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“La storia dell’eremita Richard Raynal” è un delizioso romanzo di Robert Hugh Benson: breve, etereo, fuori dal tempo, appassionante fino all’ultima pagina. L’angelica – in senso anche etimologico – figura “cristica” (e parzialmente autobiografica) del protagonista si narra ed è narrata, come in una polifonia a più voci. Ci piace invogliare i lettori con uno dei passi più commoventi del libro. [RS]

 

Pensai all'”ironia” che caratterizza i comportamenti di nostro Signore. Mastro Richard era venuto a portare l’annuncio di un’altra passione e trovò la sua nel portarlo. Era come quando i bambini giocano all’impiccagione di un assassino o di un ladro e uno viene scelto per interpretare la parte del prigioniero e un altro del boia. Poi, alla fine, quando tutto è pronto, si girano verso il boia e gli dicono di prepararsi lui alla fustigazione e alla morte al posto dell’altro, oppure tutti e due vengono impiccati. Ma nostro Signore non è crudele, come certi bambini, bensì gentile, e penso che Si comporti così per mostrarci che la vita non è altro che una commedia e una finzione, e che la Sua volontà sarà fatta, per quanto noi ci ribelliamo. Ci insegna, anche, che i colpi che riceviamo ed anche la stessa morte sono solo apparenza, anche se ci feriscono al momento, ma che dobbiamo recitare con uno spirito gagliardo e allegro, essere anche teneri e perdonarci l’un l’altro con facilità, che Lui metterà tutto a posto e concederà a ciascuno la sua ricompensa alla fine della recita. E, dato che è solo una recita, nessuno di noi in realtà è re o cardinale o poveraccio; siamo tutti semplici figli di nostro Padre: ad uno per scherzo viene messa la corona, un altro porta la porpora e un altro una tunica marrone o una bianca; alla fine i ninnoli vengono tutti rimessi nell’armadio, pronti per un altro giorno e un altro figlio e andiamo tutti a letto come Dio ci ha fatti.

 

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