Nella grazia si ritrova la più radiosa chiarezza, la vera libertà ed il più grande progresso

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Riproduciamo per i nostri lettori il Capo V del Libro IV del volume del teologo e mistico tedesco M. J. Scheeben intitolato “LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA DIVINA”. Il testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 1943 per i tipi della SEI. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

1. Luce, libertà, progresso, ecco le parole rimbombanti con le quali lo spirito del tempo designa i beni più elevati dell’umanità. Parole invero magnifiche e piene di senso profondo! Ecco perché esse come scintille elettriche accendono ogni cuore cho porti in sé un sentimento di umana dignità e il desiderio della felicità umana. È però una vera menzogna il vantare che fa il mondo il possesso di ciò che significano tali parole e il dare a credere che esso sia stato il primo ad annunziarle. Il lieto messaggio della grazia divina che Cristo ha portato nel mondo non altro annunzia che questa luce radiosa, questa libertà e questo vero progresso.

2. «Io sono la luce del mondo», diceva il Salvatore (Gv 8, 12). «La notte» ci dice l’Apostolo, «è passata, il giorno è spuntato; voi eravate un tempo nelle tenebre, ora siete nella luce del Signore» (Ef 5, 8). «Se dunque il Signore vi ha liberati, voi sarete veramente liberi», ci dice il Salvatore (Gv 8, 36) e l’Apostolo aggiunge che questa libertà è «la libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21). «Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste», ci grida il Figlio di Dio (Mt 5, 48) «crescete nella grazia e nella conoscenza del Signor nostro e Salvatore Gesù Cristo» (2Pt 3, 18) «affinché siate resi capaci», aggiunge l’Apostolo, «di comprendere con tutti i santi, qual sia la lunghezza e la larghezza e l’altezza e la profondità, affinché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3, 18. 8). La vera luce radiosa, la vera libertà, il vero progresso non possono essere dati all’umanità che mediante la grazia di Dio, grazia che Gesù Cristo portò sulla terra.

3. Il mondo vuole una luce, una libertà, un progresso senza Dio, da se stessi e per se stessi. Ma una tale luce non è che tenebre, una tale libertà non può essere che servilismo e schiavitù, e un tale progresso niente altro che regresso e rovina. «Ogni dono perfetto», ci dice l’Apostolo S. Giacomo (Gc 1, 17), «viene dal cielo e scende dal Padre dei lumi». La luce, la libertà e il progresso che l’umanità vuole acquistare da se stessa, nella migliore ipotesi, non potranno estendersi al di là degli angusti confini della sua natura e delle sue forze naturali. La grazia ci dà una luce e una libertà soprannaturali, divine; essa ci eleva sopra la nostra natura, sino a Dio, e con questo ci rende possibile un progresso che non conosce né meta né confini.

4. Cos’è dunque la luce e la cultura dello spirito? È una illustrazione, è una nobilitazione dell’anima nostra, ma non in un modo qualunque. È un verace, utile perfezionamento che ci eleva al disopra della condizione in cui eravamo finora e ci colloca in un’altra, senza confronto migliore. La più alta illustrazione è evidentemente quella che ci procura luce sulle più eccelse verità e la più alta cultura è quella che ci eleva alla più alta perfezione o che almeno ci fornisce il mezzo di raggiungerla.

5. Ma quale eccelsa illustrazione possiamo noi ottenere senza la grazia? Se non possediamo questa, a noi non rimane che la nostra propria ragione e quella dei nostri simili, e tutt’al più anche la sapienza di quel serpente infernale che promise d’illuminare i nostri progenitori e che poi li precipitò nella più disastrosa rovina. In ultima ipotesi la nostra ragione può illuminarci sopra le cose sensibili, sopra la nostra dignità naturale e spiegarci il nostro naturale destino, benché anche questo non possa farlo senza molta fatica e in modo di rado scevro di errore. Disgraziatamente quelli che si danno per Apostoli di luce non riescono spesso a dare vera formazione neppure all’intelligenza naturale. Essi tengono, non di rado, per alta sapienza l’abbassare gli uomini al livello dei bruti, il negar loro il libero arbitrio e l’immortalità dell’anima e sopprimere addirittura il suo futuro destino. Essi pongono la sensualità al posto della ragione, sentenziano la fede alle cose soprasensibili come oscurantismo, e pretendono che c’ingolfiamo esclusivamente nello studio del mondo sensibile. Essi vogliono liberarci dalla tutela della Chiesa, della coscienza e dello stesso Iddio. Dovremmo quindi sottometterci alla tutela dello spirito del tempo, – spirito leggero, variabilissimo – e ai grandi paroloni di creature come noi, creature il cui livello di verità e di sapienza dipende dalle loro idee e dal loro capriccio.

