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di Isacco Tacconi

 

Caro lettore,

non so chi tu sia, né da dove tu venga, né in che cosa tu attualmente creda, né, tantomeno, so perché questo scritto sia giunto proprio a te; io questo non lo so. Ma di certo so perché ho scritto questa lettera: essa vuole essere un “messaggio in bottiglia”, una richiesta di soccorso, un grido lanciato nel mezzo dell’oceano da una regione delle più devastate dal «terremoto». Certo non un terremoto come gli altri, non un terremoto esattamente “naturale”, bensì di natura, per così dire, “preternaturale”. Non una scossa che investe le case e la pietra, ma un onda che sale dalle profondità della terra travolgendo le anime e i corpi insieme.

Di fronte a tanta desolazione, lo sconcerto si mescola alle domande, ma pochi sanno dare una risposta al grande mistero del Male, così cogente, così reale, tanto improvviso quanto ineluttabile. Dinanzi al «misterium iniquitatis» l’uomo privo di fede non può far altro che tacere. Ma cosa succede quando gli stessi cristiani non sanno più perché il male abbia parte a questo mondo?

L’Europa è colpita al suo cuore. La casa natale di San Benedetto sommersa dalle rovine di una Chiesa che un tempo la custodì come reliquia. Un vulnus così doloroso quanto più profondo è il legame di filiale affetto che, in quanto cattolici, ci lega al Santo Patriarca ed in particolare a quei suoi umili figli che nella città di Norcia avevano posto la pietra di una lenta e paziente ricostruzione. Ma quella chiesa crollata sulle fondamenta dell’antica è a fortiori simbolo della Chiesa contemporanea, esteriore e visibile che crolla, si disfa, travolta dai rigurgiti della terra che non riesce più a contenere lo sdegno per il peccato, lo scandalo, il tradimento.

La basilica di Norcia è caduta, ma la casa di San Benedetto, anche se ormai impenetrabile, riposa sommersa dalle macerie, segno tangibile della rivoluzione che improvvisa e violenta ha sommerso duemila anni di storia della Chiesa, di liturgia, di santi. Un monito severo questo che può mutarsi in salutare avvertimento, non diversamente dal rovinoso crollo della torre di Siloe «sed nisi poenitentiam habuéritis, omnes similiter peribitis».

Ma c’è un’ulteriore e più profonda interpretazione che potremmo dare dei fatti che ci hanno letteralmente “scosso” nei giorni scorsi. Con la presente devastazione, infatti, il Grande Patriarca Benedetto sembra voler scuotere contro questa generazione segnata da un cristianesimo “altro” perfino la polvere dei suoi calzari, scuotendo la terra che i suoi venerabili piedi calcarono. A questa generazione lontana dalla dottrina che egli e la sorella Scolastica professarono, risponde la sentenza celeste del Santo di Montecassino che echeggia tonante dal Cielo: «io non vi conosco». Il colpo è tanto duro che non ci è possibile sottovalutarne la portata teologica, giacché questa demolizione di tutti gli edifici di culto e in particolare della basilica simbolo delle radici cristiane d’Europa rappresenta una inappellabile sentenza: «questa Europa non mi appartiene».

Le chiese, gli edifici un tempo sacri, sono le più colpite dal sussulto della terra. Quello che vediamo in maniera chiara è questo: il tempio di Dio è distrutto, la sua casa profanata e il dito della Destra Divina ha voluto privarcene come a dire vi è tolto anche il luogo dove offrire il sacrificio. Il nuovo culto, non accetto al Cielo, provoca il rigetto divino. Iddio infatti ama sopra ogni cosa il Figlio suo, e con Lui tutto e soltanto ciò che è stato unto e segnato dal sigillo del suo Sangue divenendo suo dominio e sua eredità. Al contrario, tutto quello che non è suo, tutto ciò che non viene da Lui, ogni cosa che non è acquistata con la moneta del Suo Sangue non gli appartiene.

Le chiese di Norcia sono tutte distrutte. Ma le chiese del resto del mondo, anche se fisicamente in piedi, sono distrutte nella loro essenza spirituale. Non è tanto il tempio di pietra quello colpito dal terremoto, quanto il tempio dello Spirito che è il Corpo Mistico di Cristo: la sua Chiesa.

Mentre nel mio viaggiare quotidiano attraverso la città di Roma, un tempo faro delle genti, levo lo sguardo verso le magnifiche basiliche, i possenti porticati, le svettanti cupole, le trionfali porte, non posso fare a meno di meditare sulle parole del Signore: “Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta»” (Lc 21,5-6). Come continuare a considerare tali bellezze caduche senza un moto di intimo dolore pensando al vuoto che riempie ormai quei sacri spazi, un tempo trasudanti preghiera e compunzione di cuore. Quella casa del Signore costruita per essere casa di orazione oggi è museo, perle disprezzate e gettate in pasto ai porci che non ne possono comprendere il valore. Molti infatti i turisti, molti infatti gli ammiratori delle bellezze architettoniche, molti gli esteti, ma pochi, pochissimi i devoti che con sacro timore varcano la soglia del tempio santo, adorando nel loro intimo il Re dei re.

