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di Danilo Quinto

 

L’intervista di Carlo De Benedetti di qualche giorno fa al Corriere della Sera, rappresenta un messaggio chiaro al Presidente del Consiglio. Una specie di spartiacque tra il prima e il dopo.

D’altra parte, De Benedetti non è un personaggio qualunque. Oltre ad essere la tessera numero uno del PD – la chiese nel 2007 a Rutelli e Veltroni, cavalli sui quali allora puntava, anche se non si è mai capito se l’abbia presa davvero o meno – dall’alto dei suoi ottant’anni suonati, domina la scena economica e finanziaria del Paese da alcuni decenni. Mette a disposizione del suo disegno – che è politico e di potere – la corazzata Espresso-Repubblica, del suo amico Scalfari e del neo-direttore post-comunista Mario Calabresi.

L’avvertimento, mascherato da uno stile pieno di consigli, di De Benedetti a Renzi – definito, non a caso, un «cambiamento cinicamente violento, ma utile al Paese, che ha conquistato il governo in modo assolutamente democratico pur essendo per fortuna diversissimo dai suoi predecessori» – non riguarda tanto il referendum di ottobre (o di novembre, secondo le ultime notizie, che potrebbe pure essere spacchettato, diviso in più quesiti, come chiedono i radicali e come sembra voglia fare Renzi). E’ un messaggio, neanche troppo cifrato, pieno anche di benevolenza: Io, noi, non ti vogliamo mandare a coltivare l’orto della tua casa di Firenze, ma se non cambi, vai a casa. E’ un messaggio del potere al potere. Corona la campagna che il suo quotidiano aveva iniziato dopo l’esito delle amministrative, in particolare con la diffusione del sondaggio in prima pagina che dava più popolarità a Di Maio – il vice-presidente della Camera dei Cinque Stelle – che al Presidente del Consiglio. Che cosa c’è dietro l’avvertimento? La consapevolezza che così com’è la modifica della legge elettorale avvantaggia una sola forza: il Movimento 5 Stelle. Noi, dice De Benedetti, non ti consentiremo di consegnare il Governo a Grillo e se vuoi restare al comando, devi eseguire quello che ti diciamo.

Renzi frattanto incassa il diniego del Presidente della Repubblica di nuove elezioni fino al 2018, arma che poteva giocare in caso di sconfitta al referendum. Gli sembra mancare il terreno sotto i piedi. Allora, da spregiudicato qual è, apre all’ipotesi di un Parlamento che modifichi la legge elettorale ed è legittimo ritenere che egli non guardi tanto alla sua minoranza interna – che potrà fare tutto il can can che vuole senza scalfire per un minimo il suo dominio – quanto al suo alleato storico, Silvio Berlusconi, che attraverso il Patto del Nazareno gli permise di dare il benservito a Enrico Letta e che ora potrebbe tornare sulla scena con un coup de théâtre o all’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, colui che l’ha nominato Presidente del Consiglio e che svolge ancora una funzione di deus ex machina delle situazioni più intricate.

E la situazione che si consuma in questi giorni, intricata lo è. Assai. Le carte che Renzi ha in mano da giocare sono davvero poche per conservare il potere, ma su una può ancora contare, come dimostra la sortita di De Benedetti: l’appoggio dei poteri forti, che ancora non lo mollano.