Sul sedevacantismo. Riflessioni e osservazioni di un cattolico non-sedevacantista

sede vacante

 

Anche l’articolo che qui vi proponiamo si inserisce a pieno titolo e con vivacità polemica nel diuturno dibattito su crisi della Chiesa e problema dell’Autorità, che da oltre quattro anni trova spazio e sviluppo su questo blog, con repliche, critiche, confutazioni e analisi. [RS]

 

di Isacco Tacconi

 

Nel caos e nello smarrimento del presente spicchio di storia in cui ci troviamo a srotolare il breve gomitolo della nostra esistenza, serpeggia fra alcuni cattolici la credenza, a volte più veemente ed altre semplicemente più ingenua, che da qualche decennio a questa parte la Cattedra di Pietro sia vuota, tecnicamente che la Sede del Successore di Pietro sia «vacante», da cui il termine “sedevacantismo”.

Con tale dottrina si ritiene, sbagliando, che qualora un Papa dovesse pronunciare formalmente una eresia cioè un errore contrario alla fede o alla morale cattoliche, cessi ipso facto di essere Papa. Tuttavia la dottrina tradizionale, unanime e ufficiale della Chiesa mai si è spinta ad affermare un’enormità simile giacché sarebbe smentita dalla stessa storia. Ora, la dottrina della «sedevacante» ritengo sia l’altra faccia della medaglia dell’anomia contemporanea in cui compare come da contraltare una tendenza di cui già ho trattato qui e che apparentemente le si vorrebbe antitetica, ossia il «filorientalismo» cioè il fascino per le chiese ortodosse scismatiche. Al termine di questa breve riflessione vedremo come in realtà queste due posizioni coincidano nelle loro istanze di fondo e come entrambe costituiscano due insidiose derive dottrinali.

Il sedevacantisimo generalmente giustifica la propria posizione ideologica negando ogni autenticità storica alle fonti che attestano la caduta di qualsivoglia Papa nell’errore dottrinale. Si nega, ad esempio, che Papa Liberio († 366) abbia sottoscritto il semiarianesimo, o che Papa Onorio I († 638) abbia approvato il monotelismo del patriarca Sergio, o che Giovanni XXII († 1334) abbia sostenuto una dottrina eretica sul destino delle anime dei giusti dopo il Purgatorio. Sfortunatamente per i sostenitori di un’infallibilità che potremmo definire «tuziorista», cioè rigida, di matrice giansenista e che, di fatto, considera il Papa quasi come «posseduto» dalla grazia, i fatti storici che riguardano questi (ed altri) Papi sono autentici. A ben pensarci i sostenitori dell’infallibilismo sedevacantista non differiscono granché da coloro che hanno fatto della «papolatria» contemporanea il “superdogma” del cristianesimo oggi vigente. Entrambi partono dal medesimo presupposto ma ne traggono conseguenze differenti. Gli uni affermando che il Sommo Pontefice non può assolutamente mai sbagliare e se mai dovesse sbagliarsi cesserebbe di essere tale, gli altri affermando che il Sommo Pontefice non può mai sbagliare punto, essendo disposti ad andare persino contro la ragione, la fede e l’evidenza.

Ma tornando alla veridicità storica dei documenti in nostro possesso bisogna accettare con oggettiva serenità quello che storici autorevoli hanno acclarato attraverso i loro studi. Ad esempio Manlio Simonetti (n. 1926), filologo e storico del cristianesimo, maggior esperto italiano in patristica, dichiara che non c’è alcun motivo per dubitare della genuinità delle quattro lettere inviate da Papa Liberio all’imperatore Costanzo, tanto più che il cedimento di Liberio è confermato anche da fonti come Sant’Atanasio in Apologia contra Arianos, Historia arianorum e San Girolamo in De viri illustribus[1]. Infatti, secondo la dottrina sedevacantista, autodefinitasi “infallibilista”, qualora un Papa dovesse sottoscrivere un’eresia cesserebbe subitaneamente di essere il Capo della Chiesa né, tantomeno, potrebbe essere fatto santo. Eppure questo non è un argomento né logico né teologico, semmai è vero esattamente il contrario. Se Papa Liberio è stato elevato all’onore degli altari nonostante il chiaro, manifesto e storicamente inconfutabile errore in cui cadde per umana debolezza, ciò significa che l’errore non provoca automaticamente il decadimento dalla Sede petrina come vorrebbe la dottrina sedevacantista, né il peccato di eresia priva della possibilità del pentimento. Papa Liberio, infatti, si pentì del suo errore e ancora in vita rinnegò la sua professione semiariana, per questo è stato, poi, canonizzato.