6. Per contrapposto la grazia ci pone certamente sotto l’ubbidienza verso Dio, poiché essa ci fa figli di Lui. Ma l’essere figli di Dio, come non è per noi un disonore, ma al contrario un sommo onore ed una grande felicità, cosi dobbiamo egualmente stimarci felici di starcene sotto la tutela di Dio e di andare a scuola da Lui. Solo a questa scuola ci verrà rivelata la verità in tutta la sua pienezza. Qui verremo illuminati da un lume soprannaturale, lume che per la sua infallibilità dissipa ogni dubbio, allarga sino all’infinito il nostro campo visivo, e ci solleva molto al disopra di tutto ciò che è terreno. La grazia ci mostra tutta la nostra dignità di figli di Dio, ci rivela il nostro destino soprannaturale per il quale noi arriveremo sino alla visione di Dio, ci mostra con tutta sicurezza e senza inganni la via sicura che ci conduce alla celeste beatitudine. Non solo essa perfeziona la luce della nostra ragione, ma vi aggiunge un lume infinitamente più elevato. Essa ci emancipa da tutti i pregiudizi coi quali ci accecano i nostri sensi; anzi essa ci libera dalla schiavitù dei rispetti umani e della così detta pubblica opinione, e ci fa giudicare rettamente sopra le cose più importanti ed anche sullo stesso mondo e sulle sue opere e le sue massime. «L’uomo spirituale», dice l’Apostolo (11Cor 2,15), «giudica su tutto, ed egli non è giudicato da alcuno».

7. Chi oserebbe affermare che la grazia di Cristo sia d’ostacolo alla luce? Come possiamo lasciarci intimidire dal mondo quando ci rimprovera e ci deride come gente oscura e tenebrosa? Noi dobbiamo al contrario, come facevano i primi cristiani, chiamarci con santo orgoglio gl’illuminati e i veggenti, poiché abbiamo avuto l’immensa felicità di essere liberati dalle tenebre del mondo e chiamati da Dio nella sua luce meravigliosa. O come deve essere divenuta debole la nostra fede quando noi ci vergogniamo del lume divino come se esso stesse addietro al debole lume della scienza umana, anzi, quando soffocando in noi le dottrine della Rivelazione ci pare di compiere qualcosa di grande facendone un mostruoso miscuglio con le opinioni e le massime del mondo! Ma cos’è mai tutta la scienza, non dico solo dei saggi del mondo, ma anche degli stessi teologi e di tutti gli studiosi, a confronto della profondità di uno sguardo nel senso della Sacra Scrittura, nelle vie della divina Provvidenza, sulle sante vedute di Dio nella destinazione dei castighi e nel lasciar correre il male, cose tutte che con nostra somma meraviglia vediamo compiere da anime semplici le quali nel silenzio e nel nascondimento meditano continuamente, di giorno e di notte, la parola di Dio!

8. Come il cristiano mediante la grazia è il solo veramente illuminato, così egli è il solo veramente istruito, premesso però che egli senta di essere cristiano sino nel più profondo del cuore, vale a dire un figlio di Dio, fratello e discepolo di Gesù Cristo e che la sua vita manifesti questa sua alta dignità. Ciò che il mondo chiama educazione non è che una destrezza esterna di portamento e di conversazione, tutt’al più una certa cultura delle naturali facoltà intellettuali che agli occhi degli uomini sembrano brillanti e di gran valore, ma che spesso niente valgono al cospetto di Dio. La più alta cultura, e l’unica veramente vera, è invece quella che imprime nell’anima nostra l’immagine di Dio e mette noi stessi in grado di essere fin da questa terra come familiari di Dio e concittadini degli angeli, di condurre una vita celestiale vale a dire una vita che esprima la nostra eccelsa dignità. Dove la fede in Dio e il nostro valore soprannaturale penetra perfettamente il pensiero, dove l’amore divino e con questo l’inseparabile amore del prossimo riempie sinceramente il cuore, dove il timore di Dio rende il nostro essere dolce e severo ad un tempo, dove una vera pietà trasfigura l’interno come l’esterno là si trova sicuramente, anche nelle persone le più ordinarie, una finezza e delicatezza d’animo, una correttezza di portamento, un delicato riguardo nei rapporti col prossimo da sorpassare di gran lunga la più fine educazione dell’alta società. Se i cristiani si sforzassero di essere tali nel vero senso della parola, questo dono sarebbe loro impartito senza che vi pensassero. Questa è quella educazione a cui in fondo anche gli stessi mondani non possono negare la loro ammirazione. Essi ingiuriano tali individui solo perché sentono la loro superiorità e perché sperano che noi, per la debolezza della nostra fede, e scossi dalle loro ingiurie, ci diamo per vinti ed in tal modo ci mostriamo a loro inferiori.

