landgrabbing

di Cinzia Palmacci

E’ vero che in Europa abbiamo il nostro bel da fare con problemi come l’immigrazione incontrollata, il terrorismo e la crisi, ma ci sono problemi lontani da noi che vanno avanti da anni senza che si sia mai, o quasi mai, levata una voce in favore delle popolazioni autoctone africane che si battono contro una forma ancora più perniciosa di occupazione forzata di quella del periodo coloniale: il land grabbing. Che cos’è il land grabbing? E’ quella pratica odiosa con la quale le multinazionali erodono  ettaro su ettaro, il patrimonio naturale di vaste aree nel sud del mondo.

Con il land grabbing le multinazionali si sono accaparrate nel mondo circa 40 milioni di ettari dal 2006 al 2012 in 66 paesi e questo rappresenta solo ciò che l’associazione Grain è riuscita a documentare. Ma le vittime del land grabbing possono unirsi; spesso nemmeno immaginano quanto potente ed efficace sia l’unione tra forze “dal basso”, quindi l’informazione anche in questo caso può fare la differenza. Per lottare contro l’accaparramento dei terreni «bisogna creare forti movimenti sociali e cercare di cambiare le leggi. Questa è l’unica soluzione» dice Eric Holt-Giménez di Food First. Ed una strizzatina d’occhio potremmo farla anche al nuovo movimento europeista di Varoufakis, che si rivolge soprattutto alle forze centripete che partono dai popoli, dal basso appunto, dato che gran parte dei disperati che sbarcano in Europa potrebbero rientrare nel numero di vittime di questa rapina legalizzata. L’Africa è l’obiettivo primario dei land grabbers, ma sono ingenti anche i veri e propri saccheggi in America Latina, Asia ed Europa dell’Est, a dimostrazione che questo è un fenomeno globale. Chi sono i land grabbers? Nella maggior parte dei casi si tratta di società del settore agroalimentare, ma ci sono anche società finanziarie e fondi sovrani, responsabili di circa un terzo delle offerte. Investitori europei, soprattutto da Regno Unito e Germania, e asiatici, da Cina e India, rappresentano i due terzi dei land grabber. In corsa anche gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Il Mozambico è uno dei Paesi che maggiormente sta subendo il land grabbing, con un totale di 25 investimenti da parte di ben 13 nazioni (Brasile, Cina, Francia, India, Italia, Libia, Mauritius, Portogallo, Singapore, Sud Africa, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti) di cui 21 portati a termine e 5 in via di definizione per un totale di 1 milione e 583.149 ettari di terreno espropriati ai contadini.

Poi, non solo land grabbing, ma ocean grabbing, l’attacco ai nostri mari. «La privatizzazione delle zone di pesca, dovuta all’ossessione della crescita economica dei Governi, ha permesso il proliferare del fenomeno», dichiara Naseegh Jaffer, segretario generale del World Forum of Fisher Peoples. «È ora non solo di parlare di queste cose, ma di agire, e tutti noi possiamo fare la differenza. È sufficiente cambiare il nostro stile di vita e abbracciare una filosofia più ecosostenibile per arrivare all’obiettivo finale: la sovranità alimentare dei popoli».

Le comunità rurali di Papua Nuova Guinea sono state private della loro terra e delle risorse naturali attraverso operazioni illegali; la conseguenza è stata la distruzione delle comunità stesse e la devastazione dell’ambiente. Il documentario “On our land” da voce alle popolazioni che hanno subìto questa ingiustizia e che, grazie ad alcune organizzazioni non governative locali, combattono per i loro diritti e perchè sia loro restituito quanto sottratto. Il documentario “On our land” è stato prodotto dall’Oakland Institute in collaborazione con il Pacific Network on Globalization e il Bismark Ramu Group. L’Oakland Institute è un ente indipendente impegnato nella sensibilizzazione sui temi di maggiore impatto sociale, economico e ambientale. Il Pacific Network on Globalization (PANG) è un network nato nelle regioni del Pacifico che promuove la sovranità e l’autodeterminazione economica e la giustizia sociale. Il Bismarck Ramu Group lavora con le comunità locali di Papua Nuova Guinea per assicurare alle popolazioni indigene informazioni sui loro diritti e la possibilità di riottenere il controllo delle loro terre e delle risorse per poter governare il proprio futuro. In Liberia, una comunità della contea Grand Bassa sta resistendo all’Equatorial Palm Oil (EPO), una società inglese che vuole ricavare in quelle terre l’olio di palma. Il governo ha concesso alla società 169.000 ettari di terreni senza consultare le oltre 7.000 persone del clan Jogbahn che vive in quelle terre da generazioni. Il presidente liberiano ha fatto promesse a quella gente, ma appunto sono solo promesse. E’ in atto una ‘rapina alla terra’ compiuta da banche e multinazionali che acquistano terreni destinati all’agricoltura. Sotto accusa anche Unicredit e Generali. Le banche europee continuano a contribuire alla volatilità dei prezzi nei mercati alimentari e alla fame nel mondo. È quanto denuncia una ricerca di Friends of the Earth dal titolo Farming Money, how Europeans banks and private finance profit from food speculation and land grabs che ha stilato una lista di banche e multinazionali implicate nel fenomeno del land grabbing e delle speculazioni borsistiche sul cibo. La ricerca ha analizzato l’attività di 29 banche europee (tra cui Allianz, BNP Paribas, Dexia, Deutsche Bank e HSBC), companies di assicurazione e fondi pensione in 8 Stati membri. Il rapporto denuncia il coinvolgimento delle istituzioni finanziarie nell’accaparramento di terre. Secondo la ricerca, dato l’impatto ambientale e le implicazioni sociali di queste attività, il ruolo delle istituzioni finanziarie europee in questo settore richiede un controllo maggiore.

Purtroppo l’Italia non è esente da colpe, in quanto ci è dentro fino al collo. Esattamente nella riserva naturale di Ndiaël, nel nord del Senegal, a una cinquantina di chilometri dal confine mauritano: lì la Senhuile – Sénéthanol, azienda locale impegnata nell’agroalimentare, ha messo le mani su 20mila ettari di terreni protetti (concessi dal governo per 50 anni) per coltivare “semi di girasole”. Il 51 percento dell’azienda è controllata dal Gruppo Tampieri, una Holding con sede a Faenza che produce energia rinnovabile da biomasse. Poi nel 2008 la crisi, in aggiunta alla catastrofe del cambiamento climatico e al graduale esaurimento dei combustibili, aveva fatto cambiare rotta al mondo occidentale. Con l’Europa che premeva per il raggiungimento degli obiettivi energetici del millennio, il 10 percento dei mezzi pubblici dell’Unione doveva essere alimentato da biocarburanti entro il 2020, le aziende straniere si erano lanciate nell’accaparramento di terreni economici su cui avviare le proprie coltivazioni. E così, per i Senegalesi, la terra non c’è quasi più. Ma ora gran parte dell’Africa si sta riversando proprio in Europa per ricordarci, come un’ineluttabile nemesi, i nostri errori.

 

  • Il land grabbing come forma di odio religioso

In Pakistan il land grabbing, letteralmente “accaparramento di terreni” è usato come strumento di oppressione verso le minoranze religiose.  Si basa sull’affitto, acquisto o esproprio di grandi appezzamenti di terra, e viene sistematicamente utilizzato da grandi proprietari terrieri o potenti uomini di affari a danno di piccoli agricoltori cristiani o indù. E’ quanto denunciano all’Agenzia Fides organizzazioni come la “All Pakistan Minorities Alliance” (APMA) e il “Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement” (CLAAS) che difendono i diritti delle minoranze. Le due associazioni riferiscono a Fides un esempio: nel 2011 il villaggio cristiano di Chak nel distretto di Mian Chanuu, in Punjab, è stato attaccato da un commando di musulmani che hanno scacciato i fedeli per accaparrarsi i loro terreni. Nel blitz un cristiano è stato ucciso e 38 feriti gravemente, fra i quali donne e bambini. Questa mattanza ci richiama alla mente quella recente di Lahore, dove a perdere la vita per un attacco kamikaze di matrice islamica sono stati proprio alcuni bambini cristiani che a Pasqua si divertivano spensierati sulle giostrine del parco Gulshan-e-Iqbal.

L’avvocato Joseph Francis, Direttore di CLAAS, dopo un sopralluogo e una indagine, parla di un “tipico caso di land grabbing a danno delle minoranze religiose”. La prassi è possibile anche grazie alla complicità della polizia che, soprattutto nel Punjab, non interviene per fermare tali soprusi, che impoveriscono famiglie già povere di agricoltori, che avevano in un piccolo terreno l’unica fonte di sostentamento. “Gli aggressori – dice Francis a Fides – hanno scacciato le famiglie con la violenza e senza alcuna pietà, hanno percosso e buttato in strada bambini e ragazzi, usando anche armi da fuoco. Saqib Masih, giovane cristiano di 22 anni, che voleva difendere una donna con dei bambini, è stato ucciso”. L’APMA e CLAAS, segnalando il grave problema della “mafia dei latifondisti” in province come il Punjab e il Sindh, chiedono un intervento del governo centrale e la tutela dei diritti delle minoranze.

Fonti:

ilfattaccio.org

fides.org