Per mezzo della grazia siamo fatti partecipi alla santità della natura divina

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Riproduciamo per i nostri lettori il Capo IX del Libro I del volume del teologo e mistico tedesco M. J. Scheeben intitolato “LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA DIVINA”. Il testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 1943 per i tipi della SEI. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

1. Per quanto sublimi e divine siano le meraviglie della grazia finora accennate potrebbe però sembrare che quella di cui ora imprendiamo a parlare le sorpassasse tutte. È certamente cosa grande l’ascendere con la grazia al disopra dell’intera natura e di tutti i miracoli dell’onnipotenza di Dio; è cosa grande, invero, l’avere accesso, per puro suo amore, a quella sublimità e magnificenza che Dio stesso possiede, e conseguire così il principio della beatitudine eterna. Però tra tutto quel che possiamo conoscere di Dio, niente desta in noi più timore reverenziale della sua santità. Perciò niente vi è di più grande dell’essere fatti partecipi di questa.
In quei due quadri meravigliosi che ci presentano il profeta Isaia (Is 6) e la misteriosa Apocalisse (Ap 4) di S. Giovanni della magnificenza della maestà di Dio, sono raffigurati, secondo il commento di S. Cirillo, nell’alto trono di Dio, la gloria della divina Maestà; nell’aspide sotto a Lui, la sua calma imperturbabile; nell’arcobaleno, la sua eternità; i seggi dei ventiquattro seniori simboleggiano la sua sapienza; le sette lampade la sua provvidenza che tutto regge e tutto vede; i lampi ed i tuoni la onnipotenza della sua volontà; il mare cristallino che tutto abbracciava, la sua incommensurabilità; il velamento del suo capo e dei suoi piedi con le ali del serafino, la sua inconcepibile infinità. Ma in quest’ammasso di meraviglie niente fa più impressione ai Serafini quanto la sua santità: questa eccita il loro stupore; essi la lodano, e ripetono senza posa il solenne canto di giubilo: «Santo, santo, santo sei Tu, o Dio degli eserciti». Per questo Dio viene spesso chiamato «il Santo d’Israele»(3) perché questo nome li racchiude tutti. E quando il Salmista vuole descrivere le meraviglie della generazione eterna del Figlio di Dio, egli dice solo che Egli è generato dal seno del Padre tra gli splendori della santità (Sal 109, 3), poiché è per la santità che tutte le altre perfezioni di Dio ricevono il loro massimo splendore e la loro consacrazione.
2. La santità costituisce infatti la più elevata prerogativa della natura divina, vale a dire una incomparabile purezza ed una inaccessibile inviolabilità (5). Resta perciò assai difficile all’umano intelletto il formarsi un concetto, sia pure approssimativo, della santità divina (6). Possiamo dire soltanto che in Dio si trova (7) tutto ciò che può aversi di buono, di puro, di nobile ed elevato, non per partecipazione di altre cose che sono buone, ma in forza della sua propria natura. Niente in Lui può andare perduto o deteriorarsi (8), né vi è potenza alcuna che possa recargli pregiudizio o menomamente macchiarlo (9). La creatura, per sua natura, può esser buona, e ciascuna è realmente buona quando esce dalle mani del Creatore. Così anche le creature ragionevoli sarebbero buone, a
loro modo, anche senza la grazia soprannaturale, fino a tanto che, per il peccato, si mettessero in contrasto con la loro vera natura. Ma questa è una bontà circoscritta, una bontà, inoltre, ricoperta di
molte imperfezioni e di molte scorie, una bontà finalmente, che una creatura ha esteriormente per la propria natura, ma non internamente per la sua volontà e per la sua attività.
La divina bontà, al contrario, è la più pura e perfetta che mai possa immaginarsi, una luce senza ombre. Dio è per la sua essenza la più intemerata santità ed il massimo bene, poiché la sua natura e la sua volontà, la santità della sua essenza e quella del suo volere e delle sue azioni, sono una cosa sola e perciò inalienabile. Per tal ragione chiamiamo Dio il solo Santo, il tre volte Santo, e abbiamo espresso con questo la più eccelsa prerogativa della sua natura.
