Lettera da un cattolico terremotato

terremoto-norcia-6-5-basilica-san-benedetto-crolli

 

di Isacco Tacconi

 

Caro lettore,

non so chi tu sia, né da dove tu venga, né in che cosa tu attualmente creda, né, tantomeno, so perché questo scritto sia giunto proprio a te; io questo non lo so. Ma di certo so perché ho scritto questa lettera: essa vuole essere un “messaggio in bottiglia”, una richiesta di soccorso, un grido lanciato nel mezzo dell’oceano da una regione delle più devastate dal «terremoto». Certo non un terremoto come gli altri, non un terremoto esattamente “naturale”, bensì di natura, per così dire, “preternaturale”. Non una scossa che investe le case e la pietra, ma un onda che sale dalle profondità della terra travolgendo le anime e i corpi insieme.

Di fronte a tanta desolazione, lo sconcerto si mescola alle domande, ma pochi sanno dare una risposta al grande mistero del Male, così cogente, così reale, tanto improvviso quanto ineluttabile. Dinanzi al «misterium iniquitatis» l’uomo privo di fede non può far altro che tacere. Ma cosa succede quando gli stessi cristiani non sanno più perché il male abbia parte a questo mondo?

L’Europa è colpita al suo cuore. La casa natale di San Benedetto sommersa dalle rovine di una Chiesa che un tempo la custodì come reliquia. Un vulnus così doloroso quanto più profondo è il legame di filiale affetto che, in quanto cattolici, ci lega al Santo Patriarca ed in particolare a quei suoi umili figli che nella città di Norcia avevano posto la pietra di una lenta e paziente ricostruzione. Ma quella chiesa crollata sulle fondamenta dell’antica è a fortiori simbolo della Chiesa contemporanea, esteriore e visibile che crolla, si disfa, travolta dai rigurgiti della terra che non riesce più a contenere lo sdegno per il peccato, lo scandalo, il tradimento.

La basilica di Norcia è caduta, ma la casa di San Benedetto, anche se ormai impenetrabile, riposa sommersa dalle macerie, segno tangibile della rivoluzione che improvvisa e violenta ha sommerso duemila anni di storia della Chiesa, di liturgia, di santi. Un monito severo questo che può mutarsi in salutare avvertimento, non diversamente dal rovinoso crollo della torre di Siloe «sed nisi poenitentiam habuéritis, omnes similiter peribitis».

Ma c’è un’ulteriore e più profonda interpretazione che potremmo dare dei fatti che ci hanno letteralmente “scosso” nei giorni scorsi. Con la presente devastazione, infatti, il Grande Patriarca Benedetto sembra voler scuotere contro questa generazione segnata da un cristianesimo “altro” perfino la polvere dei suoi calzari, scuotendo la terra che i suoi venerabili piedi calcarono. A questa generazione lontana dalla dottrina che egli e la sorella Scolastica professarono, risponde la sentenza celeste del Santo di Montecassino che echeggia tonante dal Cielo: «io non vi conosco». Il colpo è tanto duro che non ci è possibile sottovalutarne la portata teologica, giacché questa demolizione di tutti gli edifici di culto e in particolare della basilica simbolo delle radici cristiane d’Europa rappresenta una inappellabile sentenza: «questa Europa non mi appartiene».

Le chiese, gli edifici un tempo sacri, sono le più colpite dal sussulto della terra. Quello che vediamo in maniera chiara è questo: il tempio di Dio è distrutto, la sua casa profanata e il dito della Destra Divina ha voluto privarcene come a dire vi è tolto anche il luogo dove offrire il sacrificio. Il nuovo culto, non accetto al Cielo, provoca il rigetto divino. Iddio infatti ama sopra ogni cosa il Figlio suo, e con Lui tutto e soltanto ciò che è stato unto e segnato dal sigillo del suo Sangue divenendo suo dominio e sua eredità. Al contrario, tutto quello che non è suo, tutto ciò che non viene da Lui, ogni cosa che non è acquistata con la moneta del Suo Sangue non gli appartiene.

