Torna Lenny Belardo, in arte Pio XIII

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di Luca Fumagalli

Torna Lenny Belardo, in arte Pio XIII, a turbare le coscienze dei telespettatori e, soprattutto, a scompaginare le carte a coloro che credevano di vedere in lui nulla più che lo stereotipo di un pontefice conservatore.

“The Young Pope”, dopo il terzo e quarto episodio, si sta confermando una delle serie più entusiasmati degli ultimi anni. Sorrentino, complice il solito tocco felliniano e una fotografia straordinaria, confeziona due puntate riuscitissime, con una regia quadrata e un’ottima sceneggiatura. Azzeccata la canzone di Nada che fa da colonna sonora al quarto episodio; belli i titoli di testa, con tanto di occhiolino finale di Pio XIII a favore di telecamera.

In attesta che la tanto agognata tiara giunga finalmente dall’America, il Papa deve affrontare nuovi complotti orditi dal vendicativo cardinale Voiello, facendo al contempo i conti con la propria coscienza, dilaniata tra la fede e la tentazione della disperazione. Isolato tra le stanze del palazzo apostolico e i cortili vaticani, Pio XIII conduce una battaglia solitaria contro le piaghe che attanagliano la Chiesa. Non si accontenta di punire i sacerdote pedofili, ma vorrebbe addirittura cacciare tutto il clero omosessuale. É disposto a qualsiasi cosa, anche ad alienarsi le simpatie dei cattolici, pur di raggiungere i suoi obiettivi.

Rispetto ai primi due episodi, la storia di Lenny Belardo prende una piega più intima, indagando con maggiore attenzione i drammi privati dei protagonisti e le laceranti contraddizioni che ne tormentano le coscienze. In questo “The Young Pope” è assolutamente fenomenale. Nulla è dato per scontato, così come la loro tridimensionalità rende i personaggi sempre imprevedibili, capaci di gesti eroici e di sorprendenti bassezze. La comparsa in scena di Esther, una donna tormentata dalla bellezza e da un figlio che forse non avrà mai, rende l’insieme ancora più intenso e drammatico.

Certamente “The Young Pope” non è e non vuole essere una serie ortodossa dal punto di vista teologico, ma poco importa perché ha comunque il pregio di interrogare lo spettatore come solo un’opera d’arte sa fare.

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