Omaggio alla Beata Giovanna Scopelli [prima parte]

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di Cristiano Lugli

 

La Cattedrale di Reggio Emilia, nonostante il suo recente restauro che ha violato i limiti del sacro-sensum nonché dell’arte e del semplice buon gusto, custodisce al suo interno tesori molto alti dal punto di vista della spiritualità e della pia devozione.

Il patrocinio della città infatti non è solo posto sotto il Santo Vescovo Prospero, ma si evidenziano anche i Santi Crisanto e Daria di cui le candide spoglie riposano nella cripta della Cattedrale già dal 947, anno in cui per iniziativa del Vescovo Adelardo furono trasferiti dal cimitero di Trasóne, sulla via Salaria nuova.
La storia di questi due martiri riporta al III secolo, si presume attorno all’anno 283, invero quello in cui furono uccisi sotto la sentenza dell’Imperatore Numeriano.
Crisanto arrivò a Roma da Alessandria per studiare filosofia e ivi conobbe il presbitero Carpoforo da cui si fece battezzare; questa conversione fu però molto ostacolata dallo stesso padre di Crisanto, un certo Polemio, il quale per altro si servì di numerose donne per tentare il figliolo e distoglierlo dalla Via cristiana: fra queste donne v’era anche la bella vestale Daria, che non resistette all’esempio di Fede del giovane alessandrino e per opera sua e della Provvidenza si convertì, iniziando a predicare di comune accordo con Crisanto il Santo Evangelo, portando alla scoperta di Nostro Signore Gesù Cristo numerosi romani.
La condanna a morte come già detto non si fece attendere, e i due furono gettati assieme ad altri cristiani da loro convertiti in una fossa, per poi essere sepolti vivi.
Fra le illustre personalità che li hanno celebrati si ricorda Papa Damaso, promotore del culto dei martiri nella Chiesa.Questo esempio di grande Fede scolpito fra le pagine della vita dei due patroni reggiani, non è il solo nella città di Reggio, o per appellarla come i latini “Regium Lepidi“.
Si è avuto il piacere di leggere, già su queste pagine, la figura di una grande Beata vissuta verso la metà del ‘400, tale Beata Giovanna Scopelli, una carmelitana di cui forse la stessa città è dimentica o comunque non recepisce la straordinarietà e la grandezza.
Siamo in un periodo di turbolento travaglio dal punto di vista geo-politico, poiché gli anni in cui visse la Scopelli seguivano al secolo in cui le forti lotte fra Guelfi e Ghibellini avevano ferito profondamente la città, che ora si trovava di già sotto il dominio degli Estensi.Tuttavia questa allor piccola città godette di una grande situazione religiosa, vantando l’episcopato di alcuni insigni prelati, fra cui Tebaldo da Sesso (1394-1439) già monaco benedettino, Battista Pallavicino (1444-1446) e ancora Bonfrancesco Arlotti (1477-1508) valente giurista, già ambasciatore degli Estensi presso la S. Sede per vari anni.
A seguito del periodo di pace scaturito nel secolo della Beata, rifiorirono anche moltissimi ordini e confraternite religiose che da molti secoli erano presenti nella città. Fra questi si annoverano certamente i Benedettini, i Francescani, gli Agostiniani, i Domenicani, i Serviti.
Dall’anno 1373 comparvero anche i Carmelitani, custodi dell’Arcispedale di Santa Maria Nuova, e non mancava nemmeno qualche famiglia religiosa minore come ad esempio i Cavalieri del S.Sepolcro – cosiddetti maltesi – e gli Umiliati, che vedremo avere un ruolo abbastanza di spicco in questo reale racconto.
Altrettante comunità femminili riempivano la cittadina col sacro silenzio monastico: il canto delle Clarisse, delle Benedettine, delle Domenicane, delle Canonichesse, a cui si aggiunsero poi le Carmelitane per volontà e opera della Scopelli, si ergeva dalla tetra notte fino alla sera successiva, ininterrottamente insomma, e così tutti i giorni dell’anno.Di tutte queste cose parla la vita della Beata Giovanna, di cui sempre entrando nel Duomo di Reggio si possono contemplare le spoglie nella Cappella Rangoni, al lato destro guardando l’altare centrale. È lì, quasi dimenticata come dicevamo, seppur ricopra un posto di onore; sarà dovuta alla solita trascuratezza moderna (e modernista), a cui poco importa di richiamare il senso del sacro, di crearlo dentro la propria e altrui intimità; o sarà fors’anche la mancanza di un piccolo inginocchiatoio che spinga a soffermarsi dinanzi questo altare a pregare la Beata reggiana.

