[INDULTISMO] Falso e inaffidabile: il Sinedrio romano non si smentisce mai.

Equilibrismi romani: la liturgia tridentina è permessa a meno che non sia proibita.
Equilibrismi romani: la liturgia tridentina è permessa a meno che non sia proibita.

 

Torna attuale un articolo sui cosidetti indultisti, ovvero coloro che, un tempo critici del Concilio Vaticano II, sono rientrati in seno a Roma. [RS]

 

di Cesare Baronio

La sciagurata e discutibile decisione di comminare la scomunica ai Vescovi della Fraternità, a seguito delle Ordinazioni Episcopali, trovò quale contraltare – sarebbe più onesto chiamarlo meno prosaicamente specchietto per le allodole – l’offerta per i chierici della avessero lasciato la Fraternità San Pio X di un’accoglienza comprensiva verso la loro sensibilità dottrinale e liturgica: li si sarebbe lasciati liberi di celebrare i propri riti, un po’ come avvenne successivamente con gli Anglicani che avessero deciso di tornare sotto l’autorità delle Sante Chiavi.
Giustamente in molti, non solo all’interno della Fraternità San Pio X, denunciarono il turpe commercio, finalizzato non tanto all’integrazione dei reprobi in seno alla Chiesa, quanto all’indebolimento della società di vita apostolica fondata da Mons. Lefebvre. Si disse sin da allora che le promesse romane avrebbero dimostrato la propria inconsistenza nel volgere di poco tempo, e che in ogni caso il mantenimento della liturgia cattolica aveva come condizione non negoziabile l’accettazione del Vaticano II e della liturgia riformata, con tutte le conseguenze dottrinali che ciò doveva implicare.
Ma se il semplice buon senso non poteva ignorare l’inganno vaticano, l’accecamento dei transfughi volle prestar fede a quella stessa Roma conciliare che, sino a poco prima, essi additavano come la sentina di tutte le eresie. Chiunque, dotato di un minimo di raziocinio, avrebbe potuto sospettare delle buone intenzioni di chi, per primo, si era dimostrato infedele al proprio ufficio di confermare nella Fede il gregge affidatogli dall’Eterno Pastore: quale credibilità poteva infatti rivendicare chi non aveva esitato a rinnegare il proprio Magistero millenario per accogliere le più eterogenee e pericolose dottrine del secolo, facendole proprie in un Concilio ecumenico? Quale affidabilità poteva esser riconosciuta ai principali artefici della rovinosa apostasia che aveva costretto Mons. Lefebvre a quel gesto provvidenziale che causò la scomunica?
Ed anche senza analizzare i fatti sotto un profilo soprannaturale, anche la semplice considerazione dei precedenti storici avrebbe fornito un argomento determinante nel tenersi alla larga dalle profferte vaticane: timeo Danaos et dona ferentes.
L’evolversi degli eventi di questi anni ha dimostrato che la sorte dei traditori non è mai onorevole: essi vengono accolti per indebolire il nemico, non certo per far loro un favore. E su di essi grava, inesorabile ed incancellabile, la colpa originale d’esser un tempo stati nemici anch’essi, irredimibile nonostante l’atto di sottomissione che veniva loro richiesto. D’altronde la stima umana che l’avversario riserva ai traditori è pari a zero, e fa comunque di essi dei prigionieri, privi finanche degli onori delle armi che tra nemici leali si riserva agli sconfitti che hanno valorosamente combattuto.
La fedeltà dei molti che non cedettero alle lusinghe romane fu meritoria allora: quando sembrava che effettivamente vi  fosse uno spazio anche per i vituperati tradizionalisti in seno al Pantheon conciliare, e addirittura che non si chiedesse loro una totale abiura della Fede cattolica, quanto piuttosto il silenzio sul Concilio e sulla nuova Messa, ferma restando la possibilità di celebrare i propri riti come facevan prima. Ecco allora sorgere la Fraternità San Pietro, l’Istituto del Buon Pastore, l’abbazia di Fontgombault (passata armi e bagagli sotto il padiglione vaticano) ed altre entità più o meno minuscole, tutti protetti e tutelati dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
Dicevamo allora, senza smentire la nostra nomea di profeti di sventura della quale andiamo vieppiù fieri, che l’inganno romano si sarebbe presto svelato. E che parte di esso era già intuibile sin dall’inizio, dal momento che si riconosceva ai transfughi il mero diritto di conservare l’involucro della dottrina, pretendendo che ne rinnegassero la sostanza.
Non dimentichiamo che, nella mentalità mondana e secolarizzata del Sinedrio conciliare, la semplice presenza di un elemento di paragone esterno alla compagine ecclesiale rappresenta un intollerabile crimine, così come nei regimi totalitari ogni dissenso è censurato e cancellato. Piuttosto di dover tollerare la spina nel fianco dei lefebvriani, Roma dimostrò di poterli inglobare, fagocitandoli nel calderone dottrinale e liturgico che dà diritto di cittadinanza a tutti, fuorché ai giusti: modernisti e conservatori, tradizionalisti e pentecostali, difensori del gregoriano e fautori dei canti tribali, amanti del latino e corifei dell’inculturazione più abbietta. Il supermercato conciliare, rifiutando ogni assolutismo dogmatico e morale, non può non aprirsi a qualsiasi delirio, considerandoli comunque tutti indifferentemente legittimati alla cittadinanza: ad eccezione degli integralisti, ben inteso.
