[IDOLATRIA FINANZIARIA] Estratto: Legge mosaica, Legge di Cristo, Giubileo e remissione dei debiti

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Pubblichiamo un bellissimo e ricco estratto dal Capitolo V del saggio di Luigi Copertino, “L’idolatria finanziaria o del culto di Mammona”, che abbiamo dato alle stampe a inizio anno. Speriamo di invogliare anche le persone non “del settore” a leggere e a diffondere questo testo, dalla dignità accademica ma dal linguaggio accessibile e dallo stile avvincente: potete trovarlo sul nostro e-commerce o in libreria. [RS]

 

La Legge mosaica, la Legge di Cristo e la moneta

Nel cuore dell’uomo, sedotto dal male, qualsiasi strumento dato per il suo bene può essere snaturato e sviato al male. La moneta, potenziale strumento di bene sociale, è essa stessa soggetta al dramma ed al mistero della libertà ontologica dell’uomo. Quella libertà che gli è stata data affinché egli faccia senza costrizioni una scelta in favore o contro Dio.

Dio, infatti, ha fatto l’uomo libero perché vuole essere da lui amato per libera scelta e non per costrizione. Qui sta tutto il rischio della libertà umana. Con l’anno sabbatico, nell’Antico Testamento, si otteneva lo sgonfiamento della bolla creditizia, creata, allora come oggi, dall’emissione ex nihilo di moneta, in forma di promesse di pagamento. In tal modo, mediante l’anno sabbatico, si riportava lo strumento monetario-finanziario, per sua natura sempre pronto a volatilizzarsi ossia a distaccarsi dal bene concreto sottostante, con i piedi per terra ossia lo si vincolava di nuovo alla sua funzione originaria di benefico mezzo per lo scambio di beni e servizi. Da qui l’aspetto gratuito della remissione dei debiti. Infatti il «condonare» i debiti è esattamente un «con-donare», un «donare insieme», reciproco. Alcuni filosofi, oggi, auspicano una «economia del dono» ma nessuno di costoro sembra tenere presente l’esempio mosaico.

Nella Legge mosaica era già implicito quanto poi Cristo ha portato a compimento svelandone tutte le più alte potenzialità. Mentre l’adempie, perfezionandola, la Legge di Cristo non cambia, non abroga e non sostituisce – si badi bene! – nell’essenza sovrannaturale la Legge mosaica (nelle forme rituali antiche – ossia nelle paoline «opere della Legge» – certamente sì!). Nell’essenza sovrannaturale, tra Legge mosaica e Legge di Cristo, vi è continuità ed adempimento e, perciò stesso, perfezionamento e superamento. Mosé, a nome di Dio, impone di prestare e poi condonare. Gesù, che è Dio, invita a «prestare senza nulla sperare in cambio» («Nihil mutuum date inde sperantes», Luca 6,34), ossia a donare, e ci insegna a pregare «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». In una nota parabola, inoltre, Cristo deplora il servo cui il Padrone misericordioso ha rimesso i debiti ma che, non appena uscito fuori, si scaglia senza carità contro il proprio debitore esigendo immediatamente la contropartita del debito. Nella parabola, come nella somma preghiera del «Padre Nostro», i debiti sono certamente figura dei peccati ma l’insegnamento è anche concretamente monetario. Cristo insegna in continuità ed adempimento dell’Antico Testamento, ossia apportando novità con il far emergere ciò che nell’Antica Alleanza era solo implicito o non ancora completamente attuale. Quindi più che di cambiamento o sostituzione della Legge mosaica – anche in relazione al comandamento dell’anno sabbatico (che nella liturgia cristiana è, in rapporto alla settimana, tipologico e prefigurativo della Domenica) – si deve parlare, in Cristo, di adempimento.

Dio, nell’Antico Testamento, ha rivelato all’unico popolo in quel momento depositario della fede monoteista un’etica economica, insieme soprannaturale e naturale, volta al suo bene sociale in attesa che Cristo estendesse la stessa etica, ma perfezionata, a tutti i popoli. «Ogni sette anni saranno condonati tutti i debiti. Si procederà in questo modo: quando sarà proclamato, in onore del Signore, lanno per il condono dei debiti, chi avrà fatto un prestito ad un altro, non costringerà il suo prossimo, un suo connazionale, a rimborsagli il debito. Si potrà esigere da uno straniero il pagamento dei debiti, ma quelli che avete con un connazionale saranno condonati. Se ubbidirete al Signore, vostro Dio, mettendo in pratica questi comandi che oggi vi ordino, non ci sarà nessun povero tra di voi: il Signore vostro Dio vi colmerà di ogni bene sulla terra. Se ci sarà tra di voi qualche israelita povero non sarete di cuore duro e non chiuderete la mano davanti al fratello povero. Anzi siate generosi con lui e prestategli ciò di cui ha bisogno nel suo stato di necessità. Ci saranno sempre poveri nella vostra terra: perciò vi ordino di esser generosi con i vostri fratelli poveri e bisognosi» (Deuteronomio 15, 1,3, 4,5, 11).