3. Noi saremo dunque veramente associati alla natura divina; quando, per la grazia dello Spirito Santo, diverremo partecipi della sua Santità.
Senza la santità di Dio a niente ci gioverebbero tutte le altre sue proprietà. Viceversa, se abbiamo parte alla sua santità, di tutto possiamo fare a meno. Che gliene venne a Balaam che col dono della profezia ricevesse in sé un riflesso della potenza divina? Perciò i Santi hanno considerato la minima virtù, la più piccola gocciolina venuta dal mare della santità divina, come mille volte più stimabile di ogni miracolo e di ogni dono di profezia. Il divin Salvatore dichiarò il suo Precursore – che ancor non aveva fatto alcun miracolo (Gv 10, 41) – per il più grande tra i nati di donna (Mt 11, 11) perché in lui splendeva luminosissima la luce della divina santità.
I santi Padri considerano ordinariamente come avente eguale significato il dire che noi saremo fatti partecipi alla natura divina o l’usare l’espressione che noi diverremo santi come è santo Iddio. Essi paragonano la santità di Dio ad un fuoco puro e possente che si appiglia alla nostra natura, tutta la penetra e trasforma e la purifica da ogni difetto e da ogni scoria, affinché la sua bontà divenga pura e perfetta a somiglianza di quella divina. «Anche i Principati e le Dominazioni dei cieli», dice S. Basilio, «non sono santi per natura. Come il ferro che provasi in mezzo al fuoco non perde la sua natura di ferro, ma pure per l’intima unione, diventa infuocato, avendo preso in sé l’intera sua natura: colore, calore e la virtù del fuoco, così anche gli Angeli (e allo stesso modo anche le anime umane) per la società che hanno col Dio, tre volte santo, questa stessa santità viene riprodotta ed impiantata in tutta la loro essenza, e la sola differenza tra essi e lo Spirito Santo è che questo è santità per sua natura, ed in essi, invece, abita la santità per partecipazione a quella di Lui».
4. Questo sarà sufficiente a farti comprendere, o cristiano, quale significato abbia la parola grazia santificante.
Vuol dire, non solo che noi, dopo aver ottenuto il perdono dei nostri peccati, ci conformiamo da parte nostra in avvenire ai comandamenti di Dio per divenire santi, ma che l’anima nostra stessa nella sua più intima essenza, per mezzo della grazia diverrà una magnifica immagine della bontà e santità di Dio. Giustamente asserisce un pio commentatore che «il santificante ed il santificato devono essere una sola natura» (2).
Significa inoltre che la grazia non può esistere insieme al peccato mortale come può farlo la natura (3). Se tu cadi in un peccato mortale tu non distruggi la tua natura, le tue forze fisiche ed il lume del tuo intelletto; ma la grazia col suo seguito di forze e di virtù soprannaturali sparisce, per quello, dall’anima tua. Poiché essendo essa di natura divina non può, come Dio stesso, albergare col peccato. Viceversa, con la giustificazione la grazia non può ritirarsi dall’anima ed i peccati sono allora da essa realmente cancellati (4). Anzi quando la grazia sarà un giorno divenuta lume di gloria ed avrà unito la tua anima interamente a Dio facendola simile a Lui, perderai allora anche la possibilità di peccare. Con la santità di Dio unita con te in modo indissolubile, ti sarà impossibile peccare, come lo è impossibile a Dio stesso.
5. Come sarebbe doveroso per noi il riflettere alla preziosità e alla elevatezza di si santo dono e alla sovrumana dignità che ci conferisce!
«Se noi uomini non avessimo ricevuto dallo Spirito Santo che la sola santità», dice S. Ambrogio (1) a saremmo più elevati di tutti, anche degli angeli i più sublimi». Anche i serafini che lodano Iddio con tanta solennità, come il Dio tre volte santo, ci avrebbero riguardati con meraviglia e venerazione.