Il Papa, perciò, conserva la sua autorità e il suo mandato pur potendo cadere formalmente in eresia. Ora questo non significa che si debba obbedire al Papa anche in quest’ultimo caso ma, al contrario, come hanno sempre insegnato la dottrina e i santi, e la storia della Chiesa ce ne ha fornito una luminosa pluralità di esempi, è doveroso resistere all’errore e ad ogni tentativo di sovvertire la dottrina sacra e immutabile della Chiesa anche se a perpetrare questo abuso è la stessa suprema autorità ecclesiastica. Dottrina, quella cattolica, che non è un prodotto umano, che non è fatta da mano d’uomo ma scolpita indelebilmente dal dito di Dio, che è lo Spirito Santo come recita la Sequenza del Veni Creator.

Ma la veridicità storica delle testimonianze che ci sono pervenute circa la caduta in eresia dei pontefici di cui sopra, non è mai stata messa seriamente in discussione dalla Chiesa la quale, come disse Leone XIII, non ha paura della verità storica e non ha nulla da nascondere. Per approfondire le vicende storiche dei cosiddetti «Papi eretici» si consigliano gli ottimi studi riportati dal prof. Roberto De Mattei, storico eminente, nel suo settimanale online Corrispondenza Romana qui, qui e qui.

A proposito del caso di papa Liberio, Newman afferma: «Mi sembra assai sorprendente che si sia potuto credere che Liberio, promulgando la fede ariana, l’abbia promulgata ex cathedra. Egli non era padrone di se stesso quando ha sottoscritto la formula e non era stato lui a redigerla…Una decisione ex cathedra di un Papa presuppone che egli ne abbia espressamente preso l’iniziativa, che sia praticamente l’autore della redazione, che l’abbia promulgata davanti alla Curia con una solennità paragonabile a quella che ha luogo in un concilio ecumenico»[2].

Il Magistero Infallibile, infatti, dipende dall’intenzione del Pontefice e non si realizza a prescindere dalla sua volontà, né è automatica la sua applicazione a meno che ci sia, appunto, un’intenzione esplicita. Il munus dell’infallibilità perciò, richiede che il Papa voglia farne preciso ricorso per vincolare i fedeli cattolici ad una determinata dottrina, dunque non si può mai supporre implicita o sottointesa. E che sia questa la dottrina autentica della Chiesa lo stanno ad attestare autori illustri come San Paolo Apostolo, San Tommaso d’Aquino, San Roberto Bellarmino, John Henry Newman, beato Pio IX e, in tempi più recenti, Ildefonso Schuster osb, padre Roger Calmel op nonché lo stesso cardinale Ratzinger.

Ma per rendere ancor più flagrante ciò che sostengo vorrei citare il Catechismo di mons. Castegnaro il quale dedica una sezione piuttosto considerevole alla spiegazione di quali siano i limiti e la natura dell’infallibilità petrina secondo la sana e retta dottrina cattolica:

Altri interpretano esageratamente la infallibilità concessa da Dio alla Chiesa e al Papa, e credono che questo dogma attribuisca al Papa e ai membri della Chiesa l’infallibilità in tutto quello che dicono e in tutto quello che fanno. Falsissimo anche questo! La Chiesa non ha mai sognato d’insegnarci che la infallibilità si deva prendere in senso assoluto, e non ha mai preteso di dirci che il Pontefice stesso sia infallibile ogni volta che parla e di qualunque cosa egli parli.