Come osserva Luciano Garofoli, in un suo contributo in materia, si tratta di: «… un comandamento: come non uccidere, non rubare, non desiderare la roba d’altri: il concetto è chiarissimo Dio nella sua infinita misericordia vuole che i suoi figli siano liberati dalla schiavitù della povertà e del bisogno, affrancandoli da quel fardello che aveva imposto nel Genesi quando disse ai progenitori: “Con fatica ne ricaverai cibo (dalla terra). Ti procurerai il pane con il sudore della fronte” (Genesi 3.17, 19). Il Signore si è reso conto che se luomo deve faticare e lavorare per ricavare il necessario per la sopravvivenza, se deve vivere nella perenne incertezza del dover sfamare se stesso ed i suoi figli, ha poco tempo e poca forza per lodarlo, benedirlo, adorarlo, glorificarlo. Come al solito viene loro in aiuto e fornisce questo Comandamento della Potenza che permetterà di poter avere la possibilità di essere affrancato dal bisogno e dallincertezza quotidiana. E si badi bene il comandamento è per tutti, Dio non fa distinzione tra i suoi figli, sono tutti uguali: infatti quando i tempi furono maturi mandò suo Figlio a cambiare (rectius, a perfezionare ed adempiere, nda) la legge mosaica del prestare con quella del donare; non dimentichiamo questo concetto importantissimo. Se addirittura la liberazione dalla schiavitù del peccato e dalla morte è per tutti i popoli, anche i non israeliti, volete che laffrancamento dalla schiavitù del bisogno sia riservato al solo popolo eletto?».

La storia biblica di Tobia (Tobia, 4 e seguenti), inviato dal padre a recuperare i suoi risparmi presso uno straniero mediante l’esibizione di un documento cartaceo antesignano della nostra carta moneta, detto «mamrè» o «memrà», rimanda ad uno stesso orizzonte etico di uso sociale dello strumento finanziario, di credito sociale. Alla base del documento monetario cartaceo vi deve essere sempre la reciproca fiducia garantita da una norma morale rivelata o fondata sulla Rivelazione Divina. Altrimenti viene meno con la garanzia superiore anche la fiducia interpersonale.

 

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Remissione sabbatico-giubilare del debito: realtà storica e significato teologico

Quel che la Bibbia ci tramanda, nel capitolo 15 del Deuteronomio, come codice morale ebraico era in realtà un istituto giuridico molto diffuso anche presso le altre culture, semite o meno. Nell’Egitto dei faraoni, ad esempio, la periodica remissione dei debiti era ben nota e praticata per obbligo sovrano. Nel mondo antico il debitore insolvente era condannato alla schiavitù, sua e dei suoi familiari, perpetua o anche solo temporanea ossia fino a che con il suo lavoro non avesse risarcito il creditore di capitale ed interessi. Con la remissione del debito, coloro che erano caduti in schiavitù venivano liberati non certo per senso di carità ma soltanto in vista dell’arruolamento nell’esercito del Faraone, sempre bisognoso di uomini. In tal modo, il risarcimento dell’insolvenza verso il creditore veniva trasformata in risarcimento in favore del monarca di turno.

Pertanto nella Bibbia, quando si parla di remissione del debito, non si inventa niente di nuovo rispetto agli usi e costumi del tempo. La Bibbia non fa riferimento ad una norma specificatamente ebraica ma ad un istituto conosciuto da molte altre popolazioni, con le quali gli ebrei erano in frequenti contatti. Dove sta, allora, la novità introdotta dal Testo Biblico, sicché può parlarsi di “rivelazione”? Essa sta tutta nel senso assolutamente nuovo che l’istituto della remissione del debito, e della liberazione dei prigionieri, assume nel contesto biblico. Un nuovo significato del tutto estraneo al naturale ragionare post-adamitico dell’uomo. La remissione del debito, infatti, nel contesto biblico assume il senso di un comando divino inteso a spingere l’uomo all’imitazione della Misericordia di Dio che è assoluta. “Siate santi perché santo sono io, il Signore vostro Dio” (Lv 11,44).

Un invito ad imitare la Santità del Creatore che tuttavia si scontrava, e si scontra, con la realtà storica che sarà contrassegnata, fino alla fine dei tempi, dalla ferita del “peccato originale”, la quale inibisce o stempera l’originaria disposizione umana all’amore ed alla misericordia. L’uomo sente gridare nel suo cuore, nella sua coscienza, come Voce dello Spirito Santo che geme impaziente di affermare la Verità di Dio, la sua vocazione alla misericordia, ma la sua natura umana, già redenta e purificata dalla Grazia, risente ancora delle conseguenze del peccato d’origine che lo portano a non affidarsi completamente, con assoluta fiducia, al Signore.