Questa santa monaca che nacque e dimorò proprio in Reggio visse in modo sublimemente esemplare, e questo fin dalla sua più giovine età, applicandosi decisamente a coltivare tutte le più eroiche virtù cristiane.
Una volta sopraggiunta l’età che la escludesse dall’infanzia o poco più, cominciò a deliberare di lasciare il mondo con le sue vanità, per vestire quanto prima l’abito religioso, alla stregua di quanto insegna l’Imitazione di Cristo: “Abbi cura di staccare il tuo cuore dalle cose visibili e di elevarti alle invisibili. Infatti quelli che vanno dietro alle voglie dei sensi, macchiano la coscienza e perdono la Grazia di Dio”.
Giovanna questo lo sapeva bene, e già lo aveva capito non appena divenuta fanciulla, tant’è che  fin da subito dichiarò guerra al proprio corpo, infliggendosi volontarie penitenze e discipline rette come digiuni e mortificazioni costanti, avendo a mente altresì San Paolo, il quale in modo integerrimo parla dell’infinita lotta terrena ove si contrappongono i desideri della carne e i desideri dello spirito, in costante scontro fra loro, per far sì che l’uno elemento non convenga a fare ciò che vuole l’altro.

La certezza della pronta vocazione religiosa della Scopelli è buffamente spiegata in un episodio della sua vita: avendo ella due sorelle nubili, e quindi residenti nella medesima abitazione familiare, non poteva godere liberamente dei propri spazi, della propria ed assoluta intimità e del tempo necessario per dedicarsi al Divino Sposo a cui lei già si era legata indissolubilmente, come del resto fu per sempre. Con grande fervore dunque alzò una sua preghiera a Dio, chiedendo la Grazia  di collocare in matrimonio le due sorelle, di modo da soddisfare loro la loro vocazione di mogli e madri quanto prima, e lei di poter proseguire nel silenzio e nell’orazione costante. Il Signore non mancò di prestare attenzione alla preghiera della Sua Serva Giovanna, e acconsentì tale Grazia in modo straordinario e del tutto inaspettato, giacché di lì a poco vennero due giovani forestieri, di nobil famiglia, a chiedere la mano delle due sorelle Scopelli seppur mai le avessero vedute prima di allora.
La gioia dei genitori, Simone e Caterina Scopelli, fu talmente grande che subitamente avrebbero voluto vederla estendersi alla terza figlia: ma non vi fu carezza o preghiera che  potesse cambiare le sorti già certe e decise di Giovanna, che sin da principio aveva fatto voto di verginità al Suo Signore. Il desiderio primo era in effetti quello di partecipare alle sofferenze della Croce di Gesù, e fu proprio quando vestì l’abito dell’Ordine Carmelitano, vivendo poi in casa (come religiosa in famiglia secondo l’uso del tempo) che si impose di portare il cilicio ed una catena di ferro sulle spalle, sotto l’abito, che avrebbe portato poi per quasi tutta la vita terrena.
Si affidò frattanto alla direzione spirituale dei padri Carmelitani, presenti in Reggio Emilia dal 1373 per opera di Padre Pinotto de Pinottì, già fondatore dell’Ospedale di Santa Maria Nuova.