No: come uomo privato anche il Papa è soggetto ad errori al pari di ogni altro uomo, e può sbagliare quando per es. parla di geografia, di astronomia, di storia, di tanti altri; perché queste materie non sono l’oggetto proprio dell’infallibilità pontificia. Dirò anzi di più: il Papa potrebbe errare anche quando parla, scrive, discute di cose appartenenti alla fede o alla morale, ma semplicemente come individuo privato, come filosofo o come teologo. Tant’è vero che sappiamo di qualche Papa, il quale condannò come Papa ciò che prima aveva difeso come privato teologo[3]. E questo perché il soggetto della infallibilità è esclusivamente la persona del Romano Pontefice come Dottore della Chiesa universale.

Ecco ciò che scrissero in proposito i Vescovi della Svizzera in una istruzione pastorale del giugno 1871, altamente approvata dal Sommo Pontefice Pio IX: «Il Papa non è infallibile, né come uomo, né come prete, né come vescovo, né come principe temporale, né come giudice, né come legislatore. Egli non è infallibile né impeccabile nella sua vita o nella sua condotta, nelle sue viste politiche, nelle sue relazioni coi principi e neppure nel governo della Chiesa…».

In che consiste quindi propriamente l’infallibilità della Chiesa e del Papa? Consiste in questo: che quando il Romano Pontefice sia da solo, sia unito coi Vescovi in” conciliò generale, parlando ex cathedra, cioè esercitando l’ufficio di Pastore e di Maestro di tutti i cristiani e usando della sua autorità apostolica, definisce per tutta la Chiesa una dottrina di fede o di morale, egli gode di una speciale e diretta assistenza dello Spirito Santo, che lo preserva da qualunque errore e lo rende infallibile.

  1. Notate tutte queste parole, perché tutte hanno un’importanza sostanziale. Perché il Papa goda del dono soprannaturale della infallibilità è necessario: 1° che egli parli e definisca ex cathedra, cioè come Pastore e Maestro universale di tutta la Chiesa, non come dottore privato; 2° che la dottrina da lui definita riguardi la fede e i costumi, cioè quello che si deve credere e quello che si deve operare per salvarsi, e non altre materie; 3° che la sua definizione riguardi tutto il popolo cristiano e non qualcuno in particolare; 4° che definendo qualche verità manifesti l’intenzione di comandare in modo assoluto l’ossequio della fede alla verità stessa; 5° finalmente che la sua sia una vera definizione, e non un dubbio, una opinione, un consiglio.
  2. Quindi è infallibile il Papa per es., quando insegna qualche scienza o quando a tavolino scrive qualche trattato di teologia? No. — E’ infallibile quando parla pubblicamente o predica sia pure ad un numero stragrande di pellegrini che sono andati a Roma a visitarlo? No. — E’ infallibile quando scrive ai fedeli di una Chiesa particolare, ad un Vescovo, ad un parroco, sia pure di materie religiose? No.E’ infallibile quando parla sul merito di uno scrittore [es. Scalfari n.d.r], lodandone l’ingegno, la dottrina; quando parla sul merito di un giornale, di un periodico; quando stringe un concordato con questo o con quel governo; quando giudica questioni locali che possono insorgere fra diocesi e diocesi, fra religiosi, fra sacerdoti, ecc.? No. — Il suo giudizio è sempre rispettabile, rispettabilissimo, e noi dobbiamo sempre accettarlo con profonda venerazione; ma non entra strettamente nel dominio della sua infallibilità.

Perchè un insegnamento del Papa o della Chiesa sia infallibile è necessario che rivesta tutte le condizioni che ho accennate. Toglietene anche una sola; non c’è più una vera definizione, non c’è più infallibilità. Riunitele invece tutte quante; allora solo vi è la vera definizione irreformabile, infallibile. Allora solamente l’affermazione pronunciata dal Papa non passa con lui; e dopo mille anni sarà vera come oggi, sarà sempre la stessa, e nessuna rivoluzione politica, nessuna catastrofe sociale, nessuna scoperta ed evoluzione scientifica la potranno giammai sostanzialmente cambiare[4].