Questa è la tensione che l’uomo sperimenta quotidianamente tra quanto in lui è espressione dello Spirito Santo che spinge la natura al recupero della sua originaria docilità alla grazia, ossia alla libera accettazione della trasfigurazione che Dio opera nel cuore umano, e la realtà del peccato che, tuttavia, continua a travagliare l’esistenza quotidiana dell’umanità.

Secondo alcuni esegeti e storici, proprio per l’esistenza di questo iato, la remissione dei debiti era, in concreto, più probabilmente una mera e temporanea sospensione, dal momento che nessuno avrebbe mai prestato alcunché sapendo di dover rinunciare alla restituzione del dovuto ogni sette anni. Tuttavia, già si fosse trattato solo questo, la novità, rispetto all’istituto in sé, ossia alla sua origine utilitaristica consistente nel procurare al sovrano uomini per l’esercito o per le “pubbliche corvée”, era dirompente.

Perché, anche se nella pratica la remissione dei debiti fosse stata una mera sospensione o dilazione temporale, la Bibbia svela il senso ultimo, più radicale, del comandamento divino: «Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese. Se un tuo fratello … si vende a te, ti servirà per sei anni, ma il settimo lo manderai via da te libero.  Quando lo lascerai andare via libero, non lo rimanderai a mani vuote;  gli farai doni dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo torchio; gli darai ciò con cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto;  ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese di Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha riscattato; … Non ti sia grave lasciarlo andare libero, perché ti ha servito sei anni e un mercenario ti sarebbe costato il doppio» (Dt 15, 12-18). Va notato che il fondamento della liberazione del debitore è nel “riscatto” pagato da Dio per la liberazione dalla schiavitù egiziana, che i cristiani sanno essere la prefigurazione tipologica del Vero Riscatto, ossia quello della Croce, per liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato e della morte.

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E’ nel suo significato ultimo che la remissione del debito rivela tutta la sua Luce Divina. Per essere effettivamente praticato, un tale comandamento ha inderogabile necessità del dono della Grazia, della Forza di Dio, non bastando, come direbbe san Paolo, solo la Legge data a Mosé. La Grazia, quale unico possibile adempimento della stessa Legge, è stata data, come afferma sempre Saulo di Tarso, per mezzo di Gesù Cristo. Motivo per cui pretendere di realizzare la Legge senza la Grazia, al di fuori cioè dell’Amore di Nostro Signore per noi sacrificatosi sulla Croce, è protervia umana nonché luciferino inganno. Ed in effetti, nel corso dei secoli, i millenarismi sono stati l’espressione virulenta di questa protervia ingannatrice. Sia i millenarismi ereticali in ambito cristiano, sia i millenarismi a-cristici, senza “prospettiva cristologica”, come quello dell’ebraismo post-biblico, ma anche le forme secolarizzate di questo millenarismo ovvero i socialismi ed i liberismi, manifestazioni rivoluzionarie della gnosi nelle sue diverse forme e varianti storiche.

La disarmonia che sussiste, nell’uomo ferito dal peccato, tra Spirito e natura è causa, sul piano storico, dello iato riscontrabile, nella concretezza della vita associata, tra le esigenze della Giustizia, il cui desiderio è stato infuso da Dio nel cuore stesso dell’uomo, e le opprimenti e distorcenti circostanze che, di volta in volta, rendono impossibile, per le sole debilitate forze umane, praticarla in senso assoluto. Quel che, però, l’uomo, debilitato, ma non annichilito, dal peccato, può e deve costantemente sforzarsi di fare, invocando ausilio dall’Alto, è  tentare di avvicinarsi quanto più possibile, e fino a che gli è possibile, alle esigenze sovrannaturali della Giustizia, che la grazia rende operativa nelle scelte etiche di un cuore umano aperto all’Amore di Dio.

Spesso, a proposito delle prescrizioni veterotestamentarie, si confonde tra Giubileo ed anno sabbatico. L’anno sabbatico o della remissione del debito, secondo la Bibbia, cadeva ogni sette anni. E’ evidente il legame tra l’Opus Dei, la creazione, e l’anno sabbatico. Come Dio, al termine della creazione, nel settimo giorno, si era riposato, così ogni settimo anno l’uomo doveva cessare di lavorare e la terra doveva riposare. Questo era anche il fondamento del “sabato ebraico” che assumerà poi nella Domenica cristiana, nel Giorno del Signore, il suo più vero ed autentico significato di redenzione e di resurrezione. Nel settimo anno ci si doveva nutrire soltanto di quanto la terra produce spontaneamente. Tutto doveva essere messo in comune a beneficio, in particolare, dei più deboli, come i forestieri, i poveri, le vedove e gli orfani. In questa prospettiva “sabbatica”, il settimo anno, nell’Antico Testamento, diventò l’anno della remissione dei debiti senza alcuna contropartita in forma di corvée dovuta al monarca. In quell’anno i prestiti erano dichiarati non più esigibili, ossia estinti, a vantaggio dei debitori senza, appunto, alcun’altra controprestazione come l’arruolamento nell’esercito.

