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Dal numero “estivo” de La Tradizione Cattolica (2016), pubblichiamo volentieri questo articolo a firma di don Mauro Tranquillo FSSPX. [RS]

 

Matteo Renzi, per giustificare la recente approvazione in Italia delle unioni civili, si è vantato di aver giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo. Sarà dunque per questo che non vede[va] l’ora di cambiare la Costituzione, così come chi dovrebbe custodire il Vangelo sembra ansioso di cambiarlo.

In effetti Amoris laetitia è la dimostrazione del fatto che le parole più chiare di Nostro Signore possono essere ignorate a piacimento dalla gerarchia modernista: l’abbandono del proprio consorte per prenderne un altro, che Nostro Signore ha qualificato apertamente di adulterio, non è più (sempre) peccato, e non impedisce di ricevere i sacramenti. Abbiamo già esaminato altrove i gravissimi errori di questo documento di Papa Bergoglio che, lungi dal voler salvare le anime ad ogni costo, sembra volerle imprigionare nel peccato e nel sacrilegio. Allo stesso modo è solito distribuire pubblici elogi a pubblici nemici della Chiesa, come avvenuto recentemente in morte di Pannella, in modo che nessuno si senta spinto a conversione ma proceda spedito e benedetto dal Pontefice nella via della dannazione.

A proposito del Pannella, già da tempo accreditato presso il mondo “cattolico” dallo stesso Pontefice come profeta ed eroe di tante battaglie giuste (tacendo su quelle sbagliate e sul sangue da lui versato, in un silenzio veramente criminoso), abbiamo assistito ad una rincorsa di elogi funebri da parte dei Vescovi italiani, sulla scia di Padre Lombardi, portavoce del Papa. La palma del peggio va all’Arcivescovo di Bologna Zuppi, che ha elogiato il defunto paladino del crimine come uomo onesto e disinteressato, affermando anche aveva rinunciato per il suo partito ai finanziamenti pubblici (sappiamo da Danilo Quinto dei milioni di euro con cui il Parlamento italiano, con i “cattolici” in testa, foraggia ogni anno Radio Radicale e altre emanazioni pannelliane). Ha poi affermato di essere convinto che «lui [Pannella] non avrebbe chiesto a una sua compagna di abortire, gli interessava il fatto che lo si potesse fare, perché lo considerava un diritto inalienabile». Non aver bisogno di commettere un delitto può sminuire il fatto di averlo reso legale e di desiderare che gli altri lo possano commettere? che genere di debolezza mentale, tipica del liberale, può stare dietro l’inutile precisazione di Zuppi?

Del resto Papa Francesco ha lanciato anche, in un modo tutto suo, il dibattito sul diaconato femminile: pur ribadendo (a mo’ di ipotesi) la verità storica sulle “diaconesse” dei primi secoli (e dicendo che non avevano potere di ordine sacro), ha comunque annunciato una commissione per “chiarire la questione”, lasciando intendere di non sapere bene come stiano le cose. Come al Tempio luterano e in altre occasioni, Francesco fa finta di non sapere cosa la Chiesa pensi su determinate situazioni: magari dà una risposta corretta, come in questo caso, ma poi glissa, domanda che si rifletta e si discuta, come se non ci fossero certezze. Il dibattito sul diaconato femminile appare però già superfluo nella neochiesa: infatti è dal 1973[1] che le donne possono distribuire la comunione, cioè hanno già il potere che costituisce l’essenziale del diaconato, e che è parte della definizione del Sacramento dell’Ordine data dal Concilio di Trento (ed è quindi dogma che, come il potere di consacrare, quello di distribuire l’Eucaristia non possa essere delegato ai laici).

Il Vangelo del resto serve a Francesco principalmente per confermare il Corano, come nell’intervista a La Croix, dove paragona l’ordine del Cristo di evangelizzare tutti i popoli allo spirito maomettano di conquista del mondo tramite le armi. Il modernismo si manifesta in tali dichiarazioni in tutta la sua veemenza: non esiste “parola di Dio”, ma esistono tante esperienze religiose che possono essere usate per il bene (costruire un mondo migliore, fare esperienza del divino che tutto pervade) o per il male (cattive guerre e violenze). Laudato si’ dice esplicitamente tutto questo, come sa chi ha letto lo scorso numero di questa rivista.

Del resto il 1° giugno il Papa ha incontrato i rappresentanti della setta indiana dei giainisti, con i quali condivide la concezione panteistica, impegnandosi con loro alla cura della «madre Terra». Non c’è nulla che sia dogmaticamente stabile, da quando la stessa Trinità è diventata uguale a qualsiasi monoteismo che la nega; è inutile discutere con queste persone di dogmi e definizioni date dalla Chiesa, o perfino delle parole del Vangelo, che non hanno per essi alcun significato (come già diceva in sostanza Ratzinger in Introduzione al cristianesimo[2]). Solo l’opportunismo del momento presente, la risposta alle necessità momentanee del “popolo di Dio” (o meglio alle richieste dei poteri anticristici) sono diventate la regola della “fede”.

