Solo papa: come Francesco usa il Vangelo per vanificare il Vangelo

berglutero

 

di Alberto Di Janni

 

Francesco ha verso il Vangelo lo stesso approccio tipico di ogni eresia e portato da Lutero al suo pieno sviluppo: una lettura parziale, che privilegia alcuni elementi a detrimento di altri, talvolta con l’esplicita intenzione di fare tabula rasa di quanto non gradito.

Un’applicazione apparentemente diversa, ma in fondo in perfetta sintonia con quel principio del sola Scrittura che è esso stesso una contraddizione in termini, non essendo presente nelle scritture.

Bergoglio, pur nella sua vera o simulata spontaneità, ingenuità, ignoranza e faciloneria, adotta però un metodo più raffinato della brutale ed esplicita selezione praticata da Lutero e che fu già di Marcione. Il suo gioco, peraltro da perfetto neogesuita, è quello di assolutizzare quanto è relativo e di relativizzare quanto è assoluto; oltretutto attuando questa operazione in maniera generalmente implicita, direi quasi subliminale, così da pervadere le menti dei fedeli meno accorti, portandoli fuori dal retto cammino prima ancora che questi se ne possano rendere pienamente conto.

Paradigmatico di questo modo di procedere e vera e propria cifra del suo pontificato è il modo di intendere il noto passo di Matteo 16,19 relativo al primato petrino: “tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

Un breve inciso per contestualizzare questa affermazione. Bisogna innanzitutto considerare il passo parallelo di Matteo 18,18, dove il potere conferito a Pietro viene esteso agli altri discepoli e collocato nell’ambito della correzione fraterna. Si veda poi Giovanni 20,23, da cui si evince ancor meglio che tale potere, dato agli apostoli, riguarda l’assoluzione dai peccati.

Se ne possono dedurre due cose principali. La prima è che si tratta non di un potere arbitrario, non della facoltà di cambiare i comandamenti donati da Dio e confermati da Cristo, ma di un potere di interpretazione dei casi dubbi, di applicazione della legge immutabile alle situazioni concrete, e soprattutto del perdono dei peccati: perdono che, ovviamente, presuppone un pentimento sincero e il fermo proposito di non più peccare.

La seconda è che, essendo questo potere attribuito prima a Pietro e poi agli altri ministri della Chiesa, ne risulta un delicato equilibrio tra primato petrino e collegialità. In particolare, con riferimento a un tema di attualità, se ne può ricavare la legittimità di una correzione da parte dei vescovi – successori degli apostoli e ministri della Chiesa a pieno titolo – del successore di Pietro, qualora debba cadere in errore.

 

Tirando le fila di quanto fin qui detto, possiamo distinguere in questo passo di Matteo un elemento assoluto e uno relativo.

L’elemento assoluto è il fatto che il singolo fedele non può ergersi a giudice della propria condotta: la superbia di voler decidere del bene e del male è il nucleo profondo del peccato originale. Anche se in ultima istanza solo Dio può valutare l’intimo della coscienza e la presenza di un errore invincibile, esiste l’obbligo di informare la propria coscienza, di attenersi ai precetti della Chiesa e di seguirne docilmente i consigli.

L’elemento relativo è il potere conferito a Pietro e agli apostoli. Relativo perché, come detto, è un potere che non può travalicare l’alveo dei comandamenti divini e neanche disattendere la legge naturale.

Francesco capovolge assoluto e relativo. L’elemento assoluto viene relativizzato, se non del tutto annullato, con l’esaltazione continua della coscienza del singolo, posta al di sopra della stessa legge divina ed elevata a ultima istanza di giudizio.

L’elemento relativo invece, seppure senza essere esplicitamente tematizzato, viene trasformato di fatto in assoluto tramite il suo comportamento autoritario e dispotico.

Ma relativizzando l’elemento assoluto e assolutizzando quello relativo, Francesco finisce per sostenere una cosa e il suo opposto, dato che la libertà della coscienza privata è incompatibile con l’assolutezza del potere papale.

Per fare un esempio: ammesso e non concesso che un divorziato risposato possa non prendere in considerazione la dottrina cattolica e 2000 anni di tradizione e sentirsi autorizzato ad accostarsi ai sacramenti, non si vede perché un altro cattolico non possa, limitandosi oltretutto a trascurare soltanto gli ultimi mesi di un magistero non infallibile, ritenere che un divorziato risposato viva in condizione di peccato grave. Un documento papale che ponga la libertà di coscienza del singolo al di sopra del magistero costituisce di fatto un paradosso, perché un fedele che accetti un tale documento può al tempo stesso rifiutarlo, e proprio in virtù dell’averlo accettato.

In termini leggermente diversi, potremmo dire che Bergoglio ha demolito il magistero, pretendendo tuttavia di costituirne il vertice: un vertice però, che posa ormai sul nulla.

E qui ci riallacciamo a Lutero: come il sola Scrittura non è fondato sulla Scrittura, il solo Papa non è fondato, oltre che sulla Scrittura, neanche sul papa stesso, costituendo così, oltre a un totale arbitrio, anche una contraddizione in termini.

 

2 Commenti a "Solo papa: come Francesco usa il Vangelo per vanificare il Vangelo"

  1. #bbruno   8 gennaio 2017 at 5:43 pm

    domanda: e questo è un papa?

  2. #Antonello   8 gennaio 2017 at 6:22 pm

    E così il fedele finisce per presentare agli Occhi di Dio ciò che gli conviene e ciò che non gli conviene delle Leggi stabilite da Dio.