Il Giubileo era collegato all’anno sabbatico in quanto cadeva ogni sette anni sabbatici ossia ogni cinquant’anni e prendeva nome dal suono del corno o jôbel che lo annunciava: parola che significa “ariete” essendo il corno, appunto, quello del montone. Quanto era prescritto ogni sette anni, per l’anno sabbatico, assumeva una solennità ancora maggiore nell’anno giubilare. L’evento più importante del Giubileo era quello della liberazione degli schiavi ed in generale dei prigionieri, non solo quelli per debiti ma certamente soprattutto questi. Nel  Giubileo inoltre avveniva la restituzione agli originali proprietari di terreni e case passate in proprietà altrui.

Nella Bibbia esistono tre versioni dell’istituto giubilare, sostanzialmente simili nonostante alcune diversità riscontrabili nelle descrizioni prescrittive. I passi in questione sono in Esodo 23, 10-12, Deuteronomio 15, 1-3 e Levitico al capitolo 25. In quest’ultimo libro il Giubileo è così descritto «Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi» (Lv 25, 8-12).

Le prescrizioni giubilari, nel contesto dell’Antico Testamento, non possono essere effettivamente comprese se non vengono riferite al grande evento fondante dell’Esodo che, mediante quelle prescrizioni, si cercava di perpetuare nel cambiare continuo delle situazioni storiche, economiche e culturali. Dio aveva scelto e liberato il popolo ebraico con assoluta gratuità e questa gratuità non doveva essere, per quanto possibile, mai dimenticata nei rapporti tra gli uomini.

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L’esigenza di Giustizia – della Giustizia Divina che si esprime anche nella più mondana giustizia sociale – si manifestava nell’età veterotestamentaria, secondo il racconto biblico, nell’assegnazione di una porzione di terra ad ogni tribù di Israele. Ma, poi, nella vita concreta, segnata dal vulnus originale del cuore umano, restava difficile mantenersi fedeli al progetto divino della Giustizia. La divaricazione tra i molti, costretti dal morso della povertà a vendere tutto per sopravvivere, ed i pochi, che accumulavano terre e ricchezze,  riproduceva, proprio all’interno del popolo dell’esodo, lo stile di vita dell’Egitto che Dio aveva condannato. Il giubileo mirava, perciò, a continuare nel tempo l’esperienza della liberazione dalla schiavitù d’Egitto cercando di impedire o almeno di mitigare  l’accumulo della terra nelle mani di pochi a svantaggio dei molti. Il segno che consentiva di verificare, costantemente, se il popolo era in grazia di Dio veniva annunciato in Deuteronomio 15,4 « non ci sarà alcun bisognoso in mezzo a voi …». Sulla base di tale criterio l’antico Israele poteva misurare lo stato della sua fedeltà all’alleanza con il Dio di Abramo. L’esistenza di una insopportabile e scandalosa povertà a fianco di una altrettanto insopportabile e scandalosa ricchezza manifestava che nel cuore del popolo si era insediata l’idolatria, non solo quella verso altre divinità pagane ma innanzitutto quella verso il “mammona”, che sempre distoglie, anche oggi, dall’adesione al vero Dio, al culto in spirito e verità al Dio della salvezza e della misericordia. Sforzarsi, come invitavano a fare i profeti biblici, di porre rimedio, per quanto umanamente possibile, alla povertà, tanto spirituale che materiale, era, ed è, segno della volontà di camminare sulla via tracciata dall’esodo: la via del Pèsach ossia del Passaggio dalla schiavitù alla libertà, che nella Pasqua di Nostro Signore Gesù Cristo è diventata la via del Passaggio Vero ossia quello dalla schiavitù del peccato, radice anche dell’ingiustizia sociale, alla libertà della Vita Eterna che Lui con il Sacrificio della Croce ci ha riaperto.

