Psicosi in corsia: domande politically correct per i pazienti gay

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da La Nazione – Il Resto del Carlino – Il Giorno (edizione cartacea odierna)

Intanto una buona notizia: quello di cui parliamo è un modello unico. Lo assicurò al momento della presentazione, circondata da una quantità di generi istituzionali e associativi, l’assessore(a) alle Pari opportunità della Regione Emilia-Romagna Emma Petitti. Parliamo di una pubblicazione ad uso degli operatori sanitari di Ferrara, significativamente intitolata: Oltre gli stereotipi di Genere-verso nuove relazioni di diagnosi e cura.

Molto oltre. Talmente oltre da andare, talvolta, anche di fuori. Fuori dalle discriminazioni, certo, ma anche fuori dal comune buon senso che guida i cittadini e ha sempre guidato i medici. Non a caso, ben prima dell’opuscolo ferrarese, chi sta in corsia è chiamato in modo neutro: paziente. Che può essere maschio, femmina, gay, trans, orfano, figlio di babbo e mamma o di alcune provette e uteri, come la scienza consente. Paziente. Geniale intuizione, che venne prima dell’angosciosa fase che stiamo vivendo, in cui essere maschio o femmina senza qualche piccola variazione nelle relazioni reciproche, è quasi motivo di vergogna.

Non a caso il manuale prende per mano gli addetti ai lavori guidandoli verso un linguaggio trans-versale. Nel caso dei coniugi ad esempio: occorre fare attenzione a porre domande che presuppongano di dare per scontato l’eterosessualità (per esempio “è sposato/a”) o riferimenti a mariti e mogli. Una combinazione sempre più rara, vero, ma ancora maggioranza nella società e in natura. Ma che forse non è il caso di ostentare, neppure di sussurrare, almeno negli ospedali di Ferrara.

Così come il concetto di famiglia. Un coagulo effettivamente scomposto e ricomposto in vari modi. Per questo il manuale consiglia di rivolgere domande neutre, tipo: da chi è composta la sua famiglia? O ancora meglio: chi sono le persone importanti nella sua vita. Per cui un medico rischia (?) di dover telefonare a Sharon Stone e non alla moglie (compagna, conoscente a fondo, convivente…) del malato che non vede l’ora di avere al suo fianco «la persona più importante della sua vita».

Per i bambini, ovviamente, le attenzioni si moltiplicano. È vero ci sono ancora quelli che hanno un padre e una madre. Ma, detto fra noi, non sono un buon esempio per il vicino di letto. Per questo il loro status non va sottolineato, dicono a Ferrara. Meglio ignorarli, forse, in attesa che succeda qualcosa che porti un po’ di anormalità nella loro vita. Fuor d’ironia. Ci sono Paesi come gli Stati Uniti dove il problema dei generi è diventata un’ossessione. Non vorremmo avviarci sulla stessa strada. Coltivando il rispetto di tutti, certo. Ci mancherebbe. Ma stando attenti a rispettare, tra le tante combinazioni della natura, quella che ci consente di essere ancora qui, e di non aver chiuso con Adamo ed Eva. Permettendo a un’ammalata di avere a fianco il marito, o a un bimbo in pediatria di stringere la mano alla mamma e al babbo, senza far finta che siano gente di passaggio. Siamo certi che anche a Ferrara sono d’accordo. E che l’ospedale resterà una grande famiglia. O qualcosa… del Genere.

 

 

4 Commenti a "Psicosi in corsia: domande politically correct per i pazienti gay"

  1. #Alessio   23 Gennaio 2017 at 1:41 pm

    MA CHE NOIA, CON ‘STI DEPRAVATI DEL CA…VOLO!
    E questo non si può dire, e così non li si può chiamare, e bisogna inventare questo per compiacerli, e bisogna togliere quell’altro per non offenderli… ho anche sentito dire che avevano avanzato ad Oxford la proposta di eliminare i pronomi “he” e “she” per sostituirli con un neutro e grottesco “ze”!!!
    MA BASTA!!!!!

    In tutto questo c’è però un lato positivo : mai come adesso è stato divertente chiamare certi pervertiti con definizioni che non posso scrivere o verrei censurato. Prima queste definizioni si usavano perchè era normale farlo, adesso si usano perchè farlo è tanto spassoso quanto doveroso.
    I politicamente corretti s’infastidiscono? Tanto meglio!

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    • #Francesco Retolatto   24 Gennaio 2017 at 1:25 am

      Basta chiamarli sodomiti. Quello che sono,quello per cui saranno dannati.

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  2. #lister   23 Gennaio 2017 at 4:20 pm

    Già da tempo, i cretini sinistri, per non “discriminare” le donne, si affrettano a precisare “i lavoratori e le lavoratrici”, invece di usare solamente il maschile, come insegna la Lingua Italiana. Ora dovranno essere ancor più precisi:
    “I lavoratori maschi, le lavoratrici femmine e quelli che lavorano di c..o”

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    • #Alessio   23 Gennaio 2017 at 7:04 pm

      Quegli stessi sinistri che nelle scuole cercavano invano (almeno che io ricordi) di eliminare il termine “bidella”, asserendo che andasse chiamata “la signora”.
      Poi a “sua signoria la bidella” aumentano l’età della pensione, lasciando identico lo stipendio mentre il costo della vita aumenta.
      Se potessero farla lavorare gratis fino ai 90 anni, non avrebbero problemi a reclamare per lei un titolo di Arciduchessa.
      Perchè tra guadagnare 10 andando in pensione a 60 anni come spazzino e guadagnare 5 andando in pensione a 80 come operatore ecologico, i sinistri spingono verso la seconda opzione.

      In queste definizioni, una volta in più, rivelano la loro dabbeaggine e la loro malafede.

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