Ed è sulla base di questa Babele ideologica che fu possibile promulgare il Motu Proprio Summorum Pontificum il quale, se da un lato consente un bene in sé quale la celebrazione della liturgia cattolica, dall’altro le affianca, in posizione preminente, il suo esatto opposto, ossia la liturgia riformata protestantizzante partorita dalla setta modernista al Concilio. Il Bene e il Male, dunque, presenti entrambi nel catalogo dei prodotti del Vaticano II, dove il Bene è notoriamente marginale, disprezzato dai più, ma pure sempre in stock, assieme al Male diffuso e difeso e propagandato su larga scala. Sono principi basilari di marketing: l’importante è coprire la richiesta del maggior numero di clienti, senza escluderne nessuno.
Ma il Motu Proprio, nonostante il bene oggettivo che ha portato a tante anime, formula un principio che stride con quanto la Chiesa ufficiale aveva sino ad allora affermato, e cioè che la Liturgia romana era stata soppiantata dal monstrum di Paolo VI. Per decenni centinaia, migliaia di sacerdoti hanno vissuto dolorosamente il gravissimo conflitto interiore di dover scegliere tra la fedeltà alla Messa della propria Ordinazione e l’accettazione di una liturgia inventata ed imposta contro la prassi cattolica. Centinaia di sacerdoti sono stati ostracizzati, condannati, sospesi, derisi e condotti alla morte perché non avevano voluto piegarsi al diktat vaticano, e Dio sa quanti altri, edotti da quegli eloquentissimi esempi di matrice staliniana, hanno preferito adeguarsi per timore di subire simili malversazioni. Senza ricordare la persecuzione contro la Fraternità San Pio X, che proprio per quella Messa – e per la teologia che essa implica – fu prima colpita dall’interdetto e poi dalla scomunica.
E poi, come un fulmine a ciel sereno, ecco che nel 2007 Benedetto XVI afferma candidamente che per trent’anni la Santa Sede, i Dicasteri Romani, le Curie di tutto l’orbe ci hanno mentito, affermando abusivamente ciò che il Motu Proprio smentisce: quella veneranda Liturgia non era stata abolita, né avrebbe potuto esserlo. Ma guarda: decenni di lotte svaniti in un atto del Magistero Ordinario, col quale Benedetto XVI dà ragione a coloro che tutti i suoi augusti Predecessori, da Montini in poi, hanno trattato da vitandi. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Salvo poi considerare, a mente lucida, che altrettante e non minori contraddizioni di senso diametralmente opposto si ebbero con atti altrettanto magisteriali con cui si faceva strame della dottrina cattolica, tanto al Concilio quanto dopo, ad iniziare dalla Dignitatis humanae e dalla Nostra aetate, per finire con i discorsi sulla laicità dello Stato pronunciati dallo stesso Ratzinger. Una sorta di dissociazione della personalità che, in definitiva, si volge in danno della credibilità di un Papato che pare promulgare tutto e il contrario di tutto.
Finita la timida parentesi di Benedetto XVI con le sue surreali dimissioni, ecco comparire un energumeno incapace di articolare una frase di senso compiuto senza anacoluti, che contraddice con altrettanta impudenza il Predecessore, lui vivo, mandando a dire ai disgraziati dell’Istituto Buon Pastore che quella Messa che il Motu Proprio dichiara un diritto inalienabile non soggetto a restrizioni di sorta può in realtà essere proibita dall’Autorità. Scrive infatti mons. Pozzo che la Chiesa «non abolisce una forma in quanto tale», però «l’autorità della Chiesa limita o restringe l’uso dei testi liturgici». Come dire: la Chiesa non impedisce di respirare, ma può limitare o restringere l’uso delle narici. Tutto questo – diciamocelo papale papale – suona come una colossale presa in giro, se non un’offesa per le persone normali.
A questo punto il povero transfuga ex-lefebvriano che si era coltivato il suo grazioso orticello di pianete e Tantum ergo in un qualche sperduto oratorio scopre – oibò! – che le promesse di ieri, firmate da un Dicastero vaticano in nome del Sommo Pontefice, valgono carta straccia. Esattamente come proprio ieri sembravano carta straccia tutte le reprimende scritte e verbali con cui si dichiarava abolita la Messa tridentina. Né vi è di che stupirsi: mancando un riferimento unico ed oggettivo alla Verità rivelata, tutto è soggetto al mutare delle condizioni e dei tempi; e se può esserlo il dogma, perché non dovrebbe esserlo la disciplina ecclesiastica?
Chi non vuole capire la realtà, si rifiuta di giudicare il rapporto di causalità che sussiste tra gli effetti della crisi e la crisi stessa della Chiesa, tra l’apostasia della Gerarchia odierna e le sue basi dottrinali poste dal Vaticano II. Se solo si avesse l’umiltà di usare correttamente del raziocinio di cui ogni persona è stata dotata dal buon Dio, e magari anche del sensus Ecclesiae innato in ogni Cattolico, non sfuggirebbe l’equivoco, anzi l’inganno macroscopico del Sinedrio conciliare. E tutti questi contrordine, compagni non desterebbero in noi alcuno scandalo, essendo più che coerenti con quello sciagurato contrordine che fu il Vaticano II, con cui fu ostracizzata da Roma la Chiesa Cattolica e vi venne insediata la nuova controchiesa modernista.
Quanto ai voltagabbana, essi trovano ripagata con la stessa moneta l’ingratitudine verso i loro benefattori che abbandonarono e denigrarono, preferendo la comoda ma incerta via larga romana alla scomoda ma sicura via stretta evangelica.
Ben gli sta.

Rispondi