La carità dell’apostolato e l’apostolato nella Carità

San Francesco Saverio predica e guarisce infermi (Rubens)
San Francesco Saverio predica e guarisce infermi (Rubens)

 

di Cristiano Lugli

 

Sono passati all’incirca tre mesi dal cambio di stagione che dal calore dell’estate ci portava alla medianità dell’autunno, stagione in cui il buio e le tenebre paiono farsi ogni giorno più pressanti, dimezzando le giornate e spogliando le membra del creato dai loro addobbi.
Oggi siamo dinanzi ad un nuovo cambiamento della stagione, quello in cui il freddo si rende pungente fino a scuotere le membra dell’essere umano, facendogli presente la miseria dei sensi, incapaci di rimanere impassibili davanti alle potenze della natura divinamente ordinata; a questo gelo del corpo però corrisponde nell’inverno il calore della venuta del Salvatore, che appunto “viene in una grotta al freddo e al gelo” come tradizionalmente si canta nello splendido Inno “Tu scendi dalla stelle” scritto da Sant’Alfonso.
Non solo: se è vero che le giornate appaiono brevi e buie, la verità è che proprio in questo spazio di tempo torna a trionfare la luce, simboleggiata dalla stessa Luce che viene nel mondo, “et Lux in tenebris lucet”. 
Preparandosi all’Avvento si sono potute spesso leggere le parole del Battista, il quale fu chiaro ( per chi vuole capire ) quando disse “è necessario che io diminuisca affinché Lui accresca.” Il Profeta che viene a preparare la Via del Signore cede il posto al trionfo della Luce vera: “Non erat ille Lux, sed ut testimonium perhiberet de lumine: erat Lux vera quæ illuminant omne hominem venientem in hunc mundum”.
Di ché dunque meravigliarsi quando si pensa che la Festa di San Giovanni Battista è fissata proprio nel giorno 24 giugno, come già dicemmo qui – giorno in cui la luce del sole inizia gradatamente a diminuire – e quella della nascita di Cristo è invece fissata al giorno 25 di dicembre – periodo in cui il sole inizia a risplendere più sommamente con i suoi raggi – ambedue a ridosso dei due più importanti solstizi.
Ma fatta questa piccola digressione torniamo al principio del vecchio e barboso autunno, in cui ci veniva offerto dal Guéranger un esiziale commento alla visione “ciclica” di questo periodo:
“Il seme prezioso affidato al terreno nei giorni di freddo ha rotto la zolla appena sono venuti i giorni belli e la Pasqua si è annunciata dando ai campi il grazioso ornamento che loro occorreva, per unirsi al trionfo del Signore. Poi subito, come dovette avvenire nelle nostre anime sotto il fuoco dello Spirito Santo, lo stelo crebbe sotto l’azione del sole caldissimo, la spiga, ingiallendo, promise il cento per uno al seminatore e la messe si è raccolta nella gioia, e i covoni accumulati nel granaio del padrone invitano l’uomo a levare il pensiero a Dio dal quale questo dono è venuto.”
Riecheggia in questa splendida sequenza tutto il senso connubiale insito fra la creazione ed il Creatore. Ella infatti trionfa tramite il buon seme che nonostante l’apparente insignificanza rompe la durezza del terreno del cuore, ristorando l’anima e permettendole di contemplare il Mistero della Pasqua non ignuda, ma cinta di quelle virtù che la rendono degna di lodare la Vittoria del Suo Signore. La Sua postuma Ascensione è poi conveniente – ricorda l’Aquinate – poiché essa ci dona l’interminabile assistenza del Paraclito Spirito, fuoco d’amore da cui scaturiscono i 7 doni imperituri come raggi emanati dal caldo sole, coi quali solo si può crescere verso una spirituale vita di santificazione.
Da quel fuoco d’amore chi avrà ben seminato volgendo il pensiero ai beni del Cielo e non alla transitorietà della materia, potrà raccogliere ad abundantiam la messe gaudiosa promessa da Dio.
Da questo importantissimo preludio che ci è stato offerto dal tempo liturgico di questi ultimi tre mesi, possiamo soffermarci a riflettere sulla ricorrente immagine del contadino, raffrontandolo con il ruolo di apostolo che ogni cristiano ha per mandato ordinario.
San Paolo, predicatore per somma eccellenza, parla di cooperazione all’apostolato: “Dei sumus auditores” [1], chiarendo la visione di quest’opera la quale non può essere pensata come mera attività personale, quasi come che dovessero fare da padrone le nostre vedute facenti poi forza sulla miseria delle nostre energie.
È infatti Dio solo che rende fruttuosa l’opera di redenzione e di santificazione attuata lungo i secoli di civitas cristiana; pensiamo pure che persino giganti di santità come gli Apostoli, o la stessa Madre di Dio sono collaboratori all’opera cristica: “Io ho piantato, Apollo ha innaffiato, ma è Dio che ha fatto crescere; di modo che nulla è il piantatore, nulla l’innaffiatore, ma tutto è Dio che fa crescere”. [2]
