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traduzione, con adattamenti, dell’originale apparso sull’edizione online del Washington Post. A cura di Ilaria Pisa

 

In una conferenza a Tel Aviv due giorni fa, il ministro israeliano della Difesa Moshe Ya’alon ha reso un’affermazione d’impatto: se dovesse scegliere tra Iran e lo Stato Islamico, sceglierebbe l’ISIS, in quanto l’Iran è fornito di maggiori risorse che lo rendono anche ora la minaccia più grande per Israele. Se la Siria dovesse cadere, egli preferirebbe che fosse in mano all’ISIS piuttosto che all’Iran o a gruppi sostenuti dall’Iran: “crediamo che finalmente l’ISIS sia prossimo alla sconfitta dopo i bombardamenti subiti, e con gli attacchi ricevuti alle sue riserve di petrolio”, ha dichiarato. Pronunciate pochi giorni dopo che gli Stati Uniti hanno rimosso le sanzioni all’Iran, come parte dell’accordo sul nucleare avversato da Netanyahu e Ya’alon, le parole del ministro possono leggersi come ulteriore prova dell’attuale diversità di vedute tra Israele e Washington, ma riflettono anche differenze in seno alle massime cariche israeliane: il Presidente, Reuven Rivlin, ha detto che l’ideologia dello Stato Islamico costituisce per Israele una vera minaccia.

Nella regione mediorientale, secondo Ya’alon, si sta consumando uno scontro di civiltà, nel quale Israele si trova a condividere alcuni interessi con i locali poteri sunniti, anch’essi minacciati dall’Iran sciita. Del resto, come si è notato, Israele ha evitato ogni coinvolgimento nella lotta allo Stato Islamico, ma ha voluto colpire Hezbollah sul territorio siriano. Nel 2014, Ya’alon disse al Washington Post che ISIS era un nuovo fenomeno, scaturito da al Qaeda, e che non costituiva una minaccia per il Paese.