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di Gianluca Di Pietro

Quando il trend di ascolto di un programma televisivo o di vendita di un prodotto è in picchiata libera, è legge consolidata del mercato  cambiare il target della trasmissione nel primo caso o modificare la ricetta nel secondo. Analogamente quando un’azienda va in fallimento, tutte le sfere dirigenziali vengono cambiate per riacquistare il credito perduto.

La politica vaticana dell’ultimo conclave (ad essere indulgenti!) si è adeguata a questa legge di marketing.
Come risollevare l’immagine della Chiesa?
Come ricondurre  le pecorelle  all’ovile?
La furia minimalista del Concilio Vaticano non ha sortito l’effetto sperato.
Occorre spingersi oltre.
Ed ecco Francesco, il prodotto del più furbo marketing Vaticano.
Designato dall’episcopato progressista (leggasi: modernista) sin dagli ultimi anni di Pontificato del sofferente Wojtyla, gli elettori hanno dimostrato il coraggio (perché di coraggio si tratta!) di voler fare a meno della Verità e di scovare colui che potesse fare del tanto invocato pauperismo la chiave di un nuovo successo mediatico, che desse alla Chiesa un volto diverso da quello di Cristo in nome di un “discernimento” fintamente cattolico e fintamente ignaziano e  che riuscisse ad essere infallibile non per fede ma per popolarità.
La fede da un lato, l’immagine pubblica dall’altro. Nessun amletico dubbio: investiamo sulla seconda!
Progressista per la croce e l’anello di ferro, conservatore per aver nominato nella sua prima omelia il Diavolo, Francesco non è nulla di tutto questo. Egli prescinde dalle solite dicotomie teologiche ed ecclesiologiche. Egli si propone come una terza via.
Ricorderemo l’invettiva dell’ultima sessione straordinaria del Sinodo dei Vescovi sia contro “i cosiddetti tradizionalisti” che non si lasciano sorprendere da Dio sia contro i “liberali” che “fasciano le ferite senza medicarle”.
Un colpo al cerchio e una alla botte: nè capitalista nè comunista, nè Americano nè Sovietico. È altro. Lui cerca solo di rispondere alle sfide che il popolo, la sua parola preferita, gli propone e che  sono  le sfide dello Spirito Santo.
Ah, la teologia del popolo: così si chiamava un testo che – benchè condannato dal suo predecessore a Buenos Aires – fu da lui stesso riabilitato. Il centro di tutto è il popolo-che-mai-sbaglia. È la presenza del popolo a non rendere la teologia una ideologia e non- come per anni si è pensato – la presenza di Dio a rendere un sistema di valori una teologia.
Ma di che popolo parliamo?
Il popolo di Dio, ma a tre anni di distanza non si è capito che Dio sia.
Un Gesù bambino accanto ad un Buddha e ad un rosario islamico. D’altronde, Dio non è cattolico. Cosa sia, non è dato saperlo. Abbiamo più Dei nel mondo, più Cristi rappresentati dalle varie confessioni cristiane. L’importante è “camminare insieme” e abbandonare lo spirito apologetico degli anni passati (lo chiese Francesco in occasione dei Vespri della Conversione di San Paolo). Nessuno spigolo di confine, nessun lato: per forza, la Chiesa è un cerchio! L’importante è la cooperazione e la pace tra le classi cristiane e religiose. Una pace a tutti costi, senza condizioni,senza verità: le differenze sono solo diversità di interpretazioni (come riferì ai luterani a Roma). Chiamatemi anche solo “Vescovo di Roma” per compiacere gli Ortodossi, festeggiamo pure Lutero… Ah, e richiamate dentro perfino Lefebvre!
Nella nuova chiesa, quella della “tenerezza”, non c’è bisogno di martiri, ma di eroi del dialogo: per questo ha liquidato l’episodio di p. Hamel in un minuto e mezzo di un’intervista in alta quota. E guai a parlargli di chi non condivide questa nuova ecclesiologia: mondani, adulatori, cercatori di berrette e non cattolici hanno le porte aperte in Vaticano,  purché la pensino come lui. Gli altri lincenziati o spediti sulla luna.
Il dire qualcosa di cattolico è senza dubbio un’aggravante.
E che dire della Curia Romana: lui odia i monopoli sovranazionali! È tempo di decentrarsi,di spostare il baricentro. È tempo di rivalutare la Chiesa particolare e il Vescovo, un feudo col suo signorotto. Come? Facciamo dare i palli ai nuovi metropoliti dai Nunzi direttamente in diocesi, e diamo anche le chiavi del Regno dei Cieli per sciogliere i matrimoni. Infischiatevi del Papa perché occorre riempire il tempo e non gli spazi di potere!
Lui è altro.
E per capire meglio, confrontate le parole in grassetto con il testo del Manifesto del Partito Giustizialista di Peròn del 1950. Ebbene sì: siamo di fronte ad un approccio nuovo, ad un peronismo teologico ed ecclesiologico che – ahimè – altro non è che la seconda e nuova faccia di quel Modernismo che da più di un secolo sta distruggendo la nostra santa religione.