Dubia alle esternazioni di mons. Schneider sulla Fraternità San Pio X

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di Cesare Baronio

Qualche domanda a proposito delle dichiarazioni di S.E. Mons. Schneider, pubblicate qui.

Premetto che nutro il massimo rispetto verso uno dei pochi Presuli che abbia avuto il coraggio di denunciare con chiarezza non poche deviazioni dottrinali dei suoi Confratelli. Nondimeno, ritengo che le sue parole – certamente senza volerlo – possano prestare il destro alle manovre tutt’altro che limpide nei confronti della Fraternità San Pio X da parte degli esponenti della chiesa conciliare.

Mi limito quindi a porre delle domande, dei dubia, dopo ognuna delle proposizioni di S.E. mons. Schneider riportate da alcuni blog cattolici.

Sono convinto che nelle attuali circostanze, mons. Lefebvre avrebbe accettato la proposta canonica di una Prelatura personale senza esitazione.

Sono forse venute meno le critiche che S.E. Mons. Lefebvre fece a quanti lasciarono la Fraternità dopo le Consacrazioni? Le promesse della Santa Sede nei confronti dei transfughi sono forse state mantenute? Qual è stato il contributo della Fraternità San Pietro e dell’Istituto Buon Pastore nell’opporsi alle deviazioni dottrinali? Abbiamo mai sentito il Superiore della FSSP o del IBP prendere posizione contro le dichiarazioni più controverse da parte della Gerarchia, ad esempio in occasione della promulgazione di Amoris Laetitia o della visita a Lund per il quinto centenario della cosiddetta Riforma luterana? O quando Francesco ha detto che lo Stato laico è migliore dello stato confessionale?

Le Consacrazioni episcopali del 1988 furono fatte in buona coscienza, perché egli[Mons. Lefebvre, ndr] pensava di doverle fare come atto estremo e, allo stesso tempo, ha detto che questa situazione non sarebbe dovuta durare a lungo.

Monsignor Lefebvre non ha mai affermato che la situazione di presunta irregolarità canonica sostenuta da Roma sarebbe durata poco: ha detto invece che la storia gli avrebbe dato ragione, e che auspicava che venisse un giorno in cui Roma avrebbe riconosciuto i propri errori. Ѐ dunque cambiato qualcosa in meglio dal 1988? Forse sotto questo Pontificato si sono corrette le deviazioni dottrinali dei pontificati precedenti? Non è forse vero il contrario, e cioè che Bergoglio ha demolito con ancor maggiore impegno quel poco che si era salvato dopo il Concilio? Non ha egli dato prova di considerare la pacificazione con la Fraternità San Pio X alla stregua dell’unione con gli eretici luterani, dimostrando di voler eludere gli aspetti dottrinali, limitandosi a mettere irenisticamente insieme chi difende la verità e chi la nega?

Se si rimane canonicamente autonomi per troppo tempo, si corre il rischio di perdere una caratteristica della Chiesa cattolica, ossia la sottomissione all’autorità del Papa.

Come è possibile affermare che la Fraternità San Pio X si consideri autonoma, quando riconosce Francesco come Papa legittimo e si conforma ai suoi atti di governo, quali ad esempio l’indizione del Giubileo o la concessione delle Indulgenze, limitandosi a rifiutare obbedienza in ciò che moralmente giudica illecito? Non è forse Roma ad essersi resa autonoma, a partire dal Concilio, dall’ininterrotta Tradizione dottrinale, morale e spirituale della Chiesa Cattolica?

La nostra sudditanza al Vicario di Cristo non deve dipendere dalla persona del Papa: ciò non è di fede. Ma non si può dire: “Io non credo in questo Papa, non mi sottometto, ho intenzione di aspettare fino a quando ne arrivi uno che mi piace”. Questo non è cattolico, non è soprannaturale, ma umano. Si tratta di una mancanza di soprannaturalità e di fiducia nella Divina Provvidenza, perché è Dio che guida la Chiesa. Questo è un pericolo per la Fraternità San Pio X.

Chi ha mai sostenuto, nella Fraternità San Pio X, che Paolo VI e i suoi successori non siano Papi? Chi ma mai affermato, tra i suoi membri, di voler scegliere il Papa secondo i propri gusti? Non è forse vero che la Fraternità fa pregare tutti i suoi membri per il Papa, e che il ritratto del Pontefice regnante è presente in tutte le sacristie? Non sono forse i novatori, al contrario, a dimostrare questo atteggiamento di ribellione, nell’opporsi a Benedetto XVI allorché liberalizzò la Messa tridentina, mentre oggi sostengono Francesco più come persona che non come Vicario di Cristo?