Le chiese di Norcia sono tutte distrutte. Ma le chiese del resto del mondo, anche se fisicamente in piedi, sono distrutte nella loro essenza spirituale. Non è tanto il tempio di pietra quello colpito dal terremoto, quanto il tempio dello Spirito che è il Corpo Mistico di Cristo: la sua Chiesa.

Mentre nel mio viaggiare quotidiano attraverso la città di Roma, un tempo faro delle genti, levo lo sguardo verso le magnifiche basiliche, i possenti porticati, le svettanti cupole, le trionfali porte, non posso fare a meno di meditare sulle parole del Signore: “Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta»” (Lc 21,5-6). Come continuare a considerare tali bellezze caduche senza un moto di intimo dolore pensando al vuoto che riempie ormai quei sacri spazi, un tempo trasudanti preghiera e compunzione di cuore. Quella casa del Signore costruita per essere casa di orazione oggi è museo, perle disprezzate e gettate in pasto ai porci che non ne possono comprendere il valore. Molti infatti i turisti, molti infatti gli ammiratori delle bellezze architettoniche, molti gli esteti, ma pochi, pochissimi i devoti che con sacro timore varcano la soglia del tempio santo, adorando nel loro intimo il Re dei re.

Nella solennità di Cristo Re dell’Universo la terra vacilla, come la nostra debole carne, ma sotto di essa il cuore palpita e resiste saldo, sospeso sul vuoto che si apre sotto i nostri piedi: «paratum cor meum Deus, paratum cor meum!».

Ma proseguendo nel mio quotidiano peregrinare fra le vie di Roma un salutare incontro, oserei dire “provvidenziale”. Un vescovo cappuccino che sotto la sua cappa, nel nascondimento, sgrana un rosario. I miei occhi intercettano quella mano che, quasi invisibile, sostiene l’universo. Gli paro il cammino quasi gettandomi ai suoi piedi cercando d’incontrare gli occhi di lui. Non mi riconosce, e come stupirsene! Ma io no. Io non potrei mai confonderlo, l’accento ispanico lo tradisce, lo sguardo limpido e luminoso lo avvolge. Sorridente e parco di parole in quel suo povero saio pieno di dignità episcopale, mi congeda, ma nell’intimo non vorrei lasciarlo più andare: chissà se mai lo rivedrò.

Ne ricevo la benedizione dopo una fulminea confidenza, ognuno per la sua strada. Mi volto a guardarlo osservando il suo lento incedere, mentre curvo avanza per Via del Borgo Pio, e il mio cuore si strugge nelle viscere mentre penso: “ecco uno degli ultimi. Dopo che anche lui se ne sarà andato, saremo una volta di più orfani di pastori”.

Ma quando le fondamenta sono scosse, il giusto che cosa può fare?”(Sal 10,4). Scrisse dom Guéranger: “le angosce delle ultime ore sono poca cosa se pensiamo che le sofferenze, come dice il Vangelo, dicono una cosa sola: Che il Figlio dell’uomo è vicino, è alla porta”.

Per questo quando povere anime senza fede, senza prospettiva d’eternità mi invitano a cercare rifugio e scampo dalla morte del corpo posso rispondere: “Nel Signore io confido. Come mai mi dite voi: «fuggi via sul monte come un passero?» (Sal 10,2). E guardandomi intorno, chiedendo e ascoltando non posso che constatare lo sgomento ingiustificato di molti pastori: “Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare” (Ger 14,18).

Ed è proprio nella solennità di Cristo Re dell’universo che mi è parso di toccare con mano la fragilità, la piccolezza, la vulnerabilità di noi tutti riuniti in quella chiesupola di montagna per unirci all’Eterno Sacrificio. Lì ho percepito il nostro essere indifesi e il bisogno intimo di bambino d’essere confortati, consolati e di trovare parole di vita eterna. Lassù uniti dinanzi al “mistero” al contempo del castigo e della misericordia di Dio la cui mano colpisce e guarisce, anche attraverso la devastazione di un terremoto. Ma quando le fondamenta sono scosse, il giusto che cosa può fare? Il silenzio, il respiro trattenuto, l’intensità di una preghiera intima, sincera, sbigottita che come un cuor solo fa muovere all’unisono le anime raccolte nello scrigno inviolabile del Sacro Cuore di Gesù.