C’è chi ha erroneamente comparato l’anno sabbatico ed il Giubileo ai “saturnalia” romani. In realtà siamo di fronte a contesti rituali e religiosi diversissimi. Nei saturnalia si voleva significare il rovesciamento periodico dell’ordine del mondo nel ritorno, secondo la concezione ciclico-panteista, all’unità indifferenziata dell’origine dal quale poi il ciclo ricominciava di nuovo eternamente. Da qui, per un giorno, lo scambiarsi dei ruoli sociali tra il padrone e lo schiavo, per poi tutto tornare come prima, all’ordine sociale prestabilito. Nell’anno sabbatico ed in quello giubilare, al contrario, si voleva sottendere la Forza liberatrice perpetua di Dio, che viene in soccorso delle sue creature. Questo significato non veniva meno anche laddove, per le suddette ragioni di insufficienza dell’umana natura ferita, gli effetti del condono sabbatico-giubilare erano, in concreto, temporanei come accadeva anche nei saturnalia.

L’utopia apparente delle prescrizioni morali dell’anno sabbatico-giubilare, infatti, perde ogni connotazione di utopismo solo nella prospettiva della Grazia Salvifica inaugurata, o meglio restaurata, da Nostro Signore Gesù Cristo. Che non si tratta di utopia, benché fino alla fine dei tempi resteranno le conseguenze storiche della disarmonia, ora cancellata dalla Croce, tra Spirito e natura – conseguenze lasciate affinché l’uomo possa fare la sua libera scelta e quindi offrire al Redentore almeno lo “sforzo” della disponibilità all’Amore del Sacro Cuore – è stato concretamente dimostrato dalla secolare storia cristiana della santità. Come, tra tanti altri, un san Francesco d’Assisi. Al di fuori di Cristo, resta l’utopia e se l’utopia tenta di inverarsi nella storia ne conseguono soltanto disastri ed orrori.

La remissione dei debiti e la restituzione delle proprietà sottendono biblicamente la relativizzazione dei beni terreni e quindi la mortificazione della tentazione all’esclusivo e prometeico dominio assoluto sui beni terreni alla quale l’uomo soggiace a causa della sua natura ontologicamente offesa. La ferita ontologica cui l’uomo è soggiaciuto ha pervertito il naturale e legittimo diritto di proprietà. La proprietà ed il godimento dei beni del mondo, nel disegno originario di Dio, non era uno “ius utendi ed abutendi”, con esclusione del fratello ed addirittura con la reificazione del prossimo della quale la schiavitù per debiti era triste espressione. Il senso genino ed originario della proprietà era quello del mero strumento per poter fare del bene, insieme, a sé stessi ed al prossimo.

Fino a che, con la fine dei tempi, la Redenzione, in Cristo e per mezzo di Cristo, non avrà raggiunto il suo finale conseguimento storico, che aprirà le porte all’irrompere dell’Eterno senza più veli, sarà impossibile sradicare del tutto le conseguenze della libido del dominio dal cuore ferito dell’uomo.  Sicché, nell’impossibilità di sradicare completamente la tendenza auto-centrica dell’uomo verso i beni terreni, il “condono” sabbatico-giubilare aveva la funzione etica di provocare una riflessione sui titoli di legittimità, sulla giustificazione, del naturale desiderio umano per la proprietà. Nulla di quanto esiste ci appartiene in assoluto perché tutto appartiene a Dio: noi siamo solo gli amministratori dei beni che la Sua Bontà ci dona in questa vita e pertanto ne dobbiamo rendere conto a Lui alla fine dei nostri giorni. A Lui che ci chiederà come avremo utilizzato quei beni e “Dov’è tuo fratello” (Gen. 4,9).

Perché è evidente che se chi possiede un campo lo deve lasciare inoperoso una volta ogni sette anni, se la terra, legittimamente acquisita, nel cinquantesimo anno deve tornare al suo proprietario originale, se gli schiavi per debiti devono essere liberati, se si deve rinunciare alle somme date in prestito al prossimo –  indipendentemente che questo accadesse in realtà solo per un anno ogni sette o ogni cinquanta ed indipendentemente che tutto questo, con molta più probabilità, si risolvesse soltanto in una momentanea sospensione del diritto di proprietà e di credito – ne consegue, in quanto ha significato morale e teologico, che non siamo noi i proprietari o i creditori ultimi, sicché non possiamo pretendere di fondare, tautologicamente e prometeicamente, il diritto dell’uomo sull’uomo stesso, secondo la prospettiva umanitaria del positivismo giuridico. Il Vero Padrone, il Vero Creditore, è solo il Signore e se Lui, cui tutto appartiene ultimamente e definitivamente, è Misericordioso verso le sue creature, come potremmo non esserlo anche noi secondo e nei limiti delle nostre umane possibilità, della pur debilitata umana condizione naturale, nel tentativo di imitarLo fin che ci è possibile. Anche nell’ordine politico e sociale mondano ossia cercando di immettere in quell’ordine almeno un po’ di quella Luce, l’unica capace di trasformarlo per riportarlo all’originario disegno che Dio aveva sul mondo e l’umanità. In attesa che, quando Lui vorrà, la Gerusalemme celeste scenda dal Cielo per assumere nella Trasfigurazione della Gloria la terra, la creazione (Ap. 21).

