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a cura di Ilaria Pisa

 

Non è rara la tentazione di combattere un errore con un altro errore, e se questo è un dato dell’esperienza quotidiana, emerge poi con prepotenza sul – trito, si può dire? – tema dell’immigrazione incontrollata e clandestina.

Non nascondiamoci dietro a un dito: tanto il silenzio artificioso sui flussi supermassicci che solcano (non da ieri) il Mediterraneo e i Balcani, quanto il battage ossessivo sul tema, costituiscono da parte dei mass media scelte precise, per indurre nel pubblico pagante e votante sensazioni altrettanto precise, il più possibile omologate. Quale poi sia la sensazione “giusta” da provare di fronte a un’emergenza che non può neppure chiamarsi tale, essendo arcinota ed evitabile, mi sentirei in imbarazzo ad indicarla. Ciascuno, se ha una coscienza rettamente formata, non fatica a capire che cosa sia corretto fare perseguendo il bene (materiale ma soprattutto morale) del prossimo, e non il buonismo drogante e psicotropo che oggi va di moda di qua e di là dal Tevere. In carenza di istruzioni dalla… cabina di regìa, proviamo quindi a ragionare cattolicamente.

Quando la situazione si fa tesa è fisiologico che chiunque desideri urlare la sua, e le idee oscillano come sull’asticella di un metronomo, toccando estremi spesso erronei, che non valgono a risolvere una situazione parimenti sbagliata, in cui previsione, gestione e smistamento degli afflussi appaiono lasciati al caso più che a regole stabilite. C’è dunque chi innesta il turbomodernismo per il quale – con buona pace di Bergoglio, che dice e disdice in perfetto stile vaticansecondista – la Chiesa Cattolica è una ONG in colletto slacciato e camicia da azienda municipalizzata; i copiosi frutti comprendono edifici di culto profanati, mondanizzazione del clero e dei consacrati, attivismo terzomondista (talora peloso) e più in generale un qualunquismo che mette a dura prova la fede dei pochi cattolici rimasti.

C’è poi chi il turbomodernismo di sapore un po’ kattokom lo combatte, scagliandosi contro i dolciastri proclami sociologici dei suddetti chierici municipalizzati, allo slogan di “gli immigrati li accolga il Vaticano” (e truci varianti). E qui, magari, si scopre quanto farebbe ancora comodo lo spazioso Stato Pontificio, il cui abbattimento viene commemorato con tricolore trionfalismo magari da quegli stessi che vorrebbero fermare l’invasione migratoria.

A parte gli scherzi – inclusi quelli del destino, per cui gli anticlericalismi d’accatto provengono proprio da ambienti che blasonati pensatori chiamerebbero “cattofascisti” – la constatazione della realtà si rivela la migliore terapia.

Nel 2015 in Europa sono arrivati finora 250mila rifugiati, più dell’intero 2014. […] In base a questi dati, poco meno di metà dei migranti arrivati in Europa da gennaio sono passati dall’Italia. E nel nostro Paese hanno trovato un’accoglienza concreta e diffusa soprattutto da parte delle strutture legate al mondo cattolico, dai seminari alla Caritas.

Su 100mila migranti giunti in Italia da gennaio ad oggi, infatti, circa 35mila sono stati accolti da strutture religiose. In pratica un migrante su tre passa dalla Chiesa cattolica. La sola Caritas ne ha assistiti 20mila mentre altri 15mila sono stati accolti da associazioni come la Comunità di Sant’Egidio o direttamente dalle parrocchie e in altre strutture delle diocesi italiane.

I numeri dicono che senza l’accoglienza garantita dalle strutture ecclesiastiche, l’emergenza profughi sarebbe ingestibile. Gli esempi sono davvero tantissimi. A cominciare dalla rete del Centro Astalli, promossa dai gesuiti per i rifugiati e che opera a Palermo, Catania, Vicenza, Trento, Napoli, Padova, Milano e Roma. Hanno spalancato le porte delle loro comunità anche i Guanelliani a Como, Lecco e in provincia di Sondrio, i Francescani a Enna, Roma e a Piglio in provincia di Frosinone,i Pavoniani in Valsassina, le suore Orsoline a Caserta, le suore della Provvidenza a Gorizia. Ma l’elenco potrebbe continuare.

[…] A Fermo la comunità di Capodarco di don Vinicio Albanesi ha aperto il seminario agli immigrati e oggi ne ospita un centinaio. Altri esempi: il cardinale di Palermo, Paolo Romeo, che ha deciso di utilizzare anche le chiese per l’accoglienza e quello di Torino, Cesare Nosiglia, che utilizza da mesi un piano dell’arcivescovado per accogliere i migranti. Mentre in Lombardia attualmente circa 2.500 profughi sono ospitati nelle strutture della chiesa cattolica lombarda e dall’inizio dell’anno ne sono transitati quasi 8mila. [fonte]

I fatti e i dati non fanno sconti a nessuno. Sbugiardano da un lato chi taccia di farisaismo il “clero di utilità sociale” reo di predicare bene e di razzolare male; mostrano dall’altro lato la cialtroneria di una pseudo evangelizzazione stracciona, che della parabola del buon Samaritano ha ritenuto a mente la scenetta ma non l’Enunciante, che alla stola viola ha anteposto il mestolo della mensa e che forse pensa di tornare a riempire le chiese col battersi il petto per nebulosi peccati della società brutta e cattiva, ché per quelli personali il perdono è invece implicito e dovuto.

Di fronte alla tragicomica scena di seminarii e vescovadi (giustamente) adibiti a bed&breakfast (perché deserti), la speranza visionaria si permette di sognare un domani non troppo lontano, in cui quelle stesse anime, guadagnate a Dio prima che all’UNHCR e divenute cittadine del Cielo prima che dell’UE, possano tornare in talare e colletti (allacciati) quasi a ringraziare, quasi a soccorrere chi, prostrato nel pauperismo senza Cristo, non alza più gli occhi allo stendardo sotto cui dovrebbe militare.