Tuttavia, nessuna devastazione è paragonabile a quella della Chiesa di Cristo nell’ora presente. Vediamo avverarsi le parole del profeta: “la devasta il cinghiale del bosco, se ne pasce l’animale selvatico…” (Sal 79,14).

La verità è che non abbiamo noi oggi un santo, un poverello infiammato d’amor serafico cui il Cristo Crocifisso abbia suggerito: “va, e ripara la mia Chiesa che come vedi, è tutta in rovina”. Vediamo semmai il contrario. Un mandato rovesciato che potrebbe suonare così “va, e abbatti i ruderi della Chiesa che, come vedi, ancora non sono del tutto distrutti”.

Ma sappiamo che Nostro Signore, anche se dormiente, veglia più della sentinella sui suoi figli, chinandosi sulle afflizioni del suo popolo, e non può non muoversi a pietà dei suoi servi perché siamo rimasti orfani, senza casa e senza patria. “Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36).

Mai parole furono più appropriate per descrivere la situazione storica, politica e religiosa dell’ora presente: “Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia” (Dn 3,38).

Mai dolore più grande solcò il mistico corpo maciullato del Figlio di Dio quanto quello inferto dai suoi stessi figli che gettano il suo Sangue per la strada, come sale scipito, senza valore. “L’uomo in fondo – dicono i cattivi maestri – è già salvato. Egli è già redento, solo che non lo sa. Bisogna soltanto (gnosticamente) risvegliarlo dal sonno per fargli presente la sua innata e immanente divinità”. In questo cristianesimo “altro”, uomo e Dio si confondono, si uniscono alchemicamente in una panteistica «armonia oppositorum», finito e infinito, pensiero ed essere, materia e spirito, contingente e necessario. Quante anime mandate nell’oscurità del bosco come sciocche pecore irretite dall’abisso del peccato. Il Lupo dell’averno ne ha fatto strage, molte perdute e mai più ritrovate, mentre il Sacro Ovile presso d’assedio dai capri infetti viene picconato da quegli stessi servi che hanno ucciso il Buon Pastore, il Figlio, l’Erede.

Peccati, peccati, e ancora peccati. Nonostante i castighi e gli avvertimenti che il Cielo continua ad elargire nella persona della Vergine Immacolata anche attraverso questi scuotimenti della terra, questo mondo depravato si è immerso ancora una volta nella festa dei diavoli e delle streghe, il cosiddetto “capodanno di satana”.

Nonostante questa paziente materna sollecitudine, gli infelici uomini carnali, figli scaltri di questo mondo, continuano ad ignorare questi portentosi inviti alla conversione abbandonandosi alla profanazione della Vigilia di tutti i Santi, consacrando la notte, il tempo e la loro eternità, non ai santi ma ai dannati. Potremmo dire che l’evento halloween è il rovesciamento luciferino della solennità d’Ognissanti in cui, invece di celebrare la vittoria dell’Agnello e di tutti coloro che sono stati redenti nel suo Sangue, si vuole celebrare l’eterna dannazione degli angeli caduti e di tutte le anime perdute in eterno.

Quante colpe accumulate come carboni ardenti sulla nostra testa! Noi stessi siamo gli artefici della nostra rovina. Nessuno, infatti, è senza colpa, nessuno totalmente mondo, nessuno giusto dinanzi a Dio: «si iniquitátes observáveris Domine, Domine quis sustinébit?». Possiamo soltanto supplicare “perdono, pietà!”, gettando nella polvere il nostro cuore e vestendo di sacco la nostra mente per allontanare da noi, odierni niniviti, il calice dell’Ira.