Ricalcando il ruolo del contadino è consequenziale la sua importanza per la fruttificazione del campo, ma nel medesimo tempo sarebbe nulla senza i necessari agenti atmosferici che variano appunto dalle stagioni a seconda del tempo propizio che il Sommo Creatore dona.
Parimenti il nostro agire apostolico non è sufficiente per la Salvezza degli uomini secondo un disegno stabilito da Dio, giacché Egli solo può concedere le grazie per fecondare il terreno dell’apostolato.
Dei agricultura estis, Dei ædificatio estis” [3]. Abbiamo qui l’esempio di Colui che riportò i dispersi alla Fede, ma che nel medesimo tempo li chiamò “campo ed edificio di Dio”. San Paolo “sminuisce” il suo ruolo perché sa di essere lui stesso strumento di Dio; pur essendo tale, però, l’apostolo è uno strumento reale e vivo, non materiale, e Dio fornisce ad esso l’intelligenza e la volontà per rimettersi nelle Mani del Divino Artefice, per l’appunto ponendo e rimettendo le posizioni personali nel volere di Dio.
Se dunque ognuno di noi ha il dovere di pensare alla Salvezza dell’anima sua, nonché alla personale santificazione, ciò che distingue il cristiano per la sua carità è la preoccupazione per le anime altrui: in questo si spiega gran parte del Mistero cristico, per cui l’umanità di Gesù fu lo strumento di cui il Verbo fattosi carne si servì per redimere il genere umano.
Sull’esempio del Maestro bisogna allora interrogarsi, facendo caso a quanto il nostro zelo per le anime sia forte e sincero, così da capire in egual modo se veramente amiamo Dio: non si può amare molto il Padre se non si amano i Suoi figli; e di certo l’Amore di cui si tratta non è propenso ad occuparsi del guadagno di ipotetiche gioie terrene, quanto piuttosto ad accumulare tesori celesti sfuggendo al peccato e progredendo nel cammino spirituale.
Così disse quella madre che molto amava  il figliol suo: “Preferisco vederti morto che in peccato mortale.”
Chi tenta di penetrare con costanza il mistero dell’amore divino per le creature non può voltare le spalle alla loro sorte. Il rimbombante ardore per le anime scuoteva Santa Teresa di Gesù Bambino, anche per il bene di una sola anima la monaca si sentiva chiamata a rispondere: “Questa è l’inclinazione che il Signore mi ha data. Mi pare che Egli apprezzi di più un’anima sola che con le nostre industrie ed orazioni, per Sua Misericordia, noi gli guadagniamo, che non quanti servizi gli possiamo rendere.” E ancora l’umile Santa piangeva davanti alle rovine che l’eresia luterana si lasciava alle spalle ovunque passasse, trascinando nella perdizione migliaia di anime: “La perdita di tante anime mi spezza il cuore… vorrei che il numero dei reprobi non andasse aumentando; mi pare che pur di salvare un’anima sola dalle molte che si perdono, sacrificherei mille volte la mia vita.”
Beati noi se avessimo questo richiamo interiore; beati noi se avessimo qualche morso in coscienza per la poca cura delle anime altrui. Molto spesso, invece, siamo cristiani freddi, e come diceva il Crisostomo “Nulla è più freddo di un cristiano che non si cura della Salvezza altrui (…) Ma se una spina penetra nella pianta del piede, non è tutto il corpo a sentirla e ad esserne sollecito?”. Infatti, continua San Giovanni Crisostomo, “il dorso si piega, le mani si tendono per estrarla, il capo si abbassa e gli occhi guardano con gran cura e sollecitudine.” A modo stesso il cristiano è tenuto a correre in aiuto di un suo membro sofferente, adoperandosi per il Bene della di lui anima.
Badiamo bene che il dovere dell’apostolato quale strumento e mezzo di Salvezza per gli altri esiste dalla venuta di Cristo, progredendo con San Paolo fino ai tempi in cui il Vicario di Cristo in terra aveva a cuore il fine della Santa Chiesa. Ce lo ricorda ancora il Crisostomo asserendo che “Tutti i mali nascono dal fatto che reputiamo cose estranee quelle che riguardano il nostro stesso corpo. Nessuno può fare il proprio dovere se trascura la Salvezza del prossimo. Se osi dire di non aver nulla di comune col tuo membro, nè stimi di aver nulla di comune col tuo fratello, non hai neppure Cristo per Capo.” Ogni buon cattolico diventa così indispensabile per continuare a prolificare l’Opera di Redenzione per cui Dio si è fatto uomo venendo ad abitare nel mondo e in noi; ciò presuppone sforzo, sacrificio, e soprattutto molta umiltà al fine di immolarci con Cristo per restituire al Padre il tesoro più grande: le anime.
Mistero tremendo” lo definiva Pio XII nell’Enciclica Mystici Corporis, “né mai sufficientemente meditato: che, cioè, la Salvezza di molti dipenda dalle preghiere e dalle volontarie mortificazioni a questo scopo intraprese dalle membra del Mistico Corpo di Gesù Cristo e dalla cooperazione dei pastori e dei fedeli.”
 

L’ESEMPLARE VITA DEI SANTI

A tale stregua non esiste più esemplare lezione della vita dei Santi, la maggior parte dei quali ha votato tutto il trascorso di vita terrena alla cura della propria ed altrui anima, mortificando le brame della carne e facendo vivo, nella propria anima, il detto evangelico “Oporter semper orare et non deficere”. 
Quante anime costoro hanno salvato, quanti figli di Dio prossimi alla dannazione hanno strappato dalle assicurate fiamme, dall’ ignem æternum; e questo avviene anzitutto tramite la loro personale santificazione, poiché tramite  questa emanazione mistica e divina che trabocca nella vita dei Santi, tante sono le anime che per i loro meriti si salvano. Pensiamo ai patimenti di Santa Rita, alle mortificazioni di San Francesco, di San Luigi Gonzaga, alle distrutte ginocchia di San Giovanni Bosco per le ore passate a pregare davanti al Santissimo e Divinissmo Sacramento, alle mani e ai piedi di quel Santo frate di Pietralcina che mai cessava di sgranare corone alla Vergine Maria. Tutto questo amore contemplativo si trasforma in azione salvifica a favore di tante anime: così come ha fatto Cristo immolandosi, così coloro che sono tuono e luce di Dio offrono le loro fatiche, il loro sangue, come riflesso del Sangue dell’ovis occisionis, per lavare, detergere e mondare i peccati di molti.
Certo è che non v’è impegno vero e proficuo effettivo se prima non ci si è dedicati al proprio perfezionamento, e questo troppo sovente sfugge a noi e ai nostri istinti da crocerossini.
Per tale motivo San Tommaso, parlando appunto di perfezione, asserisce nel De perfectione vitæ spiritualis che “chi perfeziona gli altri deve avere una perfezione più grande per essere personalmente perfetto, perché la causa è sempre maggiore dell’effetto”.
Per questa predominanza della causa sull’effetto è bene non cadere nel tranello dell’azione che supera e si sostituisce alla contemplazione. Lo sapeva il monaco-cavaliere di Clairevillx, il quale fu in assoluto l’esempio vivente della perfetta fusione tra la tensione orante e la forza del combattente. Sapeva bene quanto più di ogni cosa conti la propria crescita spirituale senza la quale nulla si può ottenere per gli altri, rischiando di perdersi perdendo nel mentre anche il prossimo. San Bernardo così suggeriva a Papa Eugenio III:
“Non è saggio chi non lo è innanzitutto per se stesso. Chi è saggio per sé è veramente saggio, e berrà per primo l’acqua del suo pozzo. La tua meditazione comincia da te e, meglio, essa finisca in te; e dovunque spazia, richiamala perché porti frutti di Salvezza. Per quanto ti riguarda, tu sei il primo e l’ultimo. Prendi esempio dal Padre Supremo di tutti, che invia il Suo Verbo e lo conserva in Se stesso. Il tuo verbo è la tua meditazione, che non si deve assentare quando esce. Fai in modo che proceda senza uscire, che parta senza andarsene. Per ottenere la Salvezza, non hai nessun parente più prossimo che il figlio unico di tua madre.” ( De Consid., 2,3: P.L. 182,746 ) 
Non è per contro possibile infatti volersi ergere a strumenti di Dio senza una vita di intensa ed intima unione con Lui e con il Figlio Suo, tramite un assiduo raccoglimento nella preghiera e soprattutto nella tenue condizione di umiltà, per ben ricordarsi del nulla che siamo: non davanti agli uomini – come abilmente faceva il fariseo nel Tempio – ma davanti a Dio – come stava contritamente il pubblicano.