 

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In un certo qual modo lo slancio di libertà per adorare Dio in anima e corpo avvenne dopo la morte dei due genitori, i quali lasciarono una discreta somma ereditaria, per mezzo del padre, alla giovane figlia, che però decise di liberarsene per non godere di nessun attaccamento, indirizzando dunque tutti i beni ai propri parenti e non mostrando preoccupazione alcuna verso il presente, ancor più sicura rispetto al futuro.
Asseriva di essere completa di tutto poiché riservava per sé l’immagine di un Crocefisso, per cui tanto si gloriava e gaudeva, come l’Apostolo delle genti, riponendo in Cristo solamente tutta la sua fiducia, tutti i battiti dell’ardente suo cuore.
Finalmente poté dar spazio – nella preghiera e nelle intenzioni – al desiderio che da tempo le occupava tutti i pensieri della mente e gli interessi prossimi, ovvero la fondazione di un Monastero, per ritirarvisi per sempre a lodare Dio.
Giammai le persone che la conoscevano avrebbero creduto in una simile realizzazione, ben certi che Giovanna non avesse i mezzi per riuscire ad intraprendere questa pur forte volontà. Non tardarono però molto ad intravedersi i disegni di Dio, poiché di lì a poco si presentò dalla giovane carmelitana una donna, che appunto le chiese come pensava di realizzare questa cosa, con quali mezzi. A questa domanda la Beata rispose “Io ho meco il tesoro, che è Gesù Crocefisso, e con Lui solo sono la più ricca del mondo: Habeo, inquit, thesaurum, Crucifixum videlicet Deum, in quo uno omnium dives sum”.
Le animate speranze non andarono compiendosi in diverso modo, perché incontrò poco dopo un’altra donna, una vedova reggiana colpita da questo grande fervore e, ispirata da Dio, decise di offrirle la propria casa, ponendo se stessa insieme alle due giovani figliole sotto la direzione spirituale della Beata Scopelli, a cui fece seguito un’amica che fino a quel momento le aveva offerto temporanea ospitalità.
Dal 1480 al 1489 vissero dunque nella casa della generosa vedova, mentre Giovanna attendeva i mezzi e i segni della divina Provvidenza per erigere il Monastero vero e proprio.
Intanto, divenuta priora della comunità appartenente alla Congregazione mantovana, approvata il 3 settembre 1442 da Papa Eugenio IV, riprometteva di richiamare con tutte le sorelle il fervore della vita comune, rinunziando anche alla mitigazione della regola già precedentemente concessa.
Il loro abito carmelitano era caratterizzato da una tonaca ed uno scapolare di lana marrone, un mantello bianco ed un velo nero, con poveri sandali in canapa ai piedi; probabilmente per il particolare del mantello bianco in città venivano chiamare “le Bianche”, o ancora meglio con termine latino “Sorores Albæ”.
Nel mentre la fama di questa fervente monaca andava via via diffondendosi per tutta la popolazione, calamitando a sé numerose persone curiose e decise a volerla conoscere, raccomandandosi alle sue preghiere giacché erano risapute le molte grazie concesse da Dio per mezzo suo.

Uno degli episodi più eclatanti riguarda un giovine di nome Agostino, la cui madre afflitta si prostrò in lacrime dinanzi a suor Giovanna per chiederle di liberare il figliolo dalle tenebre in cui risiedeva. Agostino era infatti caduto nell’eresia dei Manichei, e non v’era credo per portarlo a pentimento e conversione: parvero inutili le preghiere della madre, così come quelle di amici e cari: il giovane ragazzo sembrava irremovibile.
Per questo la povera madre si rivolse alla Beata, per affidare a lei, come terminale speranza, la disperata situazione del figlio. La compassione della carmelitana fu mossa, e fu lei stessa ad ordinare alla madre di portarle quel figlio eretico, procurandosi inizialmente di convertirlo con le ragioni, poi con le preghiere ed infine, non per ordine di importanza, con le minacce del Castigo divino.
Si accorse però che la persona davanti ai suoi occhi era totalmente immersa nell’inganno del Demonio, e a poco servivano le intimidazioni, buone o dure che fossero poiché giammai costui si sarebbe piegato alla ragionevolezza, seppur esatta.
Giovanna si ricordò allora, probabilmente, di quel passo evangelico in cui Gesù rammenta ai Suoi Apostoli che certi demoni si scacciano solo con la preghiera ed il digiuno, e per questo s’applicò sovente a questi strumenti per abbattere quel muro di zolfo. Iniziò ferventi preghiere, vigilie e veglie, digiuni stremanti e crudeli discipline offerte a Dio per intercedere a favore di quel disgraziato e, come possiamo immaginare, nulla di tutto ciò rimase inascoltato poiché il Signore illuminò dapprima l’intelletto del giovane Agostino toccandolo poi conseguentemente nel vivo del suo cuore, lui rientrando così in se stesso fino ad accorrere immediatamente ai piedi del confessore, in lagrime, abiurando e detestando definitivamente e con vera contrizione l’eresia che fino a poco prima aveva sostenuto.
D’altronde fu lo stesso primo biografo Benedetto Mutti (1600) a scrivere che – rendiamo comprensibile il linguaggio – “La Beata si orna con le pietre e le gemme preziose delle orazioni, veste il mantello dell’astinenza, si profuma con gli unguenti esotici delle veglie, per sconvolgere la forza del nemico…”