“Gesù, distaccaci sempre più da questo mondo che passa (1Cor 7,31) con le sue vane tribolazioni, le sue false glorie, i suoi apparenti piaceri. Come ce lo hai annunciato, come ai tempi di Noè e come a Sodoma, gli uomini continuano a mangiare, a bere, a immergersi nel traffico e nel godimento, senza pensare alla prossimità della tua venuta, come i loro antenati non pensarono al fuoco del cielo e al diluvio fino a quando perirono tutti (Lc 17,26-30). Lasciamo che godano e si burlino degli altri, pensando come dice l’Apocalisse che per Cristo e per la Chiesa è finita (Ap 11,11). Mentre essi opprimono in mille modi la tua santa città e le impongono prove mai conosciute non pensano che le nozze dell’eternità avanzano, che alla Sposa non mancano che le gemme di queste prove e la porpora fulgente di cui la orneranno gli ultimi martiri. Prestando orecchio agli echi della patria, sentiamo noi pure uscire dal trono la voce che grida: Lodate Dio voi tutti che siete suoi servi, voi tutti che lo temete, piccoli e grandi. Alleluia! Perché il nostro Signore onnipotente regna. Godiamo ed esultiamo e rendiamogli gloria perché il tempo delle nozze dell’Agnello è giunto e la sua Sposa è preparata (ivi 19,5-7). Un poco di tempo ancora, perché si completi il numero dei fratelli (ivi 6,11) e nell’ardore delle nostre anime troppo a lungo assetate ti diremo con lo Spirito e con la Sposa: Vieni, o Gesù (ivi 22,17)! vieni a consumarci nell’amore dell’unione eterna a gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nei secoli senza fine!”[1].

Chiunque tu sia, se anche tu, come me, sei un terremotato dello spirito, non perdere la speranza e diffondi l’annuncio del Signore che è vicino, ora più che mai, giacché questa è l’ora delle tenebre. Questa è l’ora in cui armarsi dell’armatura di Dio e indossare le armi della luce, preparandosi con la Grazia ad incontrare lo Sposo e il Giudice. Questo è il tempo in cui “si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno pestilenze e carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo non sarà che il principio dei dolori” (Mt 24,7-8).

Omnes Sancti et Sanctæ Dei, intercédite pro nobis.

 

 

 


[1] Dom Guéranger, Domenica XXIV dopo Pentecoste.

 

 

 

31 Commenti a "Lettera da un cattolico terremotato"

  1. #Emanuele   2 novembre 2016 at 12:59 pm

    Penso sia molto difficile che chi ha perso tutto a causa del terremoto possa continuare (o giungere) a credere ad un Dio infinitamente buono e misericordioso. E’ anzi probabile che aumenti l’odio ed il rancore nei Suoi confronti.

    Rispondi
    • #jeannedarc   2 novembre 2016 at 1:09 pm

      per fortuna non tutti la pensano così.

      Rispondi
      • #Emanuele   2 novembre 2016 at 2:16 pm

        Certamente, ma proviamo a metterci nei panni di chi non ha più nemmeno un tetto sopra la testa per ripararsi dal maltempo (magari dopo una vita di lavoro e di sacrifici). Per quale motivo dovrebbe credere che esiste una Dio onnipotente che lo ama?

        Rispondi
        • #jeannedarc   2 novembre 2016 at 5:14 pm

          perché è vero.

    • #lister   2 novembre 2016 at 2:43 pm

      Quella di Emanuele è una bestemmia vera e propria.

      Rispondi
      • #Emanuele   2 novembre 2016 at 7:28 pm

        Un attimo, non ho insultato il Padreterno, ho detto che chi si ritrova a subire questo genere di eventi se non ha già una fede forte che lo sorregge difficilmente darà ascolto a qualcuno che gli parla di un Dio che ama infinitamente le sue creature. Magari si troverà a riflettere sulla caducità delle cose terrene ma dubito che riuscirà a vedere nella disgrazia la misericordia e l’amore dell’Onnipotente.

        Rispondi
        • #jeannedarc   2 novembre 2016 at 10:46 pm

          sì, e questo conferma la necessità di nutrire e fortificare la nostra fede

        • #lister   3 novembre 2016 at 10:11 am

          Solo il pensare che “chi ha perso tutto a causa del terremoto possa continuare (o giungere) a credere ad un Dio infinitamente buono e misericordioso” è, di per sé, una bestemmia perché, pensare questo, significa “dubitare”, mentre la Fede ci porta ad essere CERTI che Dio sia “buono e misericordioso”, indipendentemente da accadimenti terreni che siano causa di vita o di morte.

