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 di Gabriele Simion

 

In questi tempi di grande confusione teologica, la Santissima Eucarestia, vero Corpo e Sangue di Nostro Signore, è vittima: subisce abusi liturgici, viene assunto da pubblici peccatori, si perdono frammenti a iosa: tutto ciò è sintomo della perdita di fede nella presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino.

La base teorica di tutto ciò è la tesi che la Chiesa Antica, quella prenicena, quella che secondo molti viene dipinta come povera, democratica, etc. (ma in realtà in molte cose era più dura della Chiesa nel periodo tridentino) non credeva alla presenza reale: un esempio su tutti può essere questo articolo del prete comunista Enzo Mazzi, di cui riporto un brano:

La condivisione eucaristica del pane e del vino non è una qualsiasi spartizione contrattuale: io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. La giustizia ha bisogno di leggi e norme che regolino il contratto sociale; ma non deve sacralizzare e rendere eterne le leggi e le norme: Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato. La spartizione e condivisione dei beni della terra e del lavoro coinvolge insieme al pane e al vino tutta la esistenza umana, corpo e sangue. E’ una condivisione esistenziale che non è mai appagata dai livelli di giustizia raggiunti storicamente dalle spartizioni contrattuali. Cerca e vuole livelli sempre più alti di giustizia e quindi tende di continuo a un “oltre”. Perché il corpo e il sangue, la vita umana, non si possono esaurire mai in un contratto o in un programma politico. Il corpo e il sangue sono l’anima della trasformazione continua della storia. Sono il motore intimo della lotta inesausta per la giustizia. Finché ci sarà un solo povero sulla terra.

Tutto questo nel periodo del cristianesimo nascente. E venne la transustanziazione a devitalizzare l’eucaristia.

Quando è avvenuto l’inserimento delle comunità cristiane negli spazi del potere c’è stata la sacralizzazione della Chiesa. E’ cominciata l’avventura della fede dentro le categorie del sacro. Il cristianesimo-potere ha rovesciato il senso di questa simbologia insita nell’ultima cena. E’ stata sancita la transustanziazione. Parola difficile che in sostanza significa che il pane non è più pane ma è il corpo di Cristo. Il pane e il corpo sono stati di nuovo contrapposti. La vita, la natura e il sacro sono stati di nuovo separati. E all’ansia di giustizia e alla lotta pacifica per la giustizia è stata tolta l’anima. E l’eucaristia è stata devitalizzata.

Davanti a queste parole, molti, istintivamente, abituati alla retorica postconciliare del ‘facciamo comunità’ etc., si dichiarerebbero d’accordo e/o non avrebbero nulla da obiettare.

Ma affermazioni di questo genere sono supportate dall’evidenza dei fatti? Davvero per la chiesa antica non credeva che l’Eucarestia fosse il Corpo ed il Sangue di Cristo, e che la comunione fosse solo condivisione?

Vediamo cosa dicono le fonti storiche.

 

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Epoca prenicena

Una delle prime fonti a parlarci dell’Eucarestia è la ‘Lettera ai Cristiani di Smirne’ di Sant’Ignazio di Antiochia (morto nel 107 d. C.). Egli, parlando dei docetisti (eretici che negavano l’umanità di Gesù) fa, nel capitolo VI un’affermazione interessante:

Stanno lontani dalla eucaristia e dalla preghiera perché non riconoscono che l’eucaristia è la carne del nostro salvatore Gesù Cristo che ha sofferto per i nostri peccati e che il Padre nella sua bontà ha risuscitato.[1]

Questo è il primo riferimento diretto al fatto che l’Eucarestia è realmente Cristo: inoltre lo mette in relazione al Sacrificio che Egli fece sulla Croce.

San Giustino Martire (morto nel 165) scrisse varie opere a difesa della fede cristiana. Nella sua Prima Apologia, accanto ad una delle prime descrizioni dell’Eucarestia (la seconda dopo quella della Didache), vi è un’altra affermazione interessante sull’Eucarestia:

Infatti noi li prendiamo non come pane comune e bevanda comune; ma come Gesù Cristo, il nostro Salvatore incarnatosi, per la parola di Dio, prese carne e sangue per la nostra salvezza, così abbiamo appreso che anche quel nutrimento, consacrato con la preghiera che contiene la parola di Lui stesso e di cui si nutrono il nostro sangue e la nostra carne in vista della trasformazione, è carne e sangue di quel Gesù che si è incarnato.[2]

Quindi anche per sant’Ippolito parla dell’identità tra gli elementi eucaristici consacrati e la carne ed il sangue di Cristo. Successivamente l’Apologista per dimostrare la verità di ciò che ha appena enunciato si rifà al racconto dell’Ultima Cena e alle parole di Gesù.

