigliamento” (Sal 44, 10). In esso trovasi la corona preziosa che Dio pone sul capo dei suoi figli, come contemplava il profeta, in un santo rapimento, la bellezza dell’angelo della luce divina, prima che avesse perduto la grazia per il suo orgoglio. Così dice il profeta Ezechiele, rivolgendosi con questo a tutte le anime in grazia: “Tu eri un sigillo della somiglianza con Dio, il tipo ideale, pieno di sapienza e perfetto in bellezza; tu eri nelle delizie del paradiso di Dio, ogni sorta di pietre preziose ingemmavano la veste che tu coprivi: il sardio, il topazzo, l’iaspide, il cresolito, l’onice, il berillo, lo zaffiro, il carbonchio, lo smeraldo ” (Ez 28, 12ss). L’anima in possesso della grazia che la fa sposa di Dio è ben più magnificamente adorna di quel che può esserlo la testa di una regina ornata di tutte quelle pietre preziose nei loro splendidi colori. La grazia adorna l’anima con lo splendore soprannaturale e variopinto delle virtù soprannaturali, e così vagamente, che gli angeli ed il cuore di Dio ne restano rapiti.

8. Se dunque ogni virtù, anche naturale, nobilita l’uomo e l’adorna in tal modo che niente possiamo vedere di più bello sulla terra di un volto innocente che è lo specchio di un’anima virtuosa, quanta maggiore bellezza non avranno i tratti di queste celestiali virtù che Dio stesso disegna nei nostri cuori col dito della sua destra – lo Spirito Santo – e come devono ornare meravigliosamente le anime nostre! Quale eccelsa nobiltà, quale splendore, quale grazia e bellezza non devono darle! (1). E se i più celebri savi del paganesimo già erano convinti ed insegnavano essere la virtù il più gran bene che possono avere gli uomini sulla terra, e per il quale dovevano abbandonare ogni altro bene: quanto più deve il cristiano al lume della fede apprezzare ed amare queste virtù soprannaturali e non aver altro pensiero fuori di quello di acquistare, accrescere e conservare in sé la grazia divina!

9. Le virtù soprannaturali, appunto per la loro elevatezza, hanno oltre a questa un’altra prerogativa sopra a quelle naturali, ed è che esse, almeno per la loro essenza e per la loro costruzione, possono essere acquistate senza molta fatica, in breve tempo, anzi, in un momento; prerogativa propria che deve rendercele doppiamente care.  Le virtù naturali sono il frutto del nostro proprio lavoro e l’acquistarle ci costa lunghi sforzi e grande fatica. Al contrario le virtù soprannaturali sono il frutto dello Spirito Santo la cui grazia, come dice S. Ambrogio (2), non lavora lentamente. Per il suo influsso vengono nel nostro cuore le disposizioni o la forza per esercitare quelle virtù nello stesso istante in cui noi nell’assoluzione riceviamo la grazia e il divino amore. È vero che il loro esercizio non ci resterà sul principio tanto facile e piacevole, perché dovremo ancora per lungo tempo andar contro alle vecchie tendenze e ad abitudini inveterate. Ed imponendoci esse da un lato obbligazioni maggiori ed esigendo un esercizio più puro delle semplici virtù naturali, ed incontrando noi dall’altro non piccoli ostacoli per la fiacchezza della nostra natura dovuta al peccato originale, e purtroppo anche alle molteplici nostre colpe attuali, non dobbiamo perciò meravigliarci se troviamo tra i cristiani – appunto nella pratica di queste virtù – tante anime fiacche le quali non di rado menano lamenti e trovano da ridire sulla verità degl’insegnamenti del cristianesimo

10. In vista appunto di questo e per evitare che il santo nome di Dio venga bestemmiato dagli increduli (Rm 2, 24) noi cristiani dobbiamo far di tutto affinché nessuno al mondo ci superi in fedeltà ed in rettitudine ogni qualvolta si tratti di adempiere i doveri delle virtù morali. Che noi cristiani vi siamo obbligati da un motivo ben più elevato è qui inutile ripeterlo. Oltre a questo noi abbiamo anche forze maggiori per via della grazia e, per questa, anche le facoltà infuse, delle quali ora parliamo. Così esse ci danno lume e forza per vincere anche questi ostacoli e per sgombrare la via, e ci danno energie per quel rinnegamento di noi stessi che ci è necessario per tale lavoro; un’attrattiva tanto inesprimibile che ben presto facciamo con tutta facilità e con diletto tutto ciò che esse ci ordinano.

11. Ma poiché queste virtù sono unite in modo indissolubile alla grazia santificante ed alla carità, e formano anzi il loro reale corteo, così esse pure vanno perdute per il peccato mortale. Basta un solo istante per annientarle tutte quante nel nostro cuore. La fede e la speranza possono, senza la carità, restare nel peccatore; tutte le altre virtù però restano o se ne vanno insieme alla carità la quale è la loro radice e il loro motore, o almeno lasciano nell’anima appena un’ombra della sua primitiva bellezza (1). Perché quando noi rinunziamo all’alto rango che ci conferisce la grazia, perdiamo pure le sostanze per vivere secondo la nostra posizione e le facoltà per compiere quelle virtù che ne esprimono tutta la dignità e l’elevatezza.