    • #bbruno   2 novembre 2016 at 8:54 pm

      perché tirare in ballo Dio, per bestemmiarlo, quando la calamità ci colpisce, e non tener conto di Dio, per santificarlo, quando dobbiamo agire?

      Rispondi
    • #EFISIO BOVA   6 novembre 2016 at 10:27 pm

      Emanuele, nel momento della prova ogni uomo passa attraverso il dubbio e a volte arriva alla disperazione. Anche il Vangelo ci ricorda che pure Gesu’ ha urlato “Dio mio, perchè mi hai abbandonato?”.

      A chi ha perso tutto non servono prediche ma fratelli che, oltre all’aiuto materiale, veglino con lui nella notte dell’anima e gli testimonino l’amore di Cristo. Da lì incomincia il cammino verso la resurrezione.

      Rispondi
  2. #Maria   2 novembre 2016 at 3:43 pm

    Emanuele
    senza affiancare tragedie di altro genere ,probabilmente questo ” signore ” protagonista di una così grande sciagura,( comprensibilissimo) non pensava a un Dio infinitamente buono e misericordioso, neanche in tempi felici: purtroppo! E’ triste a dirlo in tale situazione,ma il nostro Signore non lo si ama per ciò che noi desideriamo facesse o non facesse.
    Lui ci viene a dire” I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie”…….Che altro possiamo,
    se non porre in Lui la nostra massima fiducia? Preghiamo!

    Rispondi
    • #Alessio   2 novembre 2016 at 5:22 pm

      Ed allo stesso tempo poniamo la nostra massima sfiducia in Bergoglio e la sua cricca.

      Rispondi
  3. #Riccardo Cariaggi   2 novembre 2016 at 6:51 pm

    Pensare che sia Dio a mandare le disgrazie sulla Terra, dopo averci spiegato nella Genesi l’origine del peccato, è proprio di una Fede immatura, anzi inesistente. Anzi un pretesto per non impegnarsi in un percorso di Fede.
    Isacco Tacconi, autore, è un valente collaboratore di Radio Spada.
    Del resto è poco probabile che un terremotato possa avere in questi tempi la serenità e la lucidità di scrivere tale articolo che raccoglie riflessioni e considerazioni ad hoc prendendo spunto dai drammatici eventi di questi giorni.

    Rispondi
    • #jeannedarc   2 novembre 2016 at 10:57 pm

      Tacconi abita in zone molto prossime a quelle terremotate.
      per il resto rispediamo al mittente le accuse di immaturità di fede: è teologia cattolica, non un nostro delirio.

      Rispondi
      • #Riccardo Cariaggi   4 novembre 2016 at 9:28 am

        E’ possibile mai che quanto ho scritto sia stato capito in maniera contraria a quanto era nelle intenzioni?

        Rispondi
  4. #Simone Petrus Basileus   2 novembre 2016 at 10:46 pm

    concordo con Emanuele…finchè uno non vive quei momenti, non può capire….la Fede la si ha quando tutto va bene, ma davanti ad immani tragedie le domande, anche se uno non le vuole, se le pone. Superato poi il periodaccio tutto torna tranquillo e uno torna a Lodare DIO

    Rispondi
    • #Alessio   3 novembre 2016 at 11:45 am

      Capito, Simone? Il probabile pretonzolo modernista, bergoglioso, immigrazionista e fratello dei musulmani ti viene a fare la morale, come sempre stucchevole e campata in aria. Prendi nota.

      Rispondi
  5. #Maria   2 novembre 2016 at 11:35 pm

    Simone
    no! Le cose potrebbero non essere così.Faccio sempre riferimento a Giobbe che, nonostante le sue molteplici disgrazie capitatele,mai si adirava verso Dio anzi sempre più lo adorava; nonostante la sua profonda tristezza per aver perso tutto: famiglia, beni, e salute. Quindi questa fedeltà e’ possibile.