9. Il secondo bene che il mondo promette, ma che non può esser raggiunto perfettamente che mediante la grazia, è la libertà. Non vi è parola che in tutti i tempi sia stata più svisata e male applicata di questa. A prima vista parrebbe che la grazia fosse la meno atta a darci la libertà. Ma una più matura considerazione ci convincerà del contrario.

10. La libertà è un vero bene solo quando è libertà dal male e dagli impedimenti al bene, cioè una libertà per il bene . La libertà di potere scegliere il bene o il male è solo cosa buona e giusta in quanto che noi con tal mezzo ci decidiamo al bene con più grande risolutezza e con maggior merito (1). Perciò nel cielo perderemo questa sorta di libertà poiché lassù, immersi completamente in Dio, non potremo volere che il bene (2). La grazia ci dà appunto questa libertà dal male e la libertà a tutto ciò che è bene, perché ci dà il potere di liberare il nostro spirito dalla preponderanza degli appetiti sensuali i quali vogliono trascinarlo dalla sua elevatezza al livello dei bruti: Essa ci partecipa la forza, non solo di esercitare le virtù naturali, ma anche di compiere buone azioni soprannaturali con le quali possiamo meritarci l’eterna beatitudine. In una parola la grazia ci scioglie e ci libera da tutto ciò che può disturbare o impedire la nostra più grande felicità e ci rende idonei a tutto ciò che essa può esigere, facendoci in conseguenza liberi come lo è Dio stesso. Ciò ha voluto significare il Divin Salvatore con quelle parole: «La verità vi farà liberi» (Gv 8, 32).

11. Però essa non può e non vuole liberarci dalla dipendenza da Dio; poiché solo per mezzo di Dio e della sua grazia possiamo trionfare di tutti gli ostacoli e dei nemici della nostra felicità. Perciò dobbiamo stargli sottomessi e dipendere da Lui. Pure anche questa dipendenza diviene per noi somma libertà poiché essa non è altro che la più intima unione con Dio (4). Come il figlio è sottomesso al padre e la sposa allo sposo, ma in modo affatto diverso dal servo, ma tale invece da formare delle due persone una sola, così mediante la grazia avviene di noi rispetto a Dio: la sua libertà è la nostra, il suo dominio è il nostro, ogni cosa sua è cosa nostra. E se noi lo serviamo, non è già con l’amore di un servo, ma col più libero amore di un figlio verso il padre e di una sposa verso lo sposo.

12. Questa nobile e celestiale libertà dei figli di Dio, questa libertà della grazia, il cristianesimo la promette a tutti gli uomini che accolgono il potere loro dato di divenire figli di Dio, e ne traggono profitto. Tutti gli uomini, senza eccezione, dal sovrano il più potente al più misero schiavo, dai più ricchi ai più poveri, dai padroni sino ai servi, tutti possono acquistare questa libertà, tutti possono pretenderla. Niuna potenza terrena può rubarcela, noi la portiamo con noi anche se fossimo avvinti in catene e dovessimo prestare servigi in qualità di schiavi. In tale libertà il servo vale quanto il padrone, poiché qui ognuno è re. Se uno serve l’altro lo fa per libero amore a quel Dio che ha voluto la diversità di classi, e ben sapendo che se egli sorpassa il suo padrone in grazia e in virtù egli è, agli occhi di Dio, ben più libero e più nobile di quello (1).

13. Dove sono dunque quei sedicenti apostoli che ci vanno promettendo la libertà senza la grazia di Dio? Oh, come abusano di questa parola per rivestirne la più miserevole delle schiavitù! Senza Dio non esiste alcun bene e quindi non può esistere alcuna vera libertà; questa è solo una prerogativa particolare della divinità. Il voler esser liberi senza Dio è come pretendere di esistere senza di Lui. Anzi quando l’uomo vuol essere come Dio e divenire egli stesso un altro Dio, è appunto allora che egli ricade nel niente e nella più profonda schiavitù. La libertà senza Dio non è libertà dal male e libertà verso il bene, ma all’opposto libertà dal bene, impotenza al bene e per conseguenza schiavitù del male e della perversità. Chi ama la sua libertà nello scuotere il dolce giogo della grazia e della giustizia, prende sopra di sé il duro giogo del peccato ed il suo castigo, e diviene uno schiavo del peccato stesso. Egli perde l’eccelsa dignità di figlio di Dio e si abbassa così profondamente, che fino a tanto che non si rivolge di nuovo a Dio e a Lui si sottomette, perde anche la forza di rialzarsi dal peccato e di sollevarsi verso il cielo. Egli perde il dominio sulle sue passioni ed è da esse sopraffatto con inaudita violenza.