Ѐ mio grande desiderio che la Fraternità San Pio X possa essere riconosciuta e costituita all’interno della struttura regolare della Chiesa nel più breve tempo possibile, e questo sarà per il bene di tutti, per loro e per noi. In realtà sarà una nuova forza in questa grande battaglia per la purezza della fede.

Se la scomunica è stata revocata, si deve intendere che le motivazioni che l’hanno originata siano venute meno, o che essa non avesse legittimità quando fu comminata. Ora, se questo è vero, allora la Fraternità non si è mai separata de facto dalla Chiesa Cattolica, ma piuttosto è stata oggetto di una ingiustificata persecuzione da parte dei novatori. Ne consegue che la Fraternità è in seno alla Chiesa, anche se ufficialmente non la si considera in piena comunione con la Sede Apostolica. Darle un riconoscimento giuridico cambia solo aspetti meramente canonici ed amministrativi, ma non la sostanza; come si può sostenere allora che la Fraternità debba essere riconosciuta e costituita all’interno della struttura regolare della Chiesa? Non è forse la gerarchia modernista che dovrebbe tornare sui propri passi, riconoscendo deviazioni gravissime che hanno avuto conseguenze disastrose su tutto il corpo ecclesiale? In cosa ha sbagliato la Fraternità, quando ha rifiutato l’ecumenismo, la libertà religiosa, la riforma liturgica, la collegialità? Non ha forse sbagliato chi ha imposto d’autorità queste deviazioni, punendo con la scomunica chi non vi aderiva?

Ho detto a mons. Fellay: “Monsignore, abbiamo bisogno della vostra presenza per il ricongiungimento di tutte le forze buone della Chiesa per raggiungere questa unione”.

In base a quale criterio l’eventuale presenza canonica della Fraternità San Pio X all’interno della compagine ecclesiale attuale garantirebbe di ottenere effetti diversi da quelli che hanno ottenuto quanti si sono riavvicinati a Roma confluendo nella Fraternità San Pietro o nell’Istituto Buon Pastore? L’esperienza pregressa non ha insegnato nulla? Se si eccettuano leriserve indiane che, contro il dettato del Motu Proprio Summorum Pontificum, celebrano la liturgia tradizionale, di quale accoglienza godono i membri degli istituti di sensibilità tradizionale in seno alle Diocesi? Non è vero al contrario che essi vivono de facto separati dagli altri chierici, senza esser minimamente coinvolti nella cura pastorale, ed anzi venendo derisi ed emarginati? E quando li si tollera, non è questo dovuto alla loro implicita accettazione della mentalità conciliare, al loro silenzio sulle deviazioni dottrinali e morali predicate fin dal Soglio di Pietro? Ed ancora: in una visione soprannaturale, non è forse vero che anche la Fraternità – pur nella sua attuale posizione canonica – può comunque contribuire al bene della Chiesa? Direi di più: non è molto più onesto l’atteggiamento della Fraternità, che accetta di subire l’ingiustizia dell’ostracismo per non cedere sui principii, rispetto al comportamento di chi, in cambio del riconoscimento canonico, si guarda bene dal condannare gli errori quotidianamente predicati dal Papa, dai suoi Dicasteri e dalla maggioranza dei Vescovi?

Il movimento per ripristinare la Messa tradizionale è opera dello Spirito Santo, ed è inarrestabile.

Il ripristino della Liturgia tridentina è certamente di per sé un fatto positivo; ma accanto ad esso sussiste pur  sempre un rito definito ordinario, che se non nega di certo indebolisce gravemente il dogma cattolico, insinuando un concetto distorto della Messa e di non poche verità della Fede. Come si può accettare la convivenza di due forme dello stesso Rito romano, con la quale si conferma quell’atteggiamento relativista della Gerarchia, che proprio mons. Schneider condanna? E come si può pensare che la Fraternità San Pio X accetti un riconoscimento ufficiale, quando esso implica riconoscere legittimità ad un rito che non onora Dio nel modo dovuto e che tace verità per compiacere gli eretici?

Se i Padri del Vaticano II avessero assistito ad una Messa come quelle che conosciamo oggi e ad una Messa tradizionale, la maggioranza di loro avrebbe detto che ciò che volevano era la Messa tradizionale, e non il contrario.

Ma dov’erano i Padri Conciliari dopo la fine  del Vaticano II? Erano forse spariti, una volta fatto ritorno alle loro Diocesi? Non è forse vero che nessun Prelato – a parte casi rarissimi – ha avuto alcunché da eccepire sulla riforma liturgica, e che anzi la totalità dei Padri Conciliari se ne è fatta promotrice indefessa contro ogni opposizione, e con un autoritarismo che non conosce precedenti nella storia della Chiesa? Non si è forse presentata la Messa riformata come un frutto del Concilio? Non è forse vero che gli unici ad essersi opposti alla riforma conciliare furono proprio i membri della Fraternità San Pio X, e che per questo furono perseguitati e che, contro il diritto canonico, la Fraternità fu soppressa dal Vescovo di Sion, dichiarandone i membri sospesi a divinis? Non è forse vero che solo grazie alle Consacrazioni del 1988 venne concessa da Giovanni Paolo II una limitatissima libertà alla Liturgia cattolica, che sino ad allora era ufficialmente dichiarata abolita? Non è forse vero che l’applicazione del Motu Proprio è ancor oggi generalmente disattesa, e che la concessione di chiese ai fedeli tradizionalisti avviene sostanzialmente nei termini previsti dall’Indulto di Giovanni Paolo II? Non è stato lo stesso Francesco a proibire ai Francescani dell’Immacolata di celebrare liberamente la Liturgia tridentina, contro il dettato del Motu Proprio? E per quale motivo non dovrebbe ripetersi lo stesso provvedimento nei confronti della Fraternità San Pio X, una volta che essa si trovi a dipendere completamente dalla Sede Apostolica?

Guardiamo ai sacerdoti di cosiddetta sensibilità tradizionale. Se li si lascia liberi di celebrare le loro pur degnissime liturgie – e questo peraltro entro confini molto stretti – essi si trovano comunque nell’impossibilità di denunciare l’errore. Al massimo possono predicare bene, ma più spesso cercano inutilmente di dimostrare che il Vaticano II è interpretabile alla luce della Tradizione, venendo quotidianamente sconfessati tanto dal Papa quanto dai suoi sostenitori.

Vi è chi ritiene che, in fin dei conti, anche quanti sono canonicamente riconosciuti da Roma abbiano dei meriti. Ѐ innegabile che la loro presenza in seno alla chiesa conciliare, se serve per avvicinare alla Liturgia cattolica i fedeli che frequentano le funzioni riformate, sia preferibile a quella di chi celebra in modo indecoroso o irriverente. Ma occorre riconoscere con onestà che questa alternativa costituisce altresì un pericolo per chi è veramente cattolico, quando la bellezza dei riti è utilizzata per attirarlo inconsciamente verso l’accettazione almeno implicita delle deviazioni conciliari.

Certo, vi sono realtà che celebrano esclusivamente il rito cattolico, altre in cui la concelebrazione in riti riformati è episodica, altre ancora in cui convive quello strano biritualismo, in cui la forma ordinaria prevale su quella straordinaria, relegata in giorni ed orari penalizzanti. Un giudizio equanime deve quindi saper distinguere dall’utilitàaccidentale di una situazione transitoria valida per alcuni, e la sua intrinseca bontà valida per tutti.

Ammettiamo pure che erigere una Prelatura personale per garantire completa legittimità canonica alla Fraternità San Pio X sia una cosa buona: perché una società di vita apostolica – quale è appunto la Fraternità – non può godere di analoga legittimità? Ammettiamo pure che il suo Superiore ed i suoi membri riescano a preservare nella sua interezza il carisma proprio dell’istituto: per quale motivo Bergoglio dovrebbe astenersi dal fare oggetto dei suoi strali anche loro, quando non esita ad insultare Principi della Chiesa e Presuli, accusandoli di formalismo e di integralismo? Ѐ evidente che lo scopo che Francesco di prefigge non è certo quello di aumentare il numero dei propri oppositori: se così fosse sarebbe un gesto di autolesionismo. Dobbiamo quindi ragionevolmente supporre che, se egli è disposto a concedere una Prelatura personale alla Fraternità, è perché vuole imbrigliarla e ridurla al silenzio. A quel punto si darebbero due sole opzioni per i membri della Prelatura: o mantenersi fedeli al carisma del Fondatore ed esser quindi colpiti da provvedimenti disciplinari e commissariamenti, trovandosi nella situazione in cui sono attualmente; o rassegnarsi a fare ciò in cui i transfughi della Fraternità li hanno preceduti, ossia obbedir tacendo.

Confido che queste riflessioni possano contribuire a chiarire i rischi cui si espone la Fraternità, in questo particolare momento storico, nell’accettare le profferte romane.

 

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