    Rispondi
  6. #Diego   3 novembre 2016 at 1:26 am

    “Finché non vive quei momenti non può capire”.
    Che idiozia, sembra quasi che il terremoto sia il peggior evento che si possa subire!
    Quante persone perdono i propri cari e le proprie capacità fisiche in incidenti stradali?
    E quanti perdono tutto e tutti in esplosioni o incendi di case/appartamenti?
    E coloro che vivono nelle zone di guerra, con i propri cari, i propri averi e, a volte, la propria salute devastati dalle bombe e/o dai proiettili?
    E chi, solo e abbandonato da tutti si ammala di cancro o di una irreversibile e progressiva malattia neurodegenerativa?
    Tutti loro sarebbero autorizzati a perdere la Fede o si porrebbero “domande anche se non vogliono”?
    La Chiesa ha già risposto da un pezzo a quelle domande quindi, chi ha una Fede degna di questo nome, non solo non la perde ma in quelle situazioni la rafforza… è in quelle occasioni che si vede chi persevererà fino alla fine, nonostante tutto ciò che possa succedere!

    “La Fede la si ha quando tutto va bene”.
    Ho conosciuto persone che hanno perso la fede per una semplice diagnosi di tumore maligno e altre che in situazioni ben peggiori hanno conservato e aumentato la loro Fede, quindi è meglio evitare di fare grossolane e banali generalizzazioni.

    Rispondi
    • #Alessio   3 novembre 2016 at 11:52 am

      “Una semplice diagnosi di un tumore maligno”… alla faccia del semplice!
      Sì, ci possono essere situazioni “ben peggiori”, però bisogna cercarle bene.

      Da parte mia, davanti alle disgrazie degli altri preferisco non proferire parola, per parlare con cognizione di causa delle tragedie bisogna esserci dentro. Ed io faccio parte di coloro che giudicherebbero una tragedia una diagnosi di un tumore maligno.

      Rispondi
  7. #bbruno   3 novembre 2016 at 9:58 am

    Che bellezza vivere in un mondo dove tutto quadra come vogliamo. Dove gli uomini nascono sani e sani vivono fino alla vecchiaia, dove i vecchi muoiono esalando un dolce sospiro, dove gli uomini incontrandosi si abbracciano, dove ognuno è felice casa sua e non ha bisogno di barconi per traghettarsi- farsi traghettare – in casa d’altri, dove la terra è un giardino che ti produce i frutti che vuoi, dove… dove… dove…

    E noi a sollazzarci qui come ci pare, dove ridere dei comandameti di Dio, dove stravolgere a capriccio la sua creazione, fare maschi le femmine e femmine i maschi, dove accoppiarci con l’inaccoppiabile, per il libero diritto di ciascuno di fare come gli piace, dove dire che ognuno ha la sua verità, quella che gli tira, dove anzi Dio stesso è una libera opinione ed anche il tipo di Dio, dove dei papi fanno cornuti gli altri papi, dove un Ratzinger e un Bergoglio tirano fuori dall’inferno un Lutero dove altri prima di loro lo avevavno cacciato…

    Rispondi
  8. #Carmelo   3 novembre 2016 at 11:11 am

    Dio castiga? Sì, certo, per il nostro bene.

    Rispondi
  9. #bbruno   3 novembre 2016 at 11:17 am

    E pensare che Dio all’origine la terra l’aveva voluta tutta compatta, circondata dal gran mare, e solo per il libero perverso agire dell’uomo, colpita dal diluvio, si trovò spezzata in tanti blocchi, posti a galleggiare su una materia vischiosa e instabile, che li porta a muoversi e scontrarsi gli uni contro gli altri…

    “ E Noè aveva 600 anni nel tempo in cui il grande anello delle regioni elevate si versò sulla superficie della terra (fino allora) mantenuta unita” ( Gen.7).

    – E specificatamente, sul tema della disposizione dei continenti, in seguito al diluvio, che cosa dice Dio a Giobbe, che pretende di fare il saputo con Lui, di questionare con Lui, osando “intrecciare sentenze in discorsi da ignorante”?
    Dopo avergli chiesto dove era lui, Giobbe, se mai aveva avuto bisogno di lui
    “ quando gettava le fondamenta della terra, quando fissava le sue dimensioni…quando rinchiuse con porte il mare…quando alla terra pose una nube come un manto”,
    gli rivela quello che avvenne a causa della “grande malizia degli uomini”, quando “ogni pensiero del loro cuore era rivolto in ogni tempo al male”..