Frattanto giunse il momento della grande svolta, dopo che gli occhi di Suor Giovanna si posero su di una piccola ma importante chiesa detta di San Bernardo, a quel tempo di proprietà dei Frati Umiliati che ivi vi risiedevano. Affidandosi all’intercessione di San Bernardo il quale le apparve durante un’orazione a lui rivolta, con coraggio e fermezza ne fece richiesta (prontamente accettata) e successivamente la comprò, nonostante tutti gli ostacoli nel quale l’Antico Avversario avrebbe voluto farla inciampare.
Correva l’anno 1485 quando dunque prese definitivo possesso della chiesetta dando vita alla costruzione del Monastero annesso, titolando “Santa Maria del Popolo”, che sarebbe divenuto di lì a poco uno dei più illustri ed importanti monasteri di Reggio-Emilia.

L’umiltà e la dedizione di questa Madre Superiore traspariva limpidamente dal momento che ella era sempre la prima ad attenersi a tutte le osservanze monastiche e agli atti comuni stabiliti in Monastero. Alle penitenze personali e alle mortificazioni che sin dall’infanzia la accompagnavano, Suor Giovanna Scopelli aggiungeva uno stremante digiuno che iniziava con il giorno dell’Esaltazione della Croce per concludersi solo a Pasqua, osservando ancora in questo punto la primitiva Regola Carmelitana.
Invero in ogni sabato dell’anno soleva digiunare a pane ed acqua, senza toccare altro cibo.

Quanta preghiera poi nella vita di questa esemplare anima, fra cui spiccava una fervente e tenera devozione verso la Beata Vergine Maria. Inventò addirittura una devozione particolare da lei denominata “la Tonaca della Vergine”, che consisteva nel recitare quindicimila Ave Maria, ove al termine di ogni cento veniva detto il Salve Regina, aggiungendo poi, conclusasi tutta, l’Inno Ave Maris Stella e il O Gloriosa Domina, ripetuto sette volte per ognuno. Il suo amore verso la Vergine Santissima la portava altresì a celebrare con una solennità incommensurabile le Feste mariane, preparandosi già dalla Vigilia recitando mille Ave a cui seguiva, nel giorno della festività, la ripetizione settenaria del di Lei Ufficio.

Le instancabili penitenze e il monito paolino del “pregate incessantemente” così presente nella monaca carmelitana fecero sì che il Confessore di questa, vedendola così estenuata, le ordinò in virtù di obbedienza che nella Vigilia della Santissima Assunzione di Maria al Cielo interrompesse ogni devozione per recitare una sola Ave Maria. Suor Giovanna tanto disciplinata e riverente nei confronti del sacerdote obbedì senza colpo ferire, e si riservò di recitare quell’Ave a tarda sera con una dolcezza ed un fervore indescrivibile, venendo poi rapita in estasi tanta era la sua penetrazione verso quella preghiera, passando tutta la notte in questo stato di rapimento beatifico che la indusse a contemplare il Santo Mistero del Verbo Incarnato per tutto il corso della notte.
Questo era il tenore di vita della Beata Giovanna Scopelli; ma delle sue numerose estasi, dei suoi slanci di amore verso Cristo che tanto arrecavano danno al Demonio fino al punto di farlo scagliare contro di lei, parleremo in una seconda parte del racconto.
Per il momento ci soffermiamo qui, a riflettere sulle mille e altre virtù che ornavano di “smeraldi celesti” l’anima di questa grande Beata, di cui la chiesa oggi ha proprio un particolare bisogno.

[segue qui]

 

 

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