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Se nella realtà storica la norma sabbatico-giubilare si risolveva, con tutta probabilità, soltanto in una remissione temporanea, ossia in una dilazione del debito, e soltanto in una redistribuzione parziale delle proprietà per riavvicinare le distanza sociali quel tanto che impedisse disordini politici, rimane fondamentale la radicalità teologica dell’ammonimento – «Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: E` vicino il settimo anno, l`anno della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla; egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te. Dagli generosamente e, quando gli darai, il tuo cuore non si rattristi» (Dt. 15, 9-10) – a ricordarci che, se le conseguenze dalla disarmonia tra lo Spirito e la natura ferita ci impedisce l’osservanza integrale del comandamento, una umanità la quale, nell’attesa della definitiva e finale trasformazione del nostro cuore nell’aderenza piena di tutti alla Redenzione, quando cioè “Dio (sarà) tutto in tutti” (1Cor. 15,28), rifiuti di regolare, sul piano politico, le questioni terrene ispirandosi, per quanto possibile, a tale radicalità, è votata alla dissoluzione della sua stessa ragion d’essere.

L’obiezione, infatti, è spontanea ed immediata, perfino ragionevole nella sola prospettiva umana: come potrebbe funzionare l’economia se dovessimo osservare con scrupolo il tale comandamento della remissione dei debiti? Nessuno, umanamente parlando, presta  denaro sapendo che poi non gli sarà restituito. L’ottimismo messianico dell’ebraismo post-biblico, secolarizzandosi, ha dato vita ad utopie umanitarie, libertarie, socialitarie che hanno promesso la realizzazione, qui ed ora, e soprattutto senza Cristo, del giorno nel quale «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto … Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; … Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno …» (Is. 11, 6-9).

Il messianismo è, senza dubbio, annuncio di un domani migliore di oggi. Ma il paradosso del messianismo sta proprio nel suo scontrarsi con la dura replica della storia del mondo che testimonia l’esatto contrario della promessa messianica. Nel paradosso, nell’utopia, del messianismo è coinvolto anche il Giubileo con le sue impraticabili normative. A meno che non giunga la Grazia ad adempiere la Legge, a rendere all’uomo possibile obbedire alla Legge. Ma la Grazia è data solo dal Sacrificio d’Amore del Figlio di Dio Immolato sulla Croce. Non ci sono terze vie: o Cristo e la sua salvezza o l’utopia con i suoi disastri.

Se, dunque, la speranza di una umanità capace anche di prestare senza porsi il problema della restituzione («Nihil mutuum date inde sperantes», Luca 6,34) vive nella storia, fino al suo termine, soltanto come promessa, tuttavia dell’adempimento finale di questa promessa la Bontà di Dio ci da in continuo solide anticipazioni nella trasformazione che Lui stesso opera quotidianamente nel cuore di quegli uomini i quali gli si offrono ossia degli appartenenti all’innumerevole schiera di santi dalla quale è costellata la vicenda millenaria della Chiesa. Questa schiera ha dimostrato e continua a dimostrare all’umanità, in ogni tempo, che solo in Dio la promessa giubilare non è utopia e che si può servire per puro amore, non per timore o per lucrare una ricompensa.

La prima conseguenza da trarre da tutto questo, sul terreno più immediatamente politico, è perciò la necessità di volare alto, volare verso le vette della Trascendenza pur sapendo che la nostra natura inferma non può ascendere senza che Egli ci venga incontro e ci soccorra. Volare alto significa che l’Autorità politica ha il dovere di regolare la convivenza sociale tra gli uomini secondo norme quanto più possibile vicine all’ideale giubilare della remissione dei debiti pur tenendo conto dei limiti dell’attuale condizione umana. Se all’uomo ferito non è possibile un’economia non fondata sul debito deve però essere possibile un’economia che non opprima il debitore, a tutto vantaggio del creditore, esponendolo alle drammatiche conseguenze dell’insolvibilità. D’altro canto se è giusto che il creditore veda onorato il suo credito, non deve essere in alcun modo lecita la deviazione dell’attività finanziaria, nella quale consiste il “fare credito”, verso la speculazione anti-sociale, anti-produttiva, anti-umana, anti-cristiana.

Il significato teologico del Giubileo e dell’anno sabbatico, che si svela completamente soltanto nella Luce di Cristo, travalica il tempo ed i tempi ed, al di là della contingenza storica, sollecita ad impostare la nostra vita, anche quella politica e sociale, sull’esigenza, ivi espressa, dell’Amore Divino. Pena il nostro fallimento come uomini fatti a Sua Immagine.