La nebulosa cloaca del caotico mondo moderno rende ad indirizzarci, subdolamente, verso il primato della correzione, dell’educazione retta in vista del male che ci circonda. Un filo sottile però divide il buon proposito dalla trappola maligna che vuole centrifugarci lontani dalla dedizione contemplativa. Sommamente interviene Dom Chautard, nella serafica opera de “L’anima di ogni apostolato” citando l’episodio in cui San Pio X fu chiamato a rispondere alla domanda che prefiggeva di mettere al primo posto l’educazione, relegando la vita religiosa al secondo posto. Così Papa Sarto replicò a questo istituto religioso incline anche all’insegnamento: omnino nolumus.
“Non vogliamo assolutamente che questa posizione trovi qualche credito tra di voi o presso altri istituti che hanno la finalità dell’educazione. Per quanto vi riguarda, sia ben chiaro che la vita consacrata prevale sulla vita ordinaria, e che se il vostro dovere di insegnare vi impone obblighi verso il prossimo, avete obblighi più importanti verso Dio.”
Il monito soprastante, pur riguardando dei consacrati, è attualissimo su noi altri sempre attenti ad arricchire il nostro bagaglio per poi servire docenze a chiunque.
La preghiera è la lotta al peccato tramite la mortificazione personale e l’esercizio delle virtù, così la vita interiore spoglia l’anima dai suoi difettosi connotati accrescendo in essa Grazia ed Amore, rivestendo ciò che è più caro a Dio di vita divina, deificandosi e unendosi a Lui. Diventando amici di Dio può scaturire quella forza soprannaturale che rende fruttuosa l’opera di apostolato: “Non vi chiamo più servi, ma amici.“[4]
Ovviamente più difficile è oggi questo operare a causa della grande crisi nella Chiesa. Eppure possiamo consolarci pensando al momento in cui Gesù pareva dormire sulla barca nonostante la tempesta ed i grandi scossoni: Egli era lì, presente per testare la nostra Fede.
Non dimeniamoci dunque in questa tempesta, portiamo sempre alto il Vessillo della Croce, e cerchiamo con quanta più forza possibile di portare a tutti la grandezza della bimillenaria Tradizione Cattolica. In questo dobbiamo spremere le nostre energie, poiché solo in Cristo e nella Sua Chiesa vi è la Salvezza. Evitiamo quanto più possibile le guerre interne, le divisioni, ma sopratutto lo scettro dei giudici. Tra questa e quell’associazione, fra il tale gruppo e il tal’altro, spesso si usa il tempo per condannare questo e quello all’Inferno in ragione del cavillo teologico fuori posto. Non disperdiamoci in questo, perché alla fine dei nostri giorni avrà più importanza la carità che abbiamo avuto, e tanto più noi chiediamo agli altri, quanto più sarà chiesto a noi. E allora già da ora vale la pena dire di noi stessi: “Quia apud Te propitatio est?”
Aumentiamo finché c’è tempo la nostra carità, lottando contro le recondite passioni, tramite la frequenza dei veri Sacramenti, la costante preghiera, il silenzio, il raccoglimento e la presenza di Dio, per intensificare la nostra vita interiore, vera e propria fucina segreta per cui l’anima s’infiamma per Dio.
Avremo così presente il soave principio, ossia che “la vita interiore è l’anima di ogni apostolato”.
Se così non agiremo tutto risulterà vano,  e tutto altresì crollerà insieme alle nostre vanità e presunzione non soffocate dall’ardore per Dio. “Tutto – dice San Giovanni della Croce – si ridurrà ad un martellare invano e a fare poco più di niente, e alle volte proprio niente, anzi talvolta anche danno.”
 
