Il terrorismo islamico come effetto e causa della crisi economica europea

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di Vito Plantamura

L’attuale crisi economica europea ha numerose concause, anche se sinteticamente possono ridursi ad una, ovverosia al cambio di paradigma socio-economico –a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, e con una escalation a seguito dell’avvento dell’euro–, dalla società del benessere a quella liberale, che si caratterizza per una concentrazione esasperata delle risorse, in luoghi, e in strati sociali, sempre più ristretti. Allo stesso modo, anche il terrorismo islamico rappresenta il frutto avvelenato di numerose concause, alcune pure del tutto fortuite (se sotto la sabbia di certi Stati non ci fosse casualmente il petrolio, forse il problema neppure esisterebbe, almeno in queste proporzioni), senza che al proposito debba mai negligersi il dato fondamentale storico, ovverosia che il fondatore della religione islamica è stato lui per primo un condottiero, che ha diffuso la propria religione, nell’intera Arabia, tramite la guerra. Si tramanda che Maometto, terminata l’unificazione dell’Arabia, e imposta così la propria nuova religione a tutte le tribù, abbia detto: “Abbiamo terminato la piccola guerra santa (ovverosia, la guerra tout court), ora torniamo alla grande guerra santa (cioè quella interiore e spirituale)”. L’idea delle conversioni forzate, ad es. –del tutto aliena alla maggior parte delle religioni, non solo al cristianesimo–, è parte integrante della storia dell’islam, e la Cattedrale di Otranto, con il suo impressionante ossario, e lì per ricordarcelo. E quindi non deve meravigliare che il terrorismo islamico proceda dalla sua corrente religiosa più “ortodossa”, da quella che si vanta di attenersi maggiormente alla lettera del corano, di essere realmente tornata alle origini dell’islam, cioè il c.d. wahabismo.

            Queste brevissime note, tuttavia, non hanno l’ambizione di spiegare interamente le cause della crisi economica europea, né del terrorismo islamico –entrambi compiti che, anche se presi singolarmente, sarebbero ampiamente superiori alle modeste forze di chi scrive–, ma di evidenziare solo un aspetto singolare, cioè quello relativo al rapporto circolare tra questi due fenomeni che, reciprocamente, si rafforzano, essendo ciascuno causa ed effetto dell’altro.

            Partendo dalla funzione di causa, dell’attuale crisi economica europea, rispetto al terrorismo islamico, bisogna innanzitutto chiarire che il riferimento è al terrorismo presente in Europa, al quale aderiscono immigrati spesso di seconda o terza generazione. Se si pensa agli attentati di Madrid del 2004, di Londra del 2005, o ai più recenti di Parigi, non si può fare a meno di domandarsi perché la società europea contemporanea abbia fallito nella sua missione d’integrazione di questi suoi cittadini, che sono nati sul suo suolo, che hanno frequentato le sue scuole, ma che si rivoltano contro di lei e tutto ciò che rappresenta. La contrazione del benessere, dovuta al cambiamento di paradigma socio-economico, può essere una spiegazione, o, comunque, parte di una spiegazione del fallimento in questione, soprattutto se si riflette su di una circostanza che caratterizza il terrorismo islamico, rispetto a quello occidentale e, in modo paradigmatico, a quello “rosso e nero”, magari degli anni ’70 del secolo scorso: la fuga dal mondo e il materialismo grossolano.

            I terroristi islamici reclutati in Europa tra i cittadini europei, cioè, non vogliono tanto cambiare il mondo, quanto lasciarlo, facendosi saltare in aria, etc., per andare finalmente in paradiso, dove avranno quello che in questa società proprio non riescono ad avere, ovverosia ricchezza, potere, status sociale e… sesso sfrenato! Il sesso con le famose 72 vergini (a testa, ovviamente, oltre a 8.000 servi), dai grandi seni sodi (sì, pare che gli aḥadīth specifichino pure gli attributi fisici delle vergini), e dalle “vagine appetenti” (sic!), che però, non si perda d’animo il fedele dinanzi a cotanto compito (pare che Maometto si vantasse di soddisfare ogni notte tutte le sue mogli, ma lui ne aveva “solo” 11, con privilegio che la legge ad personam fatta da lui, guarda caso, solo a lui concedeva, perché gli altri fedeli non potevano averne più di quattro: una sorta di conflitto di interessi ante litteram), potranno essere soddisfatte grazie ad “erezioni eterne”, visto che al martire sarà data la forza di cento uomini, nel sesso, come anche nel bere e nel mangiare (1).

Si tratta, in definitiva, di desideri decisamente grossolani, che possono avere presa solo su menti semplici, oltre che per natura inclini ad un eccessivo sensualismo. Si tratta, però, soprattutto di un terrorismo materialista, e non idealista, e quindi di “argomenti” che, con ogni probabilità, avrebbero scarsissima presa su persone che avessero un grado soddisfacente di benessere effettivo già su questa terra, magari una prospettiva di miglioramento, d’innalzamento sociale, rispetto alla vita vissuta dai propri genitori. Se fosse questa la condizione sociale della grande maggioranza degli immigrati islamici, forse risulterebbero sordi alle sirene di certi imam.