Nella solennità di Cristo Re dell’Universo la terra vacilla, come la nostra debole carne, ma sotto di essa il cuore palpita e resiste saldo, sospeso sul vuoto che si apre sotto i nostri piedi: «paratum cor meum Deus, paratum cor meum!».

Ma proseguendo nel mio quotidiano peregrinare fra le vie di Roma un salutare incontro, oserei dire “provvidenziale”. Un vescovo cappuccino che sotto la sua cappa, nel nascondimento, sgrana un rosario. I miei occhi intercettano quella mano che, quasi invisibile, sostiene l’universo. Gli paro il cammino quasi gettandomi ai suoi piedi cercando d’incontrare gli occhi di lui. Non mi riconosce, e come stupirsene! Ma io no. Io non potrei mai confonderlo, l’accento ispanico lo tradisce, lo sguardo limpido e luminoso lo avvolge. Sorridente e parco di parole in quel suo povero saio pieno di dignità episcopale, mi congeda, ma nell’intimo non vorrei lasciarlo più andare: chissà se mai lo rivedrò.

Ne ricevo la benedizione dopo una fulminea confidenza, ognuno per la sua strada. Mi volto a guardarlo osservando il suo lento incedere, mentre curvo avanza per Via del Borgo Pio, e il mio cuore si strugge nelle viscere mentre penso: “ecco uno degli ultimi. Dopo che anche lui se ne sarà andato, saremo una volta di più orfani di pastori”.

Ma quando le fondamenta sono scosse, il giusto che cosa può fare?”(Sal 10,4). Scrisse dom Guéranger: “le angosce delle ultime ore sono poca cosa se pensiamo che le sofferenze, come dice il Vangelo, dicono una cosa sola: Che il Figlio dell’uomo è vicino, è alla porta”.

Per questo quando povere anime senza fede, senza prospettiva d’eternità mi invitano a cercare rifugio e scampo dalla morte del corpo posso rispondere: “Nel Signore io confido. Come mai mi dite voi: «fuggi via sul monte come un passero?» (Sal 10,2). E guardandomi intorno, chiedendo e ascoltando non posso che constatare lo sgomento ingiustificato di molti pastori: “Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare” (Ger 14,18).

Ed è proprio nella solennità di Cristo Re dell’universo che mi è parso di toccare con mano la fragilità, la piccolezza, la vulnerabilità di noi tutti riuniti in quella chiesupola di montagna per unirci all’Eterno Sacrificio. Lì ho percepito il nostro essere indifesi e il bisogno intimo di bambino d’essere confortati, consolati e di trovare parole di vita eterna. Lassù uniti dinanzi al “mistero” al contempo del castigo e della misericordia di Dio la cui mano colpisce e guarisce, anche attraverso la devastazione di un terremoto. Ma quando le fondamenta sono scosse, il giusto che cosa può fare? Il silenzio, il respiro trattenuto, l’intensità di una preghiera intima, sincera, sbigottita che come un cuor solo fa muovere all’unisono le anime raccolte nello scrigno inviolabile del Sacro Cuore di Gesù.

Tuttavia, nessuna devastazione è paragonabile a quella della Chiesa di Cristo nell’ora presente. Vediamo avverarsi le parole del profeta: “la devasta il cinghiale del bosco, se ne pasce l’animale selvatico…” (Sal 79,14).

La verità è che non abbiamo noi oggi un santo, un poverello infiammato d’amor serafico cui il Cristo Crocifisso abbia suggerito: “va, e ripara la mia Chiesa che come vedi, è tutta in rovina”. Vediamo semmai il contrario. Un mandato rovesciato che potrebbe suonare così “va, e abbatti i ruderi della Chiesa che, come vedi, ancora non sono del tutto distrutti”.

Ma sappiamo che Nostro Signore, anche se dormiente, veglia più della sentinella sui suoi figli, chinandosi sulle afflizioni del suo popolo, e non può non muoversi a pietà dei suoi servi perché siamo rimasti orfani, senza casa e senza patria. “Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36).

Mai parole furono più appropriate per descrivere la situazione storica, politica e religiosa dell’ora presente: “Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia” (Dn 3,38).