    “ Cerca ora di sapere, inoltre, come, per distruggere quelli che erano ribelli, ho ridotto a pezzi, che ho fatto cadere scuotendoli, la crosta terrestre fatta tremare come un ubriaco che si mette in cammino e si ferma bruscamente, nell’inondazione che è stata molto grande, allo scopo di dare ai luoghi una forma diversa da prima, similmente a colui che, rivestito d’una dignità, calca la forma di un sigillo di legno come segno di proprietà e di potere”. (Giobbe 38,13-14)

    E poi, e poi, oltre, o prima, di prendercela con Dio, fatte salve le osservazioni fatte sopra, perché non prendercela anche con noi, per quello che potremmo fare e non facciamo, per difenderci, per stare al caso, dai rischi sismici? Andate a leggere l’intervista di Zamberletti in queste ore apparsa sui giornali – “molte verande e pochi rinforzi” -, e invece cdi prendercela con Dio, diamoci finalmente una bella botta in testa, invece di frignare all’aria…e prendercela con Dio.

    Se stupidi siamo, almeno tacciamo…Uomini di poca fede, ma anche uomini di poco cervello…

    Rispondi
    • #Alessio   3 novembre 2016 at 11:55 am

      Scusa Bruno, non so tu, ma se io perdessi la casa non è che passerei molto tempo a fare ragionamenti su Giobbe.

      Rispondi
      • #bbruno   3 novembre 2016 at 4:04 pm

        Caro Alessio, non mi diverto a fare ragionamenti su Giobbe, ma cerco di farmi illuminare dalla Bibbia – mi riferisco anche, e prima di tutto a Gen. 3 e 7 – per capire le ragioni del mio credere in Dio – costi quel che costi- e nella realtà di Dio che non si racchiude tutta qui in terra, ‘in hac lacrimarum valle’.

        Altrimenti non ci resta che lo “sterminator Vesevo”…

        Rispondi
  10. #lister   3 novembre 2016 at 11:58 am

    @ Diego e bbruno
    Concordo pienamente con i vostri commenti.
    Troppo facile (e blasfemo) dire che la Fede la si ha quando tutto va bene, mentre, se sei in un “periodaccio”, ti puoi prendere una licenza…

    Azzeccatissimo (una volta tanto) il sermone del prete Maria.

    Rispondi
  11. #Alessio   3 novembre 2016 at 5:44 pm

    Cari Diego, Bruno e Lister,

    per una volta non sono d’accordo con voi, o per lo meno lo sono solo in parte.
    Ripeto : prima di giudicare i guai altrui bisogna provare a viverli, quindi pur essendo contrario alla perdita della Fede nelle traversie della vita evito comunque di giudicare chi dovesse vacillare trovandosi a vivere particolari tragedie.
    E perchè mai dovrebbe per forza essere così saldo nella Fede? Chi è mai, questo anonimo, comune cattolico? Ignazio di Loyola? Un cristiano del tempo di Nerone?
    Fondamentale poi è la gravità della circostanza, non voglio considerare qualcosa di tremendo come la “semplice diagnosi di un cancro” (!), mi accontento del terremoto : se una persona di normale, comune Fede, un comunissimo cattolico odierno della massa, dopo aver perso magari l’unica casa che aveva con tutti i suoi averi, non riconoscendo di avere colpe particolari agli occhi di Dio dovesse perdere il desiderio di pregare, pur non approvando la cosa non mi metterei in cattedra io, con casa intatta e senza famiglia al freddo in un centro per terremotati.
    Facile giudicare dalla riva chi si trova in mezzo alle onde, altra cosa è trovarsi in acqua.

    A voi rispondo sempre volentieri, il pretonzolo bergoglioso immigrazionista filoislamico si astenga dal rivolgermi parola, visto che non lo considero un interlocutore.