Ma anche adesso che essi stessi brillano di una santità ineffabile, riguardano con sincera ammirazione gli uomini che, purificati da tutte le loro colpe e ricchi dei frutti della grazia, entrano nella vita eterna; e mostrano loro gran riverenza.
I più grandi maestri di spirito non esitano ad asserire che è possibile all’uomo, per mezzo dell’uso fedele della grazia, di divenire eguale agli angeli, e che anzi alcuni eletti sorpassano in santità gli angeli i più eccelsi che trovansi in cielo (2).
6. E per che cosa dunque sono i santi così grandi e gloriosi se non perché hanno cooperato fedelmente a quella grazia che noi pure abbiamo ricevuto e la cui immagine ha improntato tutta la loro vita?
L’Apostolo chiama santi tutti i cristiani che si trovano in stato di grazia (2Cor 1, 1; Ef 1, 1;Col 1, 2) perché furono santificati nel bagno della nuova nascita e per il fuoco dello Spirito Santo, e per questo sono in possesso della sostanza della santità. E non siamo solo chiamati santi, ma, com’egli si esprime (Rm 1, 7; 1Cor 1, 2), chiamati ancora ad aver parte un giorno nell’eredità dei Santi là nella luce (Col 1, 12). Ma già fin d’ora noi siamo santi, poiché lo Spirito Santo che abita in noi ci ha riempiti, per mezzo della grazia, con la sua santità, con la santità di Dio stesso; come la palla di ferro penetrata da forte calore, lo assimila in sé; come la spugna posta nell’acqua si penetra tutta d’essa.
E questo non è certamente che il principio, per così dire, la possibilità della santità. Ma questo stesso spirito di santità che pone dapprima nei santi la santità di Dio conducendoli poi alla perfezione di essa, questo stesso spirito vive anche in noi e sviluppa il dono della santità concesso a noi pure fino alla sua piena fioritura, se dal canto nostro non ci lasciamo abbattere e cooperiamo come loro, con generosa fedeltà, alla grazia ricevuta.
7. Noi possiamo e dobbiamo tutti divenire veramente santi perché siamo fratelli e figli di santi, anzi siamo figli del Dio tre volte santo.
Qual leggerezza meritevole di castigo non è dunque quando noi questa veste di santità che abbiamo ricevuto nel santo Battesimo la spregiamo con tanta indifferenza ed anche la ricopriamo di macchie! Quale ingratitudine quando andiamo dicendo che non ci possiamo decidere di comportarci come i Santi, e che poi infine saremo ben contenti di arrivare semplicemente a salvarci. Quale aberrazione e dimenticanza di Dio quando noi col peccato mortale strappiamo il santo abito, lo gettiamo lungi da noi e lo calpestiamo coi nostri piedi! Quale spaventoso errore è mai quello di una creatura, ricolma dello Spirito Santo, con la santità in tal grado che nessuno dovrebbe avvicinarla senza sentire riverberare in sé questa sovrabbondanza di pensieri e di sentimenti divini; che si serve
invece di questi doni come di scala discendente alla perdizione per sé e per i suoi simili, come essa redenti, santificati dalla grazia!
Già la parte migliore e più ragionevole della nostra natura, se non è stata annientata da colpa mortale, reagisce contro il peccato, contro l’offesa che questo reca al suo Creatore, perché ricorda bene che Dio l’ha creata per servire a Lui. E quanto più ci si mostra orribile e contro natura il peccato, al riflesso che Dio per la nuova e santa natura della grazia ci ha talmente agguerriti contro di questo e da esso separati, che noi per commetterlo dobbiamo spogliarci addirittura di questa nuova natura e soffocare il seme di Dio nell’anima nostra!
Abbi dunque pietà di te stesso, o temerario, abbi pietà dell’elevatezza della tua condizione e della tua dignità, giacché non vuoi farne conto a tuo vantaggio! Lasciati commuovere dal canto di giubilo dei Serafini che cantano al Dio tre volte santo, e se fai poco conto di offendere la santità di Dio che tu non puoi danneggiare, sii almeno sollecito di conservare la tua propria santità la quale per i tuoi peccati se ne va in rovina!

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