santa messa tradizionale

 

di Ilaria

 

L’altro giorno, l’hanno definita una carnevalata. La Santa Messa, sì, quella “antica”. I paramenti in cui ogni singolo filo ha un significato preciso, ogni stoffa che viene indossata o impiegata rimanda a quel ruolo da ricoprire, o a quella virtù da praticare. I movimenti conducono, tutti, ad un punto determinato, circondano di ogni riverenza e attenzione il tabernacolo dove riposa il Divin Prigioniero.

Una pagliacciata, l’abito, che insieme distacca dal mondo il sacerdote, lo rende umile, e lo distingue, lo eleva, in virtù di quella consacrazione che ha ottenuto, che gli dà un potere che io, laico, non ho e mai potrò avere. Saremo per sempre diversi, qualunque cosa il sacerdote faccia di abietto nella sua vita; ed è giusto che anche il nostro aspetto sia diverso. La cappamagna di un cardinale gli è data perché è Principe di una società che non accumula tesori su questa terra. Non è uno status-symbol.

Una carnevalata, le Tradizioni dell’Una Sancta, che dovrebbero commuoverci fino alle lacrime al pensiero che sono, probabilmente, una delle pochissime cose che ancora ci legano in un debito di gratitudine a chi ci ha preceduto, a chi è morto martire per testimoniare la fede da cui oggi silenziosamente apostatiamo.

Una pagliacciata, quella lingua sacra che rende alla Chiesa l’unica uguaglianza che conta: l’uguaglianza dei Figli di Dio nella Comunione dei Santi, attraverso i tempi e attraverso i luoghi.

Una carnevalata, la Messa che sola rende un sacrificio gradito a Dio, perché non lo inquina con le nostre scemenze, con i nostri infantili capricci di voler vedere, di voler capire tutto alla prima, con le nostre irrazionali e irriverenti pretese di portare Dio alla nostra bassezza, di banalizzarLo, di volgarizzarLo, anziché tentare con moto contrario di elevarci noi a Lui il più possibile.

E la cosa più deprimente è che queste accuse infamanti, queste autentiche bestemmie le ho lette – e non è certo la prima volta: Lutero docet – proferite da un sacerdote, un sacerdote che insegna. Perché sei sacerdote? Chi hai amato per farti prete, Che ora irridi con la tua arroganza? Che cosa insegnerai alle giovani menti che si fideranno di te? Come farà ad amare la Chiesa come madre chi apprende dalle tue labbra che per 1960 anni questa madre si è comportata come una pazza vanesia, come una selvaggia attratta da lustrini e stoffe preziose?

Se la tua sapienza è questa, allora voglio essere pagliaccio, voglio essere carnevalesca ai tuoi occhi. Voglio l’incomprensione che naturaliter fuggirei, voglio la derisione e le accuse di chi mi è caro e non capisce: non capisce che quella Messa è l’unica vera, e che se per Sua somma degnazione Nostro Signore è presente anche nelle “altre”, vi è presente come carcerato e bistrattato, vi è presente come in mezzo al disprezzo del Sinedrio. Ma non è con riti troppo umani, è con la Messa trasmessaci dai Santi che posso provare a consolare Gesù trafitto.

Voglio tergere le Sue lacrime mentre tu ridi di me, di Lui e di me. Perché tu, che ti credi sapiente, sei terribilmente povero, e io, che ti sembro idiota, sono incomparabilmente ricca.