Inserito nella sua dimensione biblica, che è dimensione profetica ed escatologica, il Giubileo diventa l’“Anno di Grazia” con cui Dio, intervenendo nella storia umana, ristabilisce la Giustizia violata dal peccato. L’ “anno di grazia” indicava il nel quale il popolo era chiamato a tornare al cuore dell’alleanza infranta. Non è pertanto un caso se nel Nuovo Testamento il tema dell’Anno di Grazia del Signore è ripreso sin dagli inizi della predicazione di Gesù Cristo. Secondo il Vangelo di Luca (Lc. 4, 14-30), proprio agli inizi della sua missione, Gesù, dopo la teofania del Giordano, quando Dio Padre lo ha rivelato quale Figlio, con l’unzione dello Spirito Santo disceso su di Lui, e dopo aver sconfitto, nella sua Santa Divinità Umanata, il maligno, che aveva tentato di sedurlo con la promessa del dominio terreno sul mondo, sale di sabato alla sinagoga di Nazaret, che era il suo villaggio, per la preghiera comunitaria. Proprio lì, continua Luca, «Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”» (Lc 4, 17-21).

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Il testo di Isaia, letto da Gesù in sinagoga, proclamava con chiarezza la “liberazione dei prigionieri”, la “remissione in libertà gli oppressi”. Ora, come è evidente, si tratta dello stesso linguaggio giubilare dell’Antico Testamento a partire dal concetto sabbatico della remissione dei debiti quale liberazione dei prigionieri, degli schiavi per insolvenza. Gesù, però, non si limita alla lettura liturgica del testo, come avrebbe fatto un qualunque buon ebreo, ma aggiunge una affermazione – quella che infatti scandalizzerà gli astanti – che è assolutamente dirimente e fondamentale. Egli, dopo aver letto la profezia di Isaia, aggiunge: «oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi».

“Oggi” ossia “adesso”, “ora, “qui”: questo costituisce appunto la novità, la Buona Novella del Vangelo. Mentre l’Israele Antico, irretito dal suo scandalizzarsi, cieco nella sua infedeltà all’Alleanza (benché beneficiario della misericordiosa promessa di Dio, rimarcata dall’apostolo Paolo, che alla fine sarà anch’esso reinnestato nell’Olivo Santo, quando riconoscerà l’Umano-Divinità di Cristo entrando nella Chiesa), avrebbe continuato nel corso dei secoli a chiedersi perché mai le profezie non si sarebbero avverate, non trovando di meglio, a risposta dei suoi angosciosi interrogativi, che inventarsi la “teologia del Messia collettivo” identificando il Messia nello stesso popolo ebreo votato alla sofferenza salvifica per il bene dell’intera umanità, il “resto di Israele”, quello autenticamente fedele all’Alleanza, Maria, gli apostoli e gli altri discepoli di Gesù hanno accolto la Novella universalizzando, mediante l’ingresso dei pagani, dei gentili, nella Chiesa ossia il Nuovo Israele, la Promessa salvifica di Dio: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle … Tale sarà la tua discendenza» (Gen. 15, 5); «Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo mi escluderà il Signore dal suo popolo!” … Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore … li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. (…) perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Is. 56, 4-7); «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri» (Mc 11,17); «Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere… Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,19.21).

Che Gesù è l’“oggi” ed il “qui” di Dio, l’oggi ed il qui di un Dio che vuole la liberazione degli oppressi e dei prigionieri, l’oggi ed il qui dell’Anno di Grazia del Signore, lo comprese immediatamente Pietro quando, accogliendo l’invito del centurione Cornelio, non esitò ad ammettere che sebbene per l’Antico Israele non fosse «… lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza … Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo. (…) In verità sto redendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Questa è la parola che Egli ha inviato ai figli di Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti» (Atti 10, 28-36).

Gesù, dunque, è nel senso più alto ed autentico il Giubileo e l’Alleanza in Lui rinnovata e resa perfetta e definitiva apre il tempo privilegiato in cui Dio interviene a favore dei poveri e degli oppressi, sia in senso spirituale che in senso materiale.

Solo con Cristo è possibile che il significato del Giubileo – la remissione del debito e la liberazione dello schiavo – trovi effettivo adempimento nella fedeltà alla Nuova Alleanza, rinnovatrice della Prima che di Essa era solo il preliminare in vista del definitivo.

Sin dall’inizio fu chiaro per i cristiani, venissero essi dall’ebraismo o dal paganesimo, che Gesù realizzava quanto contenuto nelle prescrizioni giubilari ma in un modo tutto nuovo. San Luca, negli Atti, descrive la prima comunità cristiana con le stesse parole che il Deuteronomio aveva usato per indicare nel ritorno alla fedeltà dell’Alleanza l’essenza sabbatica del Giubileo: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 4, 32-35). “Nessuno era tra loro bisognoso…” come abbiamo visto era il criterio indicato per verificare la fedeltà del popolo a Dio.

La Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo che, guidata dal Suo Santo Spirito, continua nella  storia l’opera della Redenzione iniziata sul Golgota. Ecco perché Bonifacio VIII, al di là di quali fossero le sue più immediate intenzioni di ricentramento romano della Chiesa, dirottando, dopo la caduta della Gerusalemme “crociata”, i pellegrinaggi verso l’Urbe, fu mosso da sicura ispirazione nel proclamare nel 1300, sulla scorta di quanto aveva fatto il suo predecessore Celestino V con la Perdonanza aquilana, il primo Giubileo cristiano. In questa decisione del grande pontefice continuava ad agire la convinzione, la certezza, di aver ricevuto dal Signore la missione di “proclamare” nella storia l’“’anno di grazia del Signore” per “annunciare la buona novella ai poveri”. La Chiesa medioevale, giunta al crocevia storico dal quale, di lì a poco, si sarebbe sviluppata in modo spiritualmente drammatico la modernità politica, di cui la “cattività avignonese” fu segno epocale, dimostrò, al di là della contingenza del momento, di sentirsi pellegrina verso il Signore che viene a compiere la storia, di sentirsi in cammino sulla strada del “ritorno a Dio” e alle radici della fede. L’indulgenza diventava, nonostante gli umani abusi, il segno dell’accoglienza del perdono misericordioso di Dio per tutte le infedeltà degli uomini in cammino verso di Lui.

 

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3 Commenti a "[IDOLATRIA FINANZIARIA] Estratto: Legge mosaica, Legge di Cristo, Giubileo e remissione dei debiti"

  1. #carlo   16 dicembre 2016 at 8:26 pm

    un fedele si deve chiedere una cosa ; a chi è rivolto il vangelo e a chi è rivolta la legge dei comandamenti . Penso che il vangelo lo propone la Chiesa , la legge la impone l’autorità . La legge va solo imposta , non va proposta .
    Chi era incaricato di far osservare la legge ebraica nella società ? penso che debba essere l AUTORITA preposta . Ma questa autorità preposta potrebbe con la stessa autorità e la stessa forza obbligare al vangelo ? SE QUESTA AUTORITA IMPONESSE IL VANGELO ALLA SOCIETA , ANZI LO SOLO CONSIGLIASSE , CADREBBE NEL COMUNISMO PIU BECERO , CIOè RIDUREBBE IL MESSAGGIO DI CRiSTO A UN FATTO ECONOMICO .proprio come fa papa francesco . Se tutti stanno bene , è risolto il problema , non c’è ingiustizia e tutti si salvano di conseguenza. Il fatto è che le due leggi vangelo e legge naturale , solo se rettamente intese possono camminare insieme . Il vengelo si riferisce al singolo e non obbliga mai , si riferisce alla famiglie li è quasi un obbligo, si riferisce alle comunita religiose e mai alla società civile , che sarebbe un crimine a cielo aperto solo predicarlo . Non si puo obbligare la legge e le istituzioni a perdonare i ladri e gli asssassini, si diventerebbe complici . ………

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  2. #EFISIO BOVA   17 dicembre 2016 at 12:13 pm

    Articolo bello, ricchissimo e profondo (da rileggere più volte).
    Una vera e propria valvola di sicurezza contro le bolle speculative. Non so come potrebbe concretamente realizzarsi nell’economia moderna ma mi sembra una direzione di ricerca importante.
    Credo che poosa dare anche spunti interessanti sul tema del reddito di cittadinanza.

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  3. #Maria   17 dicembre 2016 at 4:40 pm

    Carlo
    Non ho più di tanto capito cio da lei scritto.Mi sembra si contraddica,anche perché sento voi abbastanza accaniti nel voler imporre stili di via secondo leggi cristiane.La Chiesa e il Papa devono far conoscere il Vangelo che parla chiaramente.La Parola di Dio e’ un inno alla Vita all’amore fra i popoli; non va a discriminare nessuno.
    Se,per ipotesi, lei venisse a conoscenza di una persona che volesse farla finita….., cosa le direbbe? Avvalorerebbe per rispetto la scelta presa,per non inculcarle la Verità di Cristo,che la Vita e’ Sacra,e che la sua e’ di un immenso valore? Anche se non dovesse direttamente parlare di Vangelo lo fa, perché naturalmente lo vive.
    Quindi il cristiano, non dovrebbe avere difficoltà nell’adempiere ciò in cui crede in una società cosi altamente materialista.E’ evidente che non si può mettere davanti il Vangelo come alternativa a leggi umane,perché sappiamo bene che finanza ed egoismo vanno a braccetto ma, ne saremo rappresentanti con la nostra vita, trasformata dalla Parola.( noi: dovremmo essere luce per il mondo)

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