È ora il momento, il momento che porta lo sguardo dello Spirito verso la Capanna di Betlemme! Lì possiamo trovare il modello dei modelli, il perfetto richiamo ad ogni apostolato che possa definirsi tale. Un piccolo bambino avvolto in fasce che già soffre per noi: quale altro esempio migliore vi potrà mai essere? Gesù si fa Apostolo del Padre nella stalla di Betleem, così come nella bottega di San Giuseppe, nelle strazianti ed interminabili angosce del Gestsemani e del Calvario. 
Iniziamo a fissare gli animi nel boato armonioso di quella notte di Natale, ove tutto il creato si è prostrato al cospetto del Re dei re, all’Incarnazione della stessa incarnata Sapienza.

[1] I Cor. 3,9
[2] I Cor. 3,6 e 7
[3] I Cor. 3,9
[4] Gv. 15,15

9 Commenti a "La carità dell’apostolato e l’apostolato nella Carità"

  1. #Alessio   22 dicembre 2016 at 1:24 am

    “…occuparsi del guadagno di ipotetiche gioie terrene, quanto piuttosto ad accumulare tesori celesti…”.
    Continuo a ritenere che anche la vita in questo mondo possa essere piacevole, realmente e non ipoteticamente, e che sia del tutto legittimo fare il possibile perchè così sia.
    Esistono delle Leggi da rispettare (e comunque esistono anche in pentimento e la Confessione), per il resto di vita terrena ne abbiamo una sola, nemmeno tanto lunga, ed a parer mio è il caso di godersela quanto più si riesca.
    Per chi avesse diverse aspirazioni l’ideale è la vita monastica, senza dubbio lodevole ma altrettanto senza dubbio non per tutti.

  2. #Cristiano Lugli   22 dicembre 2016 at 11:56 am

    Caro Alessio,
    Leggo spesso e i suoi commenti e a volte mi sembrano davvero molto interessanti. Non capisco però perché si ostina su questo punto, rasentando una vera e propria contraddizione in termini: nessuno dice che la vita debba essere tutta composta da cilicio e fustigazioni, ma ciò detto è mettere in contraddizione tutta la cristianità asserire ciò che lei asserisce, giacché non sono io che dico queste cose, ma il Vangelo, San Paolo, i Santi, l’Imitazione di Cristo. Pensiamo di essere esenti solo perché non siamo monaci? Questo è errato! Siccome esiste il pentimento e la Confessione possiamo dunque goderci la vita? Anche questo mi pare un ragionamento assai arduo e pericoloso, persino da un punto di vista dottrinale. Si ricordi che “dove è il vostro tesoro ivi è il vostro cuore”.
    Tutto ciò che passa sulla terra è effimero, e solo gli stolti possono pensare che abbia un senso “godersi” la vita senza pensare invece ad accumulare beni celesti. Ma siccome non credo che lei lo sia, il mio è solo un invito a ragionare senza pretesa alcuna di cambiare le sue idee. Sono solo tenuto a sottolineare che quanto lei ha citato del mio articolo non è il pensiero di Cristiano Lugli, come già detto, ma quello di un’iperbole lunga quasi 2000 anni. A questo proposito le consiglio la lettura ( un ripasso, dal momento che immagino lo abbia già letto ) del libro di Qoelet.
    Colgo infine l’occasione per augurare un Santo e sereno Natale a lei e famiglia.
    Con rispetto,

    • #Alessio   22 dicembre 2016 at 12:34 pm

      Carissimo Cristiano,

      innanzitutto La ringrazio per la Sua risposta, così cortese ed esauriente.

      Non ho mai detto, nè pensato, che si debba vivere bene su questo mondo senza accumulare dei beni celesti, ma non trovo affatto incompatibili le due cose.
      Parlando in maniera semplice, se rispetto i Comandamenti per quanto mi sia possibile, ricorrendo a pentimento e Confessione ogni volta che sia necessario, se applico la Carità (vera, quindi anche materiale), se mi batto contro i nemici della Fede quando è necessario farlo e nei modi necessari, se prego regolarmente ecc… per quale motivo non dovrei godermi la vita per quanto riguarda tutto il resto?
      Se mi vesto male, mangio male, patisco privazioni, frequento donne brutte, m’infliggo mortificazioni non richieste ed in generale mi rendo la vita sgradevole i miei beni celesti forse aumentano? Non credo proprio. Perchè mai?
      Contrariamente vorrebbe dire che per essere dei buoni cristiani bisogna essenzialmente avere un’esistenza priva di piacevolezze materiali, ed io non penso che Dio ci abbia messi su questo mondo con lo scopo di non farcelo godere ; ci ha dato delle regole e dei precetti, oltre ad amplie possibilità di recuperare ai nostri errori, ma fatto salvo questo siamo liberi di fare ciò che ci piace.
      Per chi ha un’inclinazione così tanto conteplativa e spirituale da non provare interesse per le cose di questo mondo allora, come dicevo, c’è la vita monastica. Se poi qualcuno vuole soffrire volontariamente in suffragio dei peccatori o delle anime del Purgatorio è ovviamente liberissimo di farlo, Dio gliene renderà merito, ma ciò non costituisce affatto un obbligo.

      Trovo necessario chiarire bene questo punto, perchè indicare i cattolici come gente grigia, noiosa, sciatta e via dicendo è uno degli argomenti preferiti di una parte dei nemici della Tradizione. Mentre da parte mia suppongo che si possa anche vivere alla grande, in senso comunemente inteso, nel pieno rispetto delle Leggi di Dio.

      Tanti auguri d’ogni bene per questo Santo Natale anche a Lei ed alla Sua famiglia, con altrettanto rispetto.

      • #jeannedarc   22 dicembre 2016 at 1:37 pm

        sul “frequento donne brutte” sono rotolata dalla sedia 😀

        ilaria

        • #Alessio   22 dicembre 2016 at 7:45 pm

          E’ la mortificazione più terribile che mi sia venuta in mente… ed anche pensandoci su non ne riesco ad immaginare di peggiori.
          Al confronto quelle di San Pietro d’Alcantara erano una sorta fisioterapia.

  3. #Cristiano Lugli   22 dicembre 2016 at 3:08 pm

    Così chiarendo le cose suona tutto diverso. Vivere la vita in modo piacevole non ha nulla di sbagliato, ci mancherebbe. Tuttavia ciò che fa la differenza è vivere il tutto con un celeste distacco, per quanto possibile. “Ut mentes nostras ad caelestia desideria erigas” recitano le Litanie dei Santi: ciò che volevo esprimere era semplicemente questo, ovvero vivere distaccati dai “beni” terreni – non pensare al guadagno di questi – per non perdere invece di vista i Beni celesti. Saper vivere nell’abbondanza così come nell’indigenza, come insegna San Paolo.

    La ringrazio ad ogni modo per il chiarimento e di nuovo rinnovo i miei più sinceri e caloroso auguri!

    In Cordis Iubilo,
    Cristiano Lugli

    • #Alessio   22 dicembre 2016 at 7:43 pm

      … cercando comunque di vivere nell’abbondanza e non nell’indigenza….!!!
      Il “celeste distacco” è infatti il non voler perdere la Salvezza eterna per i piaceri terreni, ma l’obbiettivo è mettere a segno un bell’ambo. Alla faccia di quelli che ci vogliono dipingere come dei trasandati barbosi isolati, Bergoglio incluso.
      Sono lieto di questo costruttivo scambio, di rado se ne verificano.

      Anch’io rinnovo i miei migliori auguri e La ringrazio.

  4. #Maria   22 dicembre 2016 at 3:42 pm

    Non è detto che, se faccio bene delle cose,possa permettermi di giustificarmi su altre malfatta,tanto per dire:qualcosa di buono ho fatto.
    E no! Dio chiede tutto a noi.Guai cadere in questo inganno.
    Come dice Gesù ” Siete nel mondo ma non siete di questo mondo”. Anche le gioie terrene non devono essere fine a se’ stesse, ma finalizzate nel rispetto di tutti e dieci i Comandamenti.

    Se poi il nostro Creatore e’ stato generoso con noi, più di altri nel donarSi,si deve mettere a disposizione i preziosi doni ricevuti, a fratelli in difficoltà,senza vanto; altrimenti si rischia di decidere essere si, cristiani, ma non troppo…..,per paura di cadere nel bigottismo,termine che,purtroppo,non vorremmo mai sentircelo dire. Nel concreto”essere considerati dei tristi cristiani ci mettono un po’ in difficoltà “.

    Ottimo l’articolo signor Lugli.Grazie!
    Santo Natale a lei, alla sua famiglia, al commentatore Alessio….con simpatia….e alla signora Ilaria.

    • #Alessio   22 dicembre 2016 at 7:48 pm

      Ho letto solo l’ultima frase. Vuoi fare un bel regalo di Natale a tutta RS? Trasferisciti in qualche luogo sperduto senza copertura di internet, e là coltivi i tuoi pseudopensieri insieme a qualche ortaggio.