    Se qualcun’altro volesse tirare in mezzo Giobbe o farla facile, gli suggerisco di regalare la propria casa, o case, alle famiglie terremotate, trasferirsi nel centro d’accoglienza senza più abitazione e li pontificare quanto vuole sulla propria pelle.

    Rispondi
    • #lister   4 novembre 2016 at 9:19 am

      Caro Alessio,
      anni fa, morì mio fratello. Aveva solo 35 anni, sposato da due anni, gli era nato da poco un figlio.
      “Non è giusto! -mi azzardai a dire-. Rimangono in vita fior fiori di delinquenti, assassini, miscredenti, bestemmiatori, e lui, ottimo giovane medico, perfetto marito, dolcissimo papà, ci è stato portato via”
      Più tardi, nell’assoluta calma interiore che si vive dopo il Funerale, ho saputo farmene una ragione:
      Lassù c’era nostro padre, morto qualche anno prima e, adesso, lo aveva vicino a sé…

      Ciò che abbiamo in Terra, Alessio, siano essi beni materiali, amori, gioie, ma anche dolori, dissapori, non sono nulla in confronto a ciò che avremo Lassù. Nulla.

      Il Grande Disegno di Dio, io lo assimilo ad un grosso mucchio di sabbia: anche se ne togli un granello, quello rimane pur sempre un grosso mucchio di sabbia…

      Rispondi
  12. #bbruno   3 novembre 2016 at 10:37 pm

    caro Alessio, io non giudico nessuno, vivo anch’io la tragedia degli altri, come fosse mia, e provo a non smarrirmi. Anche perché le tragedie e i drammi generalmente sono la sorte di ognuno di noi, e le specie sono infinite…

    Rispondi
  13. #Maria   3 novembre 2016 at 11:14 pm

    Alessio
    Apprezzo la tua sincerità e comprendo quello che dici.In momenti molto particolari della vita si potrebbe perdere anche la fede: non per questo il nostro Signore verrebbe ad amarci di meno. Bisogna trovarcisi dentro alle situazioni per dire come si reagirebbe.A priori,cosa conosciamo di noi, privi di esperienza?Niente! Cosa buona riconoscere ciò; ci si metterebbe così in stato di umiltà,terreno fertile per ricevere la Grazia che Santifica.

    Giobbe,e’ il mio punto di riferimento ogni qualvolta dovessi trovarmi in situazioni piu’o meno disagevoli…..lui sarebbe il mio migliore amico che saprebbe darmi sempre il miglior consiglio.

    Rispondi
  14. #Alessio   4 novembre 2016 at 3:14 pm

    In definitiva, rivolgendomi a tutti gli intervenuti riguardo ai miei commenti :

    La Fede è uno dei beni più preziosi della vita, ma difronte alle tragedie che possono colpire inaspettate (morte, solitudine, malattia, rovina…) non è escluso che vacilli, soprattutto se chi essendo colpito da tali disgrazie sa benissimo di non aver fatto nulla per meritarle. Se questo concetto è sempre stato vero, ancora di più lo è in tempi nei quali la Fede è diventato qualcosa di così drammaticamente accessorio all’esistenza, senza esserne più il fondamento.
    Davanti a dei problemi di Fede dovuti a tali circostanze, pur non approvandoli non mi sento di esprimermi troppo contro chi stia li sta vivendo, non conoscendone il disagio interiore.

    In generale, mi esprimo in maniera categorica riguardo alle prese di posizione su questioni ordinarie (es. dare del vigliacco a chi permette che una Croce venga rimossa, che fà concessioni al nemico per non irritarlo, che tollera il depravato per uniformarsi ecc…) ma sulle questioni che colpiscono l’individuo nell’intimità dei suoi sentimenti e dei suoi affetti preferisco non proferire parola, o se lo faccio è sempre sottovoce.
    E’ sempre bene ricordarsi che il dolore è dietro l’angolo ad aspettare, pronto a ricordarci quanto siamo fallibili.
    In presenza di tragedie temibili e difficilmente reversibili, la risposta che giudico più adeguata è quella del silenzioso rispetto, della comprensione e della preghiera.

    Rispondi

Rispondi