Anche Sant’Ippolito, vissuto nel III secolo a Roma, concorda con gli altri, dando anche un’istruzione liturgica che purtroppo oggi è ignorata.

Ciascuno stia attento che qualche frammento non abbia a cadere per terra e a perdersi, perché è il Corpo di Cristo.[3]

Purtroppo, discutendo di ciò dobbiamo considerare che in buona parte della Chiesa Antica vigeva la ‘disciplina dell’arcano’, che imponeva di non rivelare ai non battezzati molte verità di fede, e ciò limita la informazioni in nostro possesso sull’argomento.

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Epoca postnicena

Cessate le persecuzioni con l’Editto di Milano, la disciplina dell’arcano cominciò a sparire, quindi la testimonianze sulla fede nella presenza reale lievitano.

Di solito queste testimonianze vengono da trascrizioni di catechesi mistagogiche, ovvero omelie che i vescovi facevano ai neobattezzati per spiegargli i dogmi e la liturgia.

Per esempio le catechesi di San Cirillo di Gerusalemme, in cui egli afferma:

Istruito in queste cose e munito di robustissima fede per cui quello che sembra pane, pane non è, nonostante la sensazione del gusto, ma è il corpo di Cristo; e quel che sembra vino, vino non è, a dispetto del gusto, ma è il sangue di Cristo…[4]

Nessuna particella del pane consacrato veda perduta, perché è molto più preziosa dell’oro e delle gemme.[5]

Cirillo introduce per la prima volta il concetto che nell’Eucarestia le apparenze non corrispondono alla realtà di ciò che è sull’altare.

Anche sant’Ambrogio esprime un concetto simile, ovvero che la consacrazione trasmuta il pane ed il vino per miracolo divino:

Persuadiamoci che questo non è ciò che la natura ha formato, ma ciò che la benedizione ha consacrato e che la forza della benedizione è maggiore della forza della natura, perché con la benedizione la stessa natura è mutata.[6]

Lo stesso Signore Gesù grida: Questo è il mio corpo. Prima della benedizione delle celesti parole è nominata un’altra specie, è significata dopo la consacrazione del Corpo.[7]

Si cominciano a trascrivere le omelie, ed alcune ci parlano della fede eucaristica della Chiesa.

San Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, in una delle sue omelie fa questa interessante osservazione sull’eucarestia:

Inchiniamoci a Dio senza contraddirgli, anche se ciò che Egli dice possa sembrare contrario alla nostra ragione e alla nostra intelligenza; ma prevalga sulla nostra ragione e intelligenza la sua parola. Così anche comportiamoci riguardo al Mistero, non considerando solo quello che cade sotto i sensi, ma stando alle sue parole: giacché la sua parola non può ingannare.[8]

Ma di questa fede è ancora più testimone la liturgia. San Serapione di Thmuis nel suo eucologio (raccolta di preghiere usate negli atti liturgici) ci lascia testimonianza di una preghiera eucaristica che dopo il racconto della Mistica Cena contiene un’interessante invocazione:

Adveniat, Deus veritatis, sanctum tuum Verbum super hunc panem, ut fiat panis corpus Verbi, et super hunc calicem, ut fiat fiat calix sanguis veritatis; et fac ut omnes communicantes remedium vitae accipiant, in curationem omnis morbi, et in corroborationem omnis profectus et praestantiae, non in condemnationem, Deus veritatis, neque in redargutionem et opprobrium.[9]

A questo punto anche il magistero comincia a definire le verità sull’eucarestia.

Si inizia in modo implicito con il canone XVIII del concilio di Nicea:

Questo grande e santo concilio è venuto a conoscenza che in alcuni luoghi e città i diaconi danno la comunione ai presbiteri: cosa che né i sacri canoni, né la consuetudine permettono: che, cioè, quelli che non hanno il potere di consacrare diano il corpo di Cristo a coloro che possono offrirlo.

Che però riepiloga ciò che i padri dicevano, inoltre definisce che solo i presbiteri possono consacrare e con l’offrire fa anche una reticente menzione del sacrificio.

