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di Cajetanus

In questi ultimi mesi si sente spesso dai pulpiti di una certa destra la proposta di reintrodurre il servizio militare obbligatorio, principalmente inteso come rimedio al degrado della società moderna e, in special modo, della gioventù. Le presunte ragioni della proposta sono caratterizzate da una marcata nota di ingenuità: infatti certi esponenti di destra credono che uno Stato (illegittimo e anticristiano) praticamente ateo, usuraio, propagatore di perversioni (con le politiche pro-gender), immoralità e infedeltà (con aborto & divorzio) possa formare una gioventù sana attraverso la leva obbligatoria. Inutile dire che si tratta di sciocche illusioni.
Questa ben nota ossessione della destra italiana per la leva obbligatoria ha evidenti radici ideologiche che nulla hanno a che fare con l’educazione della gioventù, ma che, piuttosto, sono riconducibili alle idee del Risorgimento.
Le manie dei risorgimentalisti (come quelle dei rivoluzionari) ebbero nel periodo dell’unità d’Italia, fino alla fine del secondo conflitto mondiale, l’obiettivo di restaurare la civiltà romana (mentre in realtà la distrussero con la Breccia di Porta Pia), in maniera particolare si voleva restaurare la “statolatria” che caratterizzava l’impostazione politico-religiosa di Roma. Per questo si adottarono, in diversi campi, metodi e atteggiamenti che Roma usava adottare in età arcaica; tra questi la leva obbligatoria.

Sebbene in alcune circostanze particolarissime si possa constatare la necessità momentanea di questa prassi, la storia ci insegna che le ripercussioni (a lungo termine) di questa pratica sulla stirpe dei romani non tardarono a manifestarsi: mentre il popolo romano delle origini era caratterizzato da una particolare coriaceità, robustezza e forza, con il passare dei secoli queste caratteristiche pian piano cominciarono ad affievolirsi e questo perché, mentre tutti gli uomini sani e forti venivano reclutati per partecipare a battaglie e lunghe campagne militari dove la maggior parte di essi moriva, quelli che venivano scartati perché cagionevoli di salute, deboli di costituzione o fisicamente inadatti, costruivano famiglie e si riproducevano; da qui l’assenza di un “ricambio”, che contribuì a determinare il declino più o meno progressivo dell’esercito romano, fino alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

Con il medioevo la “Romanitas” discende negli inferi per risorgere “Christianitas” e la società tripartita prende il sopravvento nell’organizzazione degli stati (forse ad imitazione della natura trinitaria di Dio), basando la divisione delle classi sociali sulla semplice osservazione della realtà, grazie alla quale chiunque può constatare che «La più grande varietà esiste nella natura degli uomini; non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia; non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili conseguenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali » (Papa Leone XIII, Rerum Novarum, p.163), da questo principio (che non inventò Leone XIII) si giunse alla suddivisione del popolo in tre grandi gruppi: Oratores, Bellatores, Laboratores – rispettivamente – i sacerdoti, i soldati e i lavoratori, in questo preciso ordine gerarchico.  Questa gerarchia (che molti ammettevano già prima dell’incarnazione del Verbo) proviene da una profonda seppur semplice convinzione (anche se sarebbe più corretto definirla “consapevolezza”): perché un regno prosperi è necessario che Dio lo sostenga e, affinché ciò possa avvenire, è necessario che si ricorra alla preghiera della Chiesa (da Dio istituita) che si esprime nella Liturgia con la celebrazione dei Divini Misteri; dice infatti il Signore: “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv XV, 5). Sostenuti dalla preghiera della Chiesa i soldati (o “nobili”), i “sangue blu” – sangue prezioso, versato sul campo di battaglia e per questo privilegiato – combattono con il favore divino i nemici della patria e la governano senza voler dominare sulla Chiesa e senza volerla assoggettare a ragioni terrene o ad uso e consumo dei sovrani, in modo da non inimicarsi l’Altissimo il quale è l’unico a poterne disporre; così, con il favore divino e la forza dei soldati a proteggerli, i contadini, gli operai e i lavoratori nutrono se stessi, sacerdoti, Re e soldati; costruiscono villaggi per i lavoratori, caserme per i soldati e cattedrali dove celebrare il culto divino.

Sebbene questi tre gruppi possano sembrare ad un occhio superficiale (e malizioso) come un sistema dei potenti per schiavizzare e/o sfruttare i più deboli la realtà dei fatti ci mostra tutt’altro. La superiorità della Societas Christiana sulla Società Rivoluzionaria è evidente: mentre nella società moderna e risorgimentale si elimina Dio dall’organismo civile per vedere quest’ultimo corrompersi e crollare su se stesso a poco a poco, nella Societas Christiana si riconosce in Dio il fondamento della società, infatti senza la Grazia e il favore divino l’esercito verrà meno e con lui verranno meno contadini, lavoratori e operai. La Società Rivoluzionaria vuole anche che lo Stato si impossessi della Chiesa facendone ciò che vuole, per poi, infine, sostituirsi ad essa, privandosi del favore divino e attirando i castighi del Cielo; nella Societas Christiana lo Stato invece difende la Chiesa e dipende da essa, in quanto unico e vero legame con Dio, in grado di attirare la benevolenza del Cielo che fa prosperare la società civile. In ultimo, la Società Rivoluzionaria vuole che tutto sia sottomesso agli operai e ai lavoratori, facendone sacerdoti della laicità e soldati di leva.
Fu proprio questo ciò che i risorgimentalisti giacobini (precursori di certa destra) tentarono di fare a Gaetano Prosperi, detto “lo Spirito”, allo studente di diritto Assuero Ruggeri e ai loro compaesani della cittadina pontificia di Monghidoro (Emilia Romagna). Nel 1860, infatti, quando la gente di Monghidoro vide la novità del bando di leva obbligatoria introdotto dai Savoia si ribellò agli usurpatori sabaudi. Così, alle 5:00 del  7 agosto 1860, la sede comunale e l’abitazione del capo della Guardia Nazionale di Monghidoro furono circondate da gente armata in vario modo e guidata da Gaetano Prosperi (di professione mugnaio) e da Assuero Ruggeri i quali atterrarono lo stemma dei Savoia dalla facciata del Comune e lo sostituirono con quello pontificio. Ebbe così inizio una strenua resistenza contadina guidata da Prosperi, in nome della Societas Christiana e del Papa Re. Il mugnaio divenuto “brigante” girovagò per i boschi di tutta l’Emilia e arrivò fino a Roma e da solo tenne testa ai militari sabaudi per due anni; la polizia gli diede a lungo la caccia senza riuscire ad arrestarlo mentre i carabinieri inviavano gendarmi in borghese che Prosperi non esitava ad uccidere. Solo quando si ferì alla mano a causa di un incidente con il suo fucile fu catturato e rinchiuso a Bologna, dove il 15 dicembre 1863 fu decapitato dai piemontesi e, prima che l’ascia del boia calasse su di lui, gridò con il fiato che gli rimaneva: «Viva il Papa!»

Confidiamo tutti, quindi, che la moderna “destra piemontese” non si aspetti meno da noi di quanto si aspettò da Prosperi, poiché a noi non è lecito fare meno di quanto lui fece.