14. Possa la grazia di Dio preservarci da questa terribile liberta! Possa essa talmente illuminare la nostra mente che noi riconosciamo la nostra vera salute e cerchiamo solo quella libertà che la grazia stessa ha portato dal cielo! Allora conosceremo per quel che è veramente ogni pretesa libertà decantata ed offerta dallo spirito del mondo. Noi non la stimeremo più tanto e cercheremo invece di guadagnarci, di conservare sempre e in tutto la libertà dello spirito e della coscienza, la libertà dal servile rispetto umano, la libertà dalla indegna lotta per acquistare favori, onori e guadagni, libertà da quell’oppressione letale che grava su di noi quando vogliamo romperla decisamente coi pericoli ed afferrare i mezzi di salute come ci suggerisce continuamente la nostra parte migliore.

15. Come per la luce e per l’educazione, il mondo grida altresì al progresso. Ai nostri giorni si tratta di un progresso vertiginoso, che niente vale ad arrestare. Ma – ci domanderemo con ragione – a che mira questo progresso, dove conduce? Gli amici del progresso non sanno dirvelo: essi vi rispondono solo che tutti gli esseri devono correre a questo progresso affinché possa costruirsi qualcosa di nuovo. Essi sentono troppo bene che qui sulla terra niente sazia, niente può appagarci. Possono essi però sollevarsi al disopra della terra e librarsi verso il cielo? No, certamente.

16. Ma questo è appunto il progresso che dobbiamo fare noi; questo è il solo progresso che ci conduce al fine, l’unico che può saziarci e renderci felici, quello cioè che viene dalla grazia divina. È un progresso per mano di Dio, perché noi procediamo sotto la sua guida e voliamo portati da Lui. È un progresso che ci solleva al disopra della terra e di noi stessi, verso il cielo nostra vera patria, anzi fino a Dio stesso; un progresso che oltrepassa l’infinita distanza che corre tra il finito e l’infinito e ci unisce a Dio; un progresso che mai si arresta ma sempre va innanzi perché, come la grazia, aumenta senza misura e può progredire all’infinito; un progresso che non ha in vista il benessere del nostro corpo o l’educazione naturale dello spirito, ma porta l’anima insieme al corpo di chiarezza in chiarezza, sino alla loro trasformazione nell’immagine di Dio.

17. All’opposto il progresso che cerca il mondo con le proprie forze, benché non sia del tutto da disapprovarsi, è però relativamente piccolo come il lento strisciare di un verme che si trascina faticosamente sulla terra e che non può sollevarsi dal terreno su cui sta attaccato. Quali sarebbero le nostre risa se il vermicciuolo, messo a confronto con un’aquila, volesse vantarsi dei suoi prodigiosi progressi dopo aver strisciato su meno di una spanna di terra! E non dovrebbe Iddio benedetto insieme ai suoi angeli lassù nel cielo ridersi similmente di noi, o meglio infiammarsi di santo sdegno al vedere la pazza millanteria degli uomini che credono di aver compiuto qualcosa di sovrumano e di potere perciò fare a meno di Dio quando hanno fatto una nuova invenzione per viaggiare più comodamente o per facilitare i loro rapporti terreni?

18. Riguardiamo il progresso che offre il mondo con lo sguardo di Dio e dei suoi angeli, e curiamoci ben poco se il mondo ci condanna come retrogradi. Il mondo non sa cosa fa né cosa dice, noi però ben sappiamo cosa vogliamo. Noi sappiamo che saremo portati dalle ali di Dio e potremo ascendere dalla terra al cielo. Noi sappiamo che l’opera da Dio incominciata in noi sarà da Lui condotta a termine (Fil 1, 6). Sappiamo che la grande dottrina del Cristianesimo altro non è che una intimazione ad un incessante sviluppo e progresso. Solo per questo discese dal cielo il Figlio di Dio, per alzare un ponte tra noi e il cielo, e, come l’aquila coi suoi aquilotti, per prenderci sulle sue spalle e condurci verso la patria celeste (Dt 32, 11).

19. Animo dunque, mostriamo al mondo che noi ci occupiamo seriamente del nostro vero progresso, come esso del proprio. Guadagniamo almeno la sua stima e venerazione non mostrandoci pigri e negligenti nella via che percorriamo, poiché è appunto questa pigrizia dei cristiani che eccita sopratutto, e con ragione, le derisioni del mondo. Siamo sopratutto solleciti di progredire; in quelle cose in cui il progresso è un dovere sacrosanto, e allora riceveremo da Dio la grazia di non restare indietro neppure nelle imprese terrene, per quanto esse stanno in rapporto col nostro soprannaturale destino. Poiché anche in questo caso quadrano perfettamente le parole evangeliche: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia ed il resto vi sarà dato per giunta» (Mt 5, 33).

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