Nel periodo medioevale inizia la riflessione teologica per esprimere meglio questo mistero. Si incominciò con il monaco Pascasio Radberto, che nel suo trattato De Corpore et Sanguine Domini, in cui egli tentò di analizzare il mistero. Cominciarono allora a proliferare le prime eresie eucaristiche, sia da parte di violenti come Pietro di Bruys, sia da arte di teologi come Ratramnio di Corbie e Berengario di Tours. Contro quest’ultimo si levò l’intera Cristianità occidentale: molti sinodi provinciali lo condannarono, lo stesso pontefice Gregorio VII lo obbligò a fare la seguente professione di fede, che è la prima esplicita professione di fede nella presenza reale:

Intimamente credo e apertamente confesso che il pane e il vino posti sull’altare, per il mistero della orazione sacra e le parole del nostro Redentore, si convertono sostanzialmente nella vera e propria e vivificante carne e sangue di Nostro Signore Gesù Cristo; e che dopo la consacrazione c’è il vero corpo di Cristo, che è nato dalla Vergine e per la salvezza del mondo fu offerto e sospeso sulla croce e ora siede alla destra del Padre; e c’è anche il vero sangue di Cristo, che uscì dal suo fianco, non soltanto come segno e virtù del sacramento, ma anche nella proprietà della natura e nella realtà della sostanza.[10]

Intanto l’approfondimento continuò, giungendo fino all’elaborazione del termine ‘transustanziazione’ ovvero all’idea che dopo la consacrazione il pane ed il vino cessano di esistere e vengono sostituiti dal Corpo e dal Sangue di Gesù Cristo, e di essi rimangono solo le apparenze (chiamate anche specie o accidenti) che sussistono da solo, per meritò dell’onnipotenza divina.

Quindi l’idea della transustanziazione è di molto antecedente l’elaborazione di questa parola.

Essa fu definitivamente proclamata dogma durante il Concilio Lateranense IV (svoltosi nel 1215) con queste parole:

Una, inoltre, è la chiesa universale dei fedeli, fuori della quale nessuno assolutamente si salva. In essa lo stesso Gesù Cristo è sacerdote e vittima, il suo corpo e il suo sangue sono contenuti realmente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, transustanziati il pane nel corpo, il sangue nel vino per divino potere; cosicché per adempiere il mistero dell’unità, noi riceviamo da lui ciò che egli ha ricevuto da noi.

Questa mirabile professione di fede, che riassume in breve tutto ciò che la Chiesa crede sull’Eucarestia, fu ripetuta nel Secondo Concilio di Lione (1274), nel Concilio Fiorentino e nel Concilio di Trento.

Molti non lo sanno, ma anche la Chiesa Orientale fece proprio termine, che fu introdotto durante il Sinodo di Gerusalemme del 1672 nella sua versione greca ‘metoussis’, ma già da secoli in Oriente si parlava di trasmutazione (metaballo). E l’epiclesi (invocazione con cui si chiede la discesa dello Spirito Santo sull’altare) chiede esplicitamente la trasmutazione del pane e del vino.

Quindi da ciò si può vedere che la fede della Chiesa sull’Eucarestia è sempre rimasta immutata. Cosa fare davanti a ciò? ADORARE! Solamente adorare e comunicarsi a quel Corpo Santo che, con un atto supremo di amore, Egli ci diede come rimedio e medicina, cantando e ricordandoci con San Tommaso ‘se vacillano i sensi, a dar certezza ad un cuor sincero basta la fede’.

 


 

Note
[1] Lettera ai cristiani di Smirne, capitolo VII
[2] Prima Apologia, LXVI, 2 (lo scritto è datato verso il 150 d.C.)
[3] Citato in ‘Comunione sulla mano – Risposte ad alcune domande’, pagina 15
[4] Catechesi Mistagogica 4, capitol XXII
[5] Citato in ‘Comunione sulla mano – Risposte ad alcune domande’, pagina 15
[6] De mysteriis, IX, 50
[7] De mysteriis, IX, 54
[8] Omelia sul Vangelo di Matteo
[9] La Struttura letteraria della preghiera eucaristica, Cesare Giraudo, Editrice Pontificio Istituto Biblico
[10] citato nell’enciclica di Paolo VI ‘Misteryum fidei’, che a sua volta rimanda a ‘MANSI, Coll. Ampliss. Concil., 20, 524 D.’