Antisemitismo ed altre fobie. Dall’ebraismo virtuale all’Israel’s never ending Holocaust

di Andrea Giacobazzi

Fonte: http://www.freeebrei.com/discussioni/non-nominare-il-suo-nome-invano-antisemitismo-ebraico-e-antisemitismo-non-ebraico/antisemitismo-ed-altre-fobie-dallebraismo-virtuale-allisraels-never-ending-holocaust

Ebraismo virtuale di Ariel Toaff – scritto dopo le polemiche relative al suo “Pasque di Sangue” – non supera le 130 pagine e già dalla quarta di copertina rivela il suo contenuto storicamente scorretto. A caratteri cubitali si legge: “Sulla Shoah c’è stata troppa memoria? È stato un evento che ha alterato l’identità ebraica?”.

Sgombriamo subito il campo: chi spera di leggere un libro “revisionista” sulla Seconda Guerra Mondiale resterà deluso. In questo caso si va oltre, il problema è metastorico.

La prima volta che lo lessi era nel 2008. Stavo iniziando a scrivere la mia tesi specialistica sui rapporti delle organizzazioni ebraiche e sioniste con l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista: ci trovai diversi aspetti interessanti – per l’introduzione della mia ricerca – relativi alla storia ebraica medievale. Allo stesso tempo non furono poche le riflessioni di Toaff sull’attualità e sugli approcci allo studio della storia che mi colpirono.

Tre anni dopo l’ho riletto e ho trovato attualissimi alcuni passaggi che ho avuto modo – fatte le dovute proporzioni – di sperimentare e verificare.

Nella prefazione l’A. ci racconta di uno scambio di opinioni con un suo collega israeliano circa le aspre reazioni che aveva generato Pasque di Sangue, alla domanda relativa al perché di queste polemiche la risposta fu: “Sei stato imprudente! Perché sei andato ad impelagarti nella Shoah?”. “Ma in quel libro parlavo di omicidi rituali, infanticidi tutti avvenuti oltre cinque secoli fa […]. Cosa c’entra la Shoah?”. La sua replica fu immediata e di una franchezza quasi brutale: “In un modo o nell’altro la Shoah c’entra sempre. Ogni libro di storia ebraica si apre o si chiude – fa lo stesso – con un capitolo sulla Shoah, che viene usata in dosi massicce come fosse un deodorante”.

Nelle pagine successive del volume si aggiunge una riflessione circa l’ebraismo europeo, le cui comunità “si cullano nell’illusione che una storia edificante, monocolore e sempre eguale a se stessa, i cui protagonisti sono sempre buoni, innocenti e martiri, valga ad esorcizzare pericoli e ossessioni”. Difficile non essere d’accordo e ancor più difficile, a parer mio, non intravedere in questa storia preconfezionata la fonte di determinate strategie politiche. Una sorta di indispensabile mitopoiesi che raggiunge il suo apice nella descrizione del “male assoluto nazi-fascista” come trionfo e sintesi perfetta di ogni cattiveria e malvagità. Un male così totalizzante da essere in grado di elevare la controparte ad uno stato altrettanto assoluto ma di segno opposto. Non è un caso che ogni studio sulle relazioni positive e collaborative tra mondo ebraico e “fascismi” venga bollato come eretico: rischierebbe di far cadere il mito monotono, monolitico e monocolore.

Nel giugno 2011, quando presentai a Reggio Emilia il mio primo libro in una conferenza sul sionismo, alcuni guardiani di questa ortodossia si fecero sentire con gran solerzia…

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