Borsa, ecco perché la bolla a Wall Street (finora) non è scoppiata

Immagine Yahoo Finance riadattata da Radio Spada
Immagine Yahoo Finance riadattata da Radio Spada

Articolo apparso il 26 luglio 2016 su Il Sole 24 Ore. Ma perché proporlo oltre tre mesi dopo? Due ragioni: dice cose giuste e il “finora” messo tra parentesi nel titolo sembra esser ormai molto sottile. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

 

di Vittorio Carlini

 

Wall Street, nelle ultime sedute, ha un po’ rallentato. Ciononostante l’S&P500 resiste sopra quota 2.160 punti. Il 22 luglio scorso ha archiviato le contrattazioni con la chiusura più alta di sempre: ben 2.175,03 punti. Insomma: il rally è notevole e prosegue da diverso tempo. Certo, una cesura c’è stata tra febbraio e marzo del 2016. E tuttavia, analizzando un arco di tempo più ampio, l’impostazione al rialzo del paniere delle 500 maggiori capitalizzazioni Usa è lampante. Per trovare un vero e proprio crollo bisogna infatti tornare ai mesi successivi il crack Lehman (formalmente riconosciuto il 15 settembre 2008).

I multipli tradizionali
A fronte di questo scenario il signor Rossi domanda: la situazione implica il rischio della bolla finanziaria? Una prima risposta può conseguire dall’utilizzo di alcuni tradizionali indicatori. Così, ad esempio, è il rapporto tra prezzo e utili. In tal senso, secondo il terminale Bloomberg, il «semplice» P/e stimato sul 2016 è 18,39. Cioè il valore più alto degli ultimi otto anni ad eccezione del 2009 (19,18) e del 2015 (18,65). Il multiplo così definito, però, non soddisfa tutti gli esperti. In molti preferiscono usarne una versione più elaborata. Il cosiddetto P/e di Shiller. Questo, eliminando le fluttuazioni dei profitti conseguenti ai cicli economici, sarebbe infatti più affidabile. Ebbene questo indicatore viaggia intorno a quota 27 volte. Cioè un valore il 62% maggiore rispetto alla sua media storica. Dai numeri descritti appare quindi chiaro un fatto: Wall Street è sopravvalutata.

La condizione descritta, peraltro, è supportata da altri «ratio» tradizionali. Tra questi il rapporto tra la capitalizzazione e Pil dello Stato di cui la Borsa fa parte. In questo caso il Wilshire total market (una buona approssimazione di tutti i listini Usa) vale, rispetto all’ultimo valore del Prodotto interno lordo Usa, circa il 123,6%. Un valore alto? La risposta è sì. Secondo questa metodologia la percentuale oltre il 90% inizia a segnalare l’eccessiva espansione della capitalizzazione di Borsa. Certo: il contesto storico muta continuamente. Di conseguenza definire un tetto oltre cui la situazione è «sbilanciata» può prestare il fianco a diverse critiche. Ciò detto il numero è talmente alto che, nuovamente, la sopravvalutazione dell’S&P500 non può essere negata.

Anche perché c’è un altro elemento che sostiene l’argomentazione di chi considera il livello di Wall Street eccessivo: gli utili aziendali. I risultati societari del secondo trimestre 2016 hanno iniziato ad arrivare da poco tempo. Tuttavia le stime, con riferimento all’S&P500, prevedono un calo dei profitti delle imprese. Secondo Thomson Reuters le previsioni indicano la riduzione, rispetto allo stesso periodo del 2015, del 3,7%. Un dato non incoraggiante, peraltro replicato sullo Stoxx 600 Europe dove la contrazione stimata arriva addirittura all’8,5%, che dovrebbe indurre cautela. Il che però, come indicato, non accade.

Gli indicatori dell’età della liquidità
A fronte di un simile scenario il signor Rossi pone un’altra domanda: se Wall Street è sopravvalutata perché, seppure tra un balzo e l’altro, prosegue al rialzo? Le motivazioni sono diverse. Tuttavia un minimo comun denominatore può trovarsi: la grande liquidità in circolazione. Anni e anni di politiche ultra-espansive ad opera delle banche centrali, da una parte, hanno inondato le piattaforme di scambio di denari elettronici. Dall’altra, hanno spinto i tassi di mercato a livelli infimi. Tanto che la liquidità descritta si riversa anche, e soprattutto, sulle Borse statunitensi (considerate più «sicure» di quelle, ad esempio, europee). Una caccia al rendimento che, nonostante la loro sopravvalutazione, spinge i listini a stelle e strisce.

Ma non è solamente la caccia al rendimento. Un altro effetto collaterale dei Qe degli istituti centrali è quello legato ai buy back. Il riacquisto di azioni proprie, infatti, da un lato, è diventato molto di moda grazie ai bassi tassi di mercato conseguenti al «denaro facile». E, dall’altro, è tra gli strumenti più usati per sostenere (artificialmente) i corsi azionari. Secondo FacSet il riacquisto delle azioni proprie delle società quotate nell’S&P500, tra febbraio ed aprile scorsi, ha raggiunto quota 166,3 miliardi di dollari. Si tratta del nuovo massimo dal 2008 ad oggi. Più in generale, nei 12 mesi prima del 30 aprile 2016, l’ammontare complessivo di denari «buttati» nei buy back è stato di 602, 8 miliardi. Una cifra impressionante che dà l’idea, nell’era della droga da liquidità, della rilevanza di questa variabile. La quale rischia di fare saltare il banco? «Allo stato attuale no – risponde Antonio Cesarano di Mps Capital services -. Per comprendere il perché può, ad esempio, considerarsi il rapporto tra buy back e utili netti. Nel passato (2009) questo ratio è andato oltre il 140%». Allo stato attuale, sempre con riferimento all’S&P500, «il riacquisto di azioni proprie sui profitti dell’ultimo anno viaggia sotto l’80%. Vale a dire: c’è ancora spazio prima che si debba suonare la sirena dell’allarme». Ecco quindi le motivazioni (non tutte ovviamente) del perché Wall Street è sopravvalutata ma fin qui non è crollata.

2 Commenti a "Borsa, ecco perché la bolla a Wall Street (finora) non è scoppiata"

  1. #VecchioEconomista   6 novembre 2016 at 7:12 pm

    Senza troppo calcoli, basta guardare l’indice S&P 5005 che é vicino massimi storici ed il NAsdaq ritornato vicino ai livelli della Bolla tecnologica del 2000…. ma non é detto che tutto deflagri perché sono le banche centrali (leggi gli usurai internazionali ovv. i mercanti del Tempio) che hanno il potere di vita e di morte non solo sui mercati e sulle economie mondiali, ma anche sugli Stati ed in definitiva sulle persone stesse….
    Possono scatenare una guerra per mascherare il grande scippo che stanno organizzando… gli schiavi lavorano alacremente se credono di essere liberi e pensano addirittura di potersi arricchire….purtroppo ogni tanto arriva la tosatura che riporta tutti alla loro dimensione….

    Rispondi
  2. #Luca   25 novembre 2016 at 9:49 pm

    A posizionarsi short c’ è da farsi male altro che. Un giorno verrà giù tutto, di nuovo.

    Rispondi

Rispondi