12. Con questo viene a chiarirsi quel fatto spaventoso che spesso ci cade sott’occhio, che cioè per un solo peccato viene a crollare in un istante tutto l’edificio di una vita virtuosa, edificio costruito a poco a poco con tanta fatica. Ciò può avvenire fino a tal punto che uno più non abbia rossore di dire apertamente che deplora di essere stato virtuoso o mortificato per il passato; che derida ciò che prima aveva di più caro, anzi che si adiri ed inveisca contro se stesso per essere stato prima devoto e credente. Niente più di un tal fatto può provarci come nel campo soprannaturale, per la grazia divina, tutte le virtù – dalle più grandi alle più piccole – stanno collegate insieme in modo indissolubile (2). Quale sarà poi la rovina immensa e irreparabile se un cristiano incorre nella tremenda disgrazia di fallire addirittura il suo fine eterno!

13. Oh, potenza spaventosa del peccato che di un colpo, come la folgore, schianta tutti questi magnifici fiori di celestiali virtù e distrugge senza remissione anche le loro radici! O triste trasformazione dell’anima che d’un tratto viene derubata di ogni suo ornamento, precipitata dal pinnacolo della sua altezza, ricoperta di vizio e di brame animalesche! Oh, devastazione tristissima, più triste ancora della distruzione di Gerusalemme che il profeta Geremia lamenta con tanto dolore! Oh, con quanta ragione potremmo ripetere sopra l’anima che ha perduto la grazia le lamentazioni del Profeta: “Come si è offuscato l’oro, come sono sbiaditi i colori più belli! Come sono andati sparsi per gli angoli e per le strade le pietre del santuario! I figli di Sion impareggiabili, rivestiti di oro purissimo, come mai furono messi al pari di vasi di terra, opera delle mani di un vasellaio? Quelli che banchettavano lautamente son morti di languore per le vie, quelli che erano cresciuti nella porpora brancicarono lo sterco! I suoi Nazarei erano più puri della neve, più candidi del latte, più vermigli dell’avorio antico, più leggiadri dello zaffiro; hanno ora l’aspetto più nero del carbone; per le piazze più non li ravvisano, colla pelle attaccata allo loro ossa, arsa e rinsecchita come il legno” (Lam 4, 1-9).

14. Questo quadro raccapricciante della distruzione di Gerusalemme non è che una pallida immagine dell’anima spogliata della grazia e che un giorno era stata, per quella, la spirituale città di Dio. Mentre l’anima era prima un santo tempio di Dio, ora il peccato come un vento impetuoso, come un furioso ciclone, ha disgregato tutte le pietre preziose o tutto è andato in rovina. Mentre essa si nutriva un tempo di cibi squisiti, dei frutti celestiali delle virtù, e si adornava delle perle magnifiche dei santi pensieri, ora invece cerca non di rado di saziarsi col cibo degli animali, anzi forse arriva fino a rotolarsi nel luridume di appetiti animaleschi. Mentre prima andava superba della propria forza o vigoria giovanile, ora il midollo della sua vita si è seccato, essa se ne sta là esaurita e senza forze, divenuta la gioia e il ridicolo dei suoi nemici, come il prigioniero Sansone.

15. Noi critichiamo quell’uomo così stolto che si lasciò carpine il segreto della sua prodigiosa forza dalle moine di una donna leggera. Ma perché non ci lamentiamo invece di noi stessi che sveliamo la grande forza dell’anima nostra al nostro più acerrimo nemico e gli sosteniamo il braccio per lasciargli agio, d’incatenare i nostri desideri, affinché non possiamo né combatterlo, né fuggire da lui? E non facciamo appunto così quando noi, per il peccato, apriamo la porta dell’anima al tentatore perché annienti le sue forze soprannaturali e così possa metterla in catene? E anche se non abbandoniamo interamente noi stessi al tentatore, è però sempre un danno non piccolo il tenere esposto a tutti i venti questo divino tesoro dal quale possiamo estrarre tutte le benedizioni e tutti i frutti della pace, tutti i soccorsi per la battaglia; questo midollo della nostra vita soprannaturale, questa sorgente di meriti eterni. Il benignissimo Iddio non ci ha dato questi ricchi tesori perché li sotterriamo, ma perché li facciamo fruttificare e poi glieli rendiamo con un buon interesse. Siamo dunque accorti, facciamo aumentare i tesori deposti da Dio nelle anime nostre con la sollecitudine di acquistare tutte le virtù cristiane, affinché esse rendano omaggio al loro autore e siano in noi d’incalcolabile utilità.

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