In conclusione, il sedevacantismo e il filorientalismo sono come due sorellastre che vicendevolmente si odiano ma che, malgrado loro, sono figlie della stessa madre, ovvero l’anomia pneumo-spiritualista postconciliare. Entrambe queste due tendenze eversive sono caratterizzate da l’incapacità di fare sintesi, di seguire cioè l’analogia fidei e, soprattutto, è d’uopo dirlo, di praticare una profonda umiltà che instrada per la dura e aspra via dell’obbedienza che, si badi bene, non è la cieca sottomissione ad un’autorità arbitraria e dispotica ma l’osservanza della retta dottrina nel rispetto dell’autorità gerarchica divinamente istituita.

Alcuni sedevacantisti contemporanei, similmente agli scismatici del X secolo e ai veterocattolici del XIX secolo, sostiene che oggi non sia materialmente possibile pretendere alcun tipo di obbedienza, giacché la crisi in atto nella Chiesa sarebbe così profonda, generale e capillare da rendere impossibile pretendere dai fedeli l’osservanza di qualsiasi autorità religiosa. In questo modo ognuno si può ritenere svincolato da qualsiasi sudditanza, sancendo così quella stessa libertà di coscienza di cui il modernismo teologico e filosofico si è fatto il più valente banditore. Tuttavia la “sacralità” e inviolabilità della coscienza ecclesiastica a cui brindò il cardinal Newman e che San Massimo il Confessore difese contro le autorità monofisite, non corrisponde a quell’atteggiamento di zelo amaro, di emancipazione libertaria o di fanatica superbia che finisce per identificare il nemico nelle persone fisiche e non in quella radice profonda che cova come il Drago Smaug nel cuore di ogni uomo, cioè il «peccato».

D’altra parte, ci insegna il Catechismo, l’oggetto del giudizio a cui il Padre Eterno sottoporrà ognuno di noi non consisterà in una verifica degli errori dottrinali dei Pastori del nostro tempo, ma sarà un esame delle nostre singole azioni in ordine alla legge che Lui ha fissato. Chi può alzarsi nel consesso ecclesiale puntando il dito verso quell’uomo vestito di bianco dicendo “tu non sei il Papa”? Chi possiede l’autorità per negare l’autorità a colui che l’ha ricevuta legittimamente dal collegio cardinalizio? Da questo si vede come, in fondo, gli scismatici orientali di ieri e i sedevacantisti di oggi commettano lo stesso identico errore: la rivoluzione dal basso. Di fatto ciò che si viene ad inaugurare in nome di un ideale purismo dottrinale è la completa anarchia nella Chiesa che, come vediamo, provoca la frammentazione del gregge e ingenera la divisione anche fra coloro che vorrebbero seguire la Dottrina di Nostro Signore trasmessaci ininterrottamente dalla Chiesa. Non solo, l’anarchia e l’anomia di chi non vuole sottostare ad alcuna autorità, o si rifiuta di seguire se non il proprio giudizio personale non è altro che la vittoria di quella libertà di coscienza che Papa Gregorio XVI, molto acutamente, aveva definito un folle “deliramento”. Ed ecco come il nostro Nemico, il diavolo, riesce con un’abilità angelica e ineguagliabile agli uomini ad ingannare persino quei cattolici che sinceramente vorrebbero stare attaccati alla Sacra Tradizione, spingendoli a professare quello stesso «non serviam» con il quale è stata inaugurata la serie dei “liberi pensatori”.

Inoltre, bisogna aggiungere che l’assunzione di un atteggiamento ideologico marcatamente sedevacantista conduce, il più delle volte, ad una mera battaglia contro le “persone”, o meglio contro “queste” persone, dimenticando che l’unico vero nemico dei cristiani è il peccato e il Demonio suo primo autore. “Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6,11-12).

Si potrebbe addirittura affermare che noi cristiani cattolici, in un certo senso, non abbiamo nemici in terra e la nostra battaglia è totalmente spirituale e soprannaturale e, per questo, molto più dura, logorante, nascosta, ingloriosa e meno appariscente di quanto vorrebbe la superbia che ci spinge a primeggiare ed a puntare il dito contro il colpevole dei mali che oggi ci affliggono. Una tale sete di giustizia, in un certo senso corrisponde all’atteggiamento farisaico che vuole trovare ad ogni costo un «capro espiatorio» visibile e “concreto” a cui imputare la colpa. Ma dinanzi alla mentalità giustizialista di questo mondo Nostro Signore risponde: “Se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,5).