Non si può deprecare a sufficienza l’operato e la figura di Papa Bergoglio, purché si capisca bene che sono stati i suoi predecessori ad aver creato questo stato d’eccezione nella Chiesa, nel quale lui si trova così a suo agio. Non si tratta di minimizzare Papa Francesco; esattamente all’opposto, occorre far attenzione a non relativizzare i precedenti Papi modernisti. Per esempio, Paolo VI ha ribaltato la vita nel cattolico in ogni singolo aspetto, a partire dai sacramenti, e ha modificato ogni singolo aspetto della legislazione ecclesiastica; ha iniziato (con una formidabile accelerazione) lo smantellamento del papato, sull’onda del nuovo Credo di Lumen gentium, esso stesso inventato dal futuro Benedetto XVI.

Proprio la figura di quest’ultimo è tornata alla ribalta con le dichiarazioni del suo segretario Mons. Georg Gänswein, attuale Maggiordomo di Papa Francesco. In una lunga intervista sulla figura del Vescovo Ratzinger, il prelato ci conferma la portata rivoluzionaria della figura dell’ex-Papa, già da noi molte volte analizzata. Alla domanda del suo intervistatore e biografo Peter Seewald, che gli chiedeva: «Lei è la fine del vecchio o l’inizio del nuovo?», Ratzinger avrebbe dato l’agghiacciante risposta: «L’una e l’altro». Risposta di un Giano Bifronte conscio della dialettica modernista tra il suo pontificato, destinato a creare un’artificiosa “ortodossia conciliare”, e una nuova fase di rottura, rappresentata dal suo successore. Nuova fase che ha avuto come detonatore proprio l’abdicazione, che viene presentata da Gänswein nella sua vera luce di atto coscientemente rivoluzionario, e non soltanto di applicazione del diritto canonico a un caso un po’ insolito.

Intendiamoci: quando i modernisti dicono qualcosa che va contro la costituzione divina della Chiesa, non vuol dire che questa cambi veramente (perché resterà sempre come Nostro Signore la ha costituita): stanno solo dicendo un’eresia. Per esempio, quando Lumen gentium ha detto che la Chiesa ha due teste, la Chiesa non ha cominciato ad avere due teste: molti però si sono creduti in dovere di cominciare a credere una tale enormità, già definita “mostruosa” da Bonifacio VIII. Quando Ratzinger dice, come spiega Gänswein, che lasciando «…il Soglio pontificio […], con il passo dell’11 febbraio 2013, non ha affatto abbandonato questo ministero […] ha invece integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune», non ha creato qualcosa di nuovo, ci ha semplicemente confermato che voleva demolire il concetto di Papato, e che non è affatto cambiato dai tempi in cui scriveva libri sulla collegialità con Karl Rahner. Logicamente Gänswein precisa che non è fuori luogo chi pensa che con il suo atto Benedetto XVI abbia «demitizzato» il Papato o lo abbia reso «meno sacrale»; dice che il “Papa emerito” ha mantenuto abiti e titoli proprio per indicare che ha fatto un «passo di lato» e non un «passo indietro».

Insistiamo: questi squallidi stratagemmi giuridici e cerimoniali non creano niente nella Chiesa, la cui costituzione divina è intoccabile: sono solo la manifestazione esterna di una pretesa ereticale e modernista che vede la Chiesa come creazione umana manipolabile a piacere (vedi sopra). Torto ha chi crede che essi indichino un’abdicazione invalida, o peggio che creino una nuova istituzione che non può esistere: significano soltanto quanto il Vescovo Ratzinger sia lontano dalla fede cattolica sul Papato. Come egli pensava a una Chiesa unica, ma a cui “partecipano” anche altre “chiese” (vedi Lumen gentium e Dominus Iesus), così le parole del fido Gänswein sembra presentare un Papato “unico”, ma al quale partecipano più soggetti. Idee aberranti, contrarie alla logica e alla metafisica più ancora che al dogma, ma care al teologo bavarese che fu seduto sulla Cattedra di Pietro[3].

La nuova tappa, la nuova era di cui Ratzinger si è fatto “porta”, secondo la concezione esoterica, è quella dello Spirito finalmente libero dalla legge, nuova era che Papa Francesco ancora di recente ha paragonato al passaggio tra la legge mosaica e quella evangelica. Attenzione: il passaggio non è – lo ricordiamo – tra il cattolicesimo tradizionale e il modernismo, ma tra due fasi intrinseche al nuovo percorso, la prima delle quali è stata aperta dal Concilio e sintetizzata da Ratzinger. L’ennesimo magistrale riassunto della visione della nuova “fase profetica” è stato fatto da Bergoglio nell’omelia a Santa Marta del 30 maggio: «Questo è il sistema attraverso il quale loro legittimano: dottori della legge, teologi che sempre vanno sulla via della casistica e non permettono la libertà dello Spirito Santo; non riconoscono il dono di Dio, il dono dello Spirito e ingabbiano lo Spirito, perché non permettono la profezia nella speranza. A questa gente Gesù, perché conosceva in se stesso la tentazione, rimprovera: “Voi girate mezzo mondo per avere un proselito e quando lo trovate, lo fate schiavo”. Questo popolo così organizzato, questa Chiesa così organizzata fa schiavi! E così si capisce come reagisce Paolo quando parla della schiavitù della legge e della libertà che ti dà la grazia. Un popolo è libero, una Chiesa è libera quando ha memoria, quando lascia posto ai profeti, quando non perde la speranza. Io ho memoria delle meraviglie che il Signore ha fatto nella mia vita? Ho memoria dei doni del Signore? Io sono capace di aprire il cuore ai profeti, cioè a quello che mi dice ‘questo non va, devi andare di là; vai avanti, rischia’? Questo fanno i profeti… Io sono aperto a quello o sono timoