Conferenza Bux, Burke, Sarah: l’ennesimo naufragio dei conservatori

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di G.Z.

Di un medesimo evento si possono dare differenti giudizi sostanzialmente per due ragioni: 1) in base all’esperienza che di quel particolare evento si è avuta e che ha decisamente determinato la formazione del giudizio in merito, diremmo “a posteriori”; 2) per i presupposti filosofici e teologici con i quali ci si è accostati a quell’evento e che ne guidano il successivo giudizio, tenendo conto dell’esperienza.
La conferenza che ieri si è svolta all’Hotel Columbus in via della Conciliazione a Roma in occasione della presentazione dell’ultimo libro di mons. Nicola Bux («Con i Sacramenti non si scherza», Cantagalli) può essere giudicata un successo da chi considera valida la tesi ratzingeriana della cosiddetta “ermeneutica della continuità”, buona la Messa di Paolo VI (ben celebrata) e che l’unico problema che la Chiesa Cattolica ha siano gli abusi liturgici e la diffusa immoralità.
Invece, per un cattolico che si accosta a tale evento con le lenti della dottrina, della Tradizione, del Magistero perenne ma anche di quel buon senso onesto, leale e schietto di fronte alla storia, agli eventi e alle persone, l’evento di ieri non può che essere l’ennesima delusione da parte del fronte, chiamiamolo, “conservatore”. Due direi sono gli aggettivi che possono sintetizzare le due ore di conferenza alla quale è intervenuto un pubblico abbastanza eterogeneo: barbose e insignificanti.
“Barbose” perché i toni della discussione sono stati cloroformizzati, quasi bisbigliati (nonostante la maggior parte dei presenti aspettasse qualche presa di posizione “forte”), perché il linguaggio utilizzato è stato quello del clerichese stretto ossia barboso, vago quanto inconsistente; “Insignificanti” perché niente di ciò che è stato detto è una novità per chi è attento da qualche anno, se non decennio, alla crisi in atto nella Chiesa Cattolica. A proposito, in sede della conferenza nessuno ha parlato di “crisi” nella Chiesa. Si è parlato di “crisi del sacro” (ma va?), si è parlato di immoralità (ma va là!), si è parlato di crisi del “diritto canonico” e così via, ma tutto in termini così generici che chi non avesse già per se stesso qualche coordinata in merito non avrebbe capito un accidente dell’argomento della serata. L’unico che ha alzato, un po’, i toni della discussione rendendola, un pochino, più interessante è stato l’ex direttore dello IOR, Ettore Gotti Tedeschi il quale, tuttavia, con il suo fare volutamente provocatorio si è lasciato andare ad un elogio, un po’ sopra le righe, del libro di don Bux, definendolo, certamente in tono enfatico ma non per questo meno esagerato, un libro “salvifico”.
Per fare un esempio, nell’attuale far west della distribuzione dell’Eucaristia l’autore propone come soluzione “geniale” amministrarla sotto le due specie, intingendo l’ostia nel calice cosicché i fedeli non la possano ricevere sulla mano. Non credo sia necessario profondermi sulla povertà di questa posizione che è semplicemente aberrante e sconcertante. Tanto più se si considera che dalla promulgazione nel lontano 2007 del Motu Proprio “Summorum Pontificum” ciò che costoro, punta di diamante della “resistenza” conservatrice, propongono come soluzione all’attuale caos liturgico-sacramentale è il Messale Bugnini-Paolo VI ben celebrato, anzi celebrato alla lettera! Ecco cosa hanno imparato da quasi dieci anni di “rinnovamento liturgico nella continuità”. In questi toni miagolati si è inserito un timido accenno del card. Burke alla sacralità della forma extraordinaria del Rito Romano fonte di ispirazione per ben celebrare il Novus Ordo Missae. Mi perdoneranno i lettori, ma la semplice formula “forma extraordinaria” oltreché non aver alcuna radice storica né teologico-liturgica è semplicemente aberrante giacché, attraverso la dialettica tesi-antitesi-sintesi, pone sullo stesso piano Messa Antica e messa Nuova in una mirabile e armonica giustapposizione che solo la mente di un hegeliano e neoplatonista come Joseph Ratzinger poteva inventare.

Ettore Gotti Tedeschi ha sentito anche la necessità di attribuire a Benedetto XVI, con tono provocatorio e allusivo, l’attributo de “il Grande” ponendolo indirettamente in contrapposizione con l’attuale Sommo Pontefice Francesco di cui, gli illustri relatori, non hanno ricusato richiamare l’eccellente magistero espresso in Lumen Fidei e nella sua dottrina sulla misericordia.
Quello stesso “grande” Benedetto XVI che è riuscito, Dio solo sa come, ad armonizzare San Tommaso d’Aquino e Karl Rahner, Romano Guardini e dom Gueranger, Giovanni Paolo II e San Pio X, la Santa Messa Tradizionale e la Messa del “Nuovo Ordine”.

Quello stesso Ratzinger che rilasciò dichiarazioni di questo calibro: “Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione…per loro [l’uso del preservativo] è un atto di responsabilità”. E ancora: “Il preservativo – per contrastare la diffusione dell’AIDS – è un primo passo sulla strada che porta a una sessualità diversamente vissuta, più umana”. Quello stesso Benedetto XVI che in riferimento al burqua per le donne musulmane, in ossequio alla libertà religiosa proclamata dal Concilio Vaticano II, disse: “non vedo ragione di una proibizione generalizzata”, e per il quale è naturale che “anche da noi i musulmani possano riunirsi in preghiera nelle moschee”. Quello stesso unico e identico Benedetto XVI che non ha mai invitato a pregare per la conversione degli ebrei ed anzi, nella liturgia del Venerdì Santo, ha fatto espungere, per loro rispetto, l’orazione per la loro conversione affermando: “li riconosciamo come nostri padri e fratelli”.

E molte altre ancora potrebbero essere le citazioni di Benedetto XVI e la sua “nuova teologia” ma che non credo sia necessario richiamare. Detto questo, se qualcuno, per affetto sentimentale, femmineo, poco virile, quindi poco cattolico sente la mancanza di Benedetto XVI costruendo nella sua mente una sorta di “periodo aureo” in contrapposizione al caos attuale, è libero di farlo per sua propria e patetica illusione.

Il card. Burke, benemerito per la sua tenace resistenza contro la sovversione del Matrimonio e del processo canonico di nullità è anche colui che, per non definire la liturgia cattolica preconciliare con l’aggettivo “tradizionale” ha lanciato una nuova moda che vorrebbe definirla non tradizionale ma piuttosto liturgia “classica”. Ora, c’è una sindrome detta di «Panurgo» che il compianto Mario Palmaro portò al centro della discussione sull’aborto, ma che si dimostra utile e vera anche in questo caso, e consiste nel seguire in maniera acritica e pecoresca qualsiasi affermazione dell’eroe di turno. Ed è innegabile che il cardinal patrono dell’ordine di Malta sia un punto di riferimento generale per molti cattolici in buona fede che seguiranno questo “nuovo modo” di chiamare la Messa di sempre, sintomo di quella sete di “novità” e di “freschezza” che si manifesta in modi e intensità differenti tanto fra i progressisti che nei conservatori.

Insomma, in questa conferenza non si è parlato di “regalità sociale di Cristo” (e com’era possibile quando si accettano i principi conciliari della libertà di coscienza e della libertà religiosa!?), non si è parlato della necessità vitale di ritornare alla celebrazione della Messa Tradizionale, non si è parlato della radice della crisi e dello smarrimento della fede, della dottrina e della morale nella Chiesa ascrivendola ad un generico influsso estrinseco della società e della cultura nonché alla trita e ritrita “ermeneutica della rottura” diffusasi, secondo costoro, in maniera impersonale da uno spirito innominato e innominabile. Non si è parlato delle scandalose dichiarazioni di Paolo VI, né dei suoi interventi di progressiva demolizione del sacro edificio ecclesiale, di cui papa Francesco è soltanto l’ultima appendice della catena dissolutrice che trova il suo ancoraggio ideologico nel Concilio Vaticano II.

Si è parlato della prassi, colpevole, della Comunione sulla mano dimenticando, o semplicemente omettendo (in ossequio al politicamente corretto), che fu proprio il Sommo Pontefice Paolo VI a concederla, autorizzarla e, quindi, favorirla; Si è parlato degli abusi liturgici particolari oggi diffusi non rendendosi conto che il primo e più grave abuso al culto divino è proprio il Messale promulgato da Paolo VI nel 1969; della perdita del senso del sacro quando fu lo stesso Papa Montini ad eliminare il latino dalla liturgia ecc ecc.

In definitiva, la conferenza di ieri si è dimostrata l’ennesimo naufragio del fronte conservatore che dimostra ancora una volta la propria inconsistenza teologica, la propria debolezza e mancanza di chiarezza nonché di fermezza nell’opporsi ai mali attuali. Si continua a constare, e lo dico non con sadica soddisfazione ma con rammarico, che allo stato attuale delle cose non c’è oggi, all’interno, per così dire, del “recinto della legalità canonica” una personalità o un’entità forte e teologicamente solida che possa farsi labarum, araldo, baluardo e guida nella lotta all’eresia neo-modernista dilagante, perché? Perché, di fatto, questo stesso fronte conservatore, nonostante difenda alcuni punti essenziali della dottrina, né omette e rinnega altri non meno importanti, e questo genera confusione, divisione, debolezza, inconsistenza.

E vorrei concludere con una breve considerazione rivolta a coloro che sono rimasti entusiasti dall’evento svoltosi ieri:
Carissimi signori, se per risollevare l’onore della Chiesa, se per far risplendere la bellezza e la verità eterna della sua dottrina, la superiorità della morale cristiana, la divinità della Sacra Liturgia Cattolica ritenete sia sufficiente interpretare “bene” i testi del Concilio e celebrare “bene” il rito abusivamente imposto da Paolo VI bè, come dìmo noi a Roma: state freschi!

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