Da più di un decennio, invece, accade il contrario. Per la prima volta dal dopoguerra, infatti, in Europa i figli hanno prospettive peggiori rispetto ai propri padri, e –mentre ritorna la durezza del vivere, tanto decantata solo da chi non deve subirla, nonché strumentale agli interessi dei prestatori professionali di denaro, che vedono aprirsi enormi mercati che prima erano loro preclusi (su tutti: Sanità, Istruzione e Previdenza)–, gli immigrati, anche di seconda o terza generazione, subiscono lo stesso bombardamento massmediatico di ogni altro cittadino europeo: se non sei ricco e famoso, sei un perdente, che non può avere dignità, rispetto per se stesso e, ovviamente, neppure una donna. Mentre, dai cartelloni pubblicitari e dalle tv, donne, tanto belle quanto poco vestite, fanno continua mostra di sé. Ma, per chi non ha soldi e potere, come l’immigrato islamico medio, è come vivere in uno spettacolare parco giochi, senza mai potersi permettere neanche un singolo giro di giostra.

Questa semplice realtà, tuttavia, pare essere compresa da pochi intellettuali europei, che spesso, nel prendere atto del fallimento del processo d’integrazione, lo attribuiscono al razzismo, alla discriminazione, all’intolleranza per la diversità, etc., tutte cose che andrebbero rimosse, secondo lo stesso mantra liberale, magari con la previsione di ulteriori appositi reati d’opinione, visto che tanto sono “a costo zero”. Mentre il problema è appunto il liberalismo, che ha prodotto povertà e diseguaglianza sociale (ricchezza “psicopatica” per pochissimi), frustrazione e depressione (a fortiori, in chi ha una spiccata inclinazione sensuale), riuscendo nel risultato grottesco di negare l’unico certo effetto positivo della società occidentale contemporanea, cioè la capacità, finalmente, almeno in potenza, di produrre benessere materiale per tutti.

Esaminando, invece, l’aspetto del terrorismo islamico come concausa della crisi economica europea, bisogna considerare che il terrorismo presente nei Paesi non–europei è una delle maggiori fonti di destabilizzazione di certi territori, e conseguente creazione di flussi migratori inarrestabili, come nel caso paradigmatico della Siria. Questo flusso continuo di immigrazione incontrollata, tuttavia, è appunto una delle concause della crisi economica europea, nel senso che rappresenta uno degli strumenti principali, dopo l’indipendenza delle Banche Centrali (in Italia, vedesi la vicenda del “divorzio”, tra Tesoro e Banca d’Italia), l’euro e i vincoli di bilancio connessi, per ottenere ed acutizzare la deflazione salariale. Tale deflazione salariale, poi –non convenendo ai lavoratori, e, in realtà, neppure agli imprenditori: a meno di non vivere nel mito dell’export led, che però altro non è che un gigantesco Schema Ponzi–, a sua volta crea la situazione “ideale” di rarefazione monetaria (maggiore necessità di ricorrere all’indebitamento privato), e inflazione zero (coincidenza tra interesse reale e nominale, con massimizzazione conseguente dei profitti), ad esclusivo vantaggio della lobby internazionale dei prestatori professionali di denaro.

Del resto, si tratta solo della legge della domanda e dell’offerta: a parità di offerta (di lavoro), facendo schizzare la domanda, praticamente, in modo illimitato, è chiaro che il prezzo sarà fatto da chi offre. Solo che il lavoro è una merce nella concezione liberale (neo?)classica, ma è un diritto per le Costituzioni democratiche europee, a partire da quella italiana: diritto che, se non si pone un argine alla sua domanda incontrollata, non potrà in alcun modo essere tutelato.

Anche per combattere il terrorismo islamico, quindi, non c’è bisogno, in modo generico, di più Europa, quanto di un’Europa completamente diversa che, in una logica confederale, sia elastica verso il suo interno, e rigida verso l’esterno: ad es., rinunciando alla moneta unica, magari per adottare una moneta comune. Un’Europa che abbia una politica estera comune, nell’interesse proprio, e non in quello altrui: ad es., sanzionando l’Arabia Saudita, che da sempre è sospettata di finanziare il terrorismo, invece che la Russia, che –piaccia o dispiaccia: Putin omofobo!– è l’unica ad aver bombardato l’ISIS sul serio. Soprattutto, un’Europa che sappia che gli Stati non sono come delle famiglie, o delle imprese, perché –se non la cedono follemente– hanno la sovranità monetaria, e possono finanziare in deficit la crescita e il benessere dei propri cittadini, con negative conseguenze solo per le rendite parassitarie dei prestatori professionali di denaro, ai quali, tuttavia, una moderazione dei guadagni potrebbe risultare solo benefica e salutare.

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