Mai dolore più grande solcò il mistico corpo maciullato del Figlio di Dio quanto quello inferto dai suoi stessi figli che gettano il suo Sangue per la strada, come sale scipito, senza valore. “L’uomo in fondo – dicono i cattivi maestri – è già salvato. Egli è già redento, solo che non lo sa. Bisogna soltanto (gnosticamente) risvegliarlo dal sonno per fargli presente la sua innata e immanente divinità”. In questo cristianesimo “altro”, uomo e Dio si confondono, si uniscono alchemicamente in una panteistica «armonia oppositorum», finito e infinito, pensiero ed essere, materia e spirito, contingente e necessario. Quante anime mandate nell’oscurità del bosco come sciocche pecore irretite dall’abisso del peccato. Il Lupo dell’averno ne ha fatto strage, molte perdute e mai più ritrovate, mentre il Sacro Ovile presso d’assedio dai capri infetti viene picconato da quegli stessi servi che hanno ucciso il Buon Pastore, il Figlio, l’Erede.

Peccati, peccati, e ancora peccati. Nonostante i castighi e gli avvertimenti che il Cielo continua ad elargire nella persona della Vergine Immacolata anche attraverso questi scuotimenti della terra, questo mondo depravato si è immerso ancora una volta nella festa dei diavoli e delle streghe, il cosiddetto “capodanno di satana”.

Nonostante questa paziente materna sollecitudine, gli infelici uomini carnali, figli scaltri di questo mondo, continuano ad ignorare questi portentosi inviti alla conversione abbandonandosi alla profanazione della Vigilia di tutti i Santi, consacrando la notte, il tempo e la loro eternità, non ai santi ma ai dannati. Potremmo dire che l’evento halloween è il rovesciamento luciferino della solennità d’Ognissanti in cui, invece di celebrare la vittoria dell’Agnello e di tutti coloro che sono stati redenti nel suo Sangue, si vuole celebrare l’eterna dannazione degli angeli caduti e di tutte le anime perdute in eterno.

Quante colpe accumulate come carboni ardenti sulla nostra testa! Noi stessi siamo gli artefici della nostra rovina. Nessuno, infatti, è senza colpa, nessuno totalmente mondo, nessuno giusto dinanzi a Dio: «si iniquitátes observáveris Domine, Domine quis sustinébit?». Possiamo soltanto supplicare “perdono, pietà!”, gettando nella polvere il nostro cuore e vestendo di sacco la nostra mente per allontanare da noi, odierni niniviti, il calice dell’Ira.

“Gesù, distaccaci sempre più da questo mondo che passa (1Cor 7,31) con le sue vane tribolazioni, le sue false glorie, i suoi apparenti piaceri. Come ce lo hai annunciato, come ai tempi di Noè e come a Sodoma, gli uomini continuano a mangiare, a bere, a immergersi nel traffico e nel godimento, senza pensare alla prossimità della tua venuta, come i loro antenati non pensarono al fuoco del cielo e al diluvio fino a quando perirono tutti (Lc 17,26-30). Lasciamo che godano e si burlino degli altri, pensando come dice l’Apocalisse che per Cristo e per la Chiesa è finita (Ap 11,11). Mentre essi opprimono in mille modi la tua santa città e le impongono prove mai conosciute non pensano che le nozze dell’eternità avanzano, che alla Sposa non mancano che le gemme di queste prove e la porpora fulgente di cui la orneranno gli ultimi martiri. Prestando orecchio agli echi della patria, sentiamo noi pure uscire dal trono la voce che grida: Lodate Dio voi tutti che siete suoi servi, voi tutti che lo temete, piccoli e grandi. Alleluia! Perché il nostro Signore onnipotente regna. Godiamo ed esultiamo e rendiamogli gloria perché il tempo delle nozze dell’Agnello è giunto e la sua Sposa è preparata (ivi 19,5-7). Un poco di tempo ancora, perché si completi il numero dei fratelli (ivi 6,11) e nell’ardore delle nostre anime troppo a lungo assetate ti diremo con lo Spirito e con la Sposa: Vieni, o Gesù (ivi 22,17)! vieni a consumarci nell’amore dell’unione eterna a gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nei secoli senza fine!”[1].

Chiunque tu sia, se anche tu, come me, sei un terremotato dello spirito, non perdere la speranza e diffondi l’annuncio del Signore che è vicino, ora più che mai, giacché questa è l’ora delle tenebre. Questa è l’ora in cui armarsi dell’armatura di Dio e indossare le armi della luce, preparandosi con la Grazia ad incontrare lo Sposo e il Giudice. Questo è il tempo in cui “si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno pestilenze e carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo non sarà che il principio dei dolori” (Mt 24,7-8).

Omnes Sancti et Sanctæ Dei, intercédite pro nobis.

 

 

 


[1] Dom Guéranger, Domenica XXIV dopo Pentecoste.