Bisogna infine aggiungere che, una volta rotto l’argine del buon senso e scoperchiato il vaso di Pandora del sedevacantismo diventa quasi impossibile stabilire il presunto o eventuale punto di partenza in cui si vorrebbe essere cessata la presenza di un Papa “validamente eletto” sulla Cattedra di Pietro. Chi stabilisce infatti quale e perché sia l’ultimo Papa ad aver occupato legittimamente e validamente la sede petrina? C’è chi addirittura vorrebbe negare persino Pio XII come autentico Vicario di Cristo per le sue aperture e le sue innegabili debolezze durante gli ultimi anni del suo pontificato. E se volessimo trovare il marcio, l’errore, le debolezze e gli errori in cui i 266 Papi che si sono succeduti nella guida della navicella del beato Pietro sono incappati nel corso della storia della Chiesa avremmo di certo molto materiale per poter affermare, come volevano i veterocattolici, che il Papa non è mai infallibile. Ancora di più, se si volesse essere coerenti fino in fondo, assumendo tuttavia un atteggiamento più simile ai farisei o ai protestanti puritani che non a dei fedeli devoti, dovremmo addirittura dire che San Pietro stesso fosse venuto meno nell’esercizio dell’autorità papale giacché in occasione del noto “incidente di Antiochia” deviò dalla retta dottrina in materia di fede e di disciplina della Chiesa per paura dei cristiani giudei incorrendo nel biasimo di San Paolo “l’ultimo degli Apostoli”.

Ciò, in ultima istanza, significa forse acquiescenza al male? Significherebbe forse accettare ciecamente gli errori dottrinali che possano venire persino dai sacri pastori della Chiesa, e addirittura dal Sommo Pontefice qualora volesse insegnare senza per questo impegnare la sua infallibilità? Senz’altro no tanto per la prima che per la seconda domanda. Tant’è vero che San Tommaso nella quaestio 33 della secunda pars secundae partis insegna inequivocabilmente: “La correzione fraterna che è un atto di carità spetta a tutti nei riguardi di qualunque persona verso cui siamo tenuti ad avere la carità, quando in essa troviamo qualcosa da correggere. […] Quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro prelati anche pubblicamente. Perciò S. Paolo, che pure era suddito di S. Pietro, per il pericolo di scandalo nella fede lo rimproverò pubblicamente. E S. Agostino [Glossa ord. su Gal 2, 14] commenta: “Pietro stesso diede l’esempio ai superiori di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capitasse loro di allontanarsi dalla giusta via”.

  1. Presumere di essere in modo assoluto migliore del proprio prelato è un atto di presuntuosa superbia, ma stimarsi migliore in qualcosa non è presunzione: poiché nessuno in questa vita è senza qualche difetto. E si deve anche notare che, quando un suddito ammonisce con carità il suo prelato, non per questo si stima superiore a lui, ma offre solo un aiuto a colui che, “quanto più si trova in alto, tanto più è in grave pericolo” come dice Agostino nella Regola . [Epist. 211]”[5].

 

 


[1] Cfr. M. SIMONETTI, La crisi ariana del IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975, pp. 235-236.
[2] NEWMAN, Historical Sketches, cap. VII, p. 340.
[3] La storia ricorda che Giovanni XXII condanna come Papa quello che come scrittore privato egli aveva sostenuto intorno alla visione beatifica; e Gregorio XI nel suo testamento dichiaro di condannare e riprovare tutto quello che come persona privata avesse potuto difendere sia per inconsideratezza come per Inavvertenza; tutto quello (continua) che avessimo potuto dire di erroneo Intorno alla fede cattolica lo ritrattiamo, lo riproviamo e vogliamo lo si consideri come non detto».
[4] Mons. B. Castegnaro, Il Catechismo agli adulti, Vol. I – Il Simbolo degli apostoli, pp. 460 – 462
[5] S. Th., IIa-IIae, q. 33, a. 4.

 

 

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