«Il mio diletto è nel lodarLa

perché è la riva e il vero porto

che procura ogni dolce diletto

e che è ponte e porta verso il Cielo»

(Gautier de Coinci)

A rigore, essendo Maria “avvocata nostra”, non varrebbe la pena candidarsi ad avvocato dell’avvocata. So bene che la Madonna – termine fisso d’etterno consiglio – illuminerà o punirà Marco Guarena (il comico di Zelig off che si è fatto beffe di Lei e della Sacra Famiglia) e che, quindi, tutto ora è nelle Sue candide mani e in quelle potenti del Figlio. Siamo – grazie a Dio – figli Suoi e sarebbe vigliacco starcene in silenzio quando la Madre è calunniata e derisa. 

Viviamo nel 2012 e, confrontando quest’anno del Signore con il III secolo dopo Cristo, possiamo affermare con tutta tranquillità che siamo regrediti parecchio. Allora, c’erano uomini della pasta di Genesio (+ 303), che – dopo aver più volte messo in scena parodie del battesimo – si arrese di fronte a Cristo e si fece subito battezzare. A Genesio, Dio chiese ben presto la prova più importante: quella del martirio, della testimonianza della Fede. L’imperatore Diocleziano ordinò, infatti, che Genesio – ormai diventato “giullare di Cristo” – fosse bastonato, sospeso sull’eculeo (atroce strumento di tortura che piega e accartoccia il corpo), squarciato con lame e uncini, bruciato con torce e fiaccole e, infine, decapitato. Da ottimo attore qual era, Genesio – prima di uscire dalla scena terrestre per ascendere a quella celeste – beffò i carnefici con un’ultima battuta: «non vi è altro Re che Cristo, per il quale se mille volte io fossi ucciso, voi non me lo potreste mai togliere né dalla bocca, né dal cuore». Donava così il suo corpo, la sua anima e tutto il suo essere a Cristo. Altri tempi, altra pasta d’uomini. 

Ora, nell’anno 2012 del Signore, ci tocca – e questa pena testimonia anche lo stato del nostro imbarbarimento – Marco Guarena. Si badi bene: il mio non è un giudizio bigotto (almeno per ora), ma puramente estetico. Lo scopo del comico è far ridere e, quando un comico non fa più ridere, può pure appendere il microfono al chiodo e andar a zappar la terra in Valtrompia, contribuendo così alla rinascita agricola del paese. In questo modo, forse, Guarena potrebbe imparare dalla natura – creatura di Dio – l’ironia. Potrebbe imparare a sorridere di fronte ai fiori che sbocciano e ai vermiciattoli che sbucano fuori – antichi illusionisti – quando la zappa accarezza la terra. 

Veniamo ora a ciò che più ci sta a cuore e, purtroppo per voi, è necessaria una piccola premessa: in me esistono – a differenza di ciò che diceva un noto cardinale defunto da poco – solamente un credente e un paolotto; l’ateo, per ragioni di spazio, è stato scacciato da un pezzo: non si può vivere in tre in un monolocale. Il mio “io paolotto” (esser paolotti, come dice Eugenio Corti, è motivo di vanto per noi brianzoli) può usare solo mezzo cervello perché l’altra parte è sfruttata dal mio “io credente” (sì, anche i cattolici pensano). La metà di cervello gestita dal mio “io paolotto” fa un ragionamento molto semplice: la Madonna, Cristo, Dio (esiste un solo Dio, quello cattolico, che non è lo stesso per musulmani ed ebrei) e la Chiesa sono insultati perché sono ancora vivi. Non avrebbe senso ingiuriare un morto o prenderlo in giro. Solo se qualcosa o qualcuno è ancora vivo, gli si può urlar controcrucifige! Non stupiamoci quindi se i novelli Caifa e i novelli giudei sputano ancora su Cristo e la Madonna. È una cosa “naturale” come il sorgere del sole perché l’uomo, quando decide di non servire più Cristo, si pone ipso facto sotto le bandiere dell’Anticristo. 

Il mio duplice io di paolotto e credente (anche noi, come Totò che diceva di essere “parte napoletano e partenopeo, quindi napoletano due volte”, possiamo  dire che siamo due volti cattolici) preferisce stare, con tutte le sue indegnità e bassezze, sotto il manto amorevole della Madonna, alla Quale chiediamo di darci la grazia di servirLa con maggior Fede ed ardore e alla Quale affidiamo l’anima di Marco Guarena affinché possa provare, come Genesio, l’abbraccio di Cristo e la grazia della conversione. 

Testo di anonimo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso