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«Come ogni romantico amava l’irrevocabile.

Come ogni artista detestava la gomma da cancellare»

Nel 1904 Chesterton aveva pubblicato per la rivista «The Popular Library of Art» un profilo di George Frederic Watts, pittore allora molto in voga, del quale apprezzava lo stile e la propensione all’allegoria (nonostante un certo razionalismo di fondo). Chesterton era rimasto folgorato dall’imponente Mammona, «non una farsetta da due soldi, ma una grande idea». La medesima grandezza, tragica passione del secolo XVIII eccentricamente in rivolta, Chesterton la ritrovava anche in William Blake, il poeta-profeta di Milton, dei Canti dell’innocenza e dell’esperienza, del Matrimonio del Cielo e dell’Inferno e dei Quattro Zoa.

Difficile, a prima vista, pensare a due personalità più in contrasto. Chesterton è il campione dell’ortodossia cattolica, Blake il teorico della suprema unità di tutte le religioni, eterodosso per definizione, scrittore di volumi extracanonici in linguaggio biblico.

Ad accomunarli interviene un elemento più forte di ogni discrepanza o incomprensione: è l’immaginazione, principio vitale e momento di sintesi rispetto all’immediatezza della percezione, superamento del dato di natura e punto di contatto tra l’umano e il divino. Ma è anche, secondo il pensiero tomista di Chesterton, la facoltà con cui la mente si apre verso l’esterno, per cui nessun segno si esaurisce in sé, ma significa sempre qualcosa d’altro che lo trascende.

Il libro William Blake porta la data del 1910 e quando fu pubblicato la critica rimproverò a Chesterton di non aver approfondito con sufficienza gli aspetti tecnici del lavoro di Blake. Il blasonato scrittore non si scompose; sapeva che il valore di un artista sta altrove e che la sua forza non si misura in termini di sfumature di colore o gradi di mordente, ma sull’unica scala accettabile: quella appunto dell’immaginazione e della visione: «Io dico che Blake era pazzo perché la sue visioni erano vere. Era, in modo molto più tremendo che Goldsmith, “un idiota ispirato”. Era un idiota perché ispirato».

Il contributo forse più interessante dell’agile volume è il tentativo di allontanare il lettore da una facile riduzione dell’opera di Blake in senso irrazionale. Per esempio nel noto Fantasma di una pulce, l’ipotesi del simbolo non è neppure presa in considerazione: l’enorme vampiro che avanza goffamente non è la proiezione fantastica del minuscolo parassita, ma il disvelamento della sua natura più intima.

Queste analisi, che come sempre procedono sul divertente crinale del paradosso, mostrano tra l’altro il profondo spiritualismo che si può cogliere a macchia di leopardo nello spiritismo esoterico del pittore inglese. Come se in Blake vi fosse nascosto un cattolico che, per diverse ragioni, non riuscì mai a emergere del tutto.

All’indistinto del magico, Chesterton preferì l’esattezza del realismo cristiano, testimoniato nella storia della Chiesa di Roma. Se avesse dovuto sbagliarsi, però, è come Blake che avrebbe sbagliato: tracciando una linea retta, mancando il bersaglio con mano sicura.

Luca Fumagalli

Il libro: G. K. Chesterton, William Blake, Milano, Medusa Edizioni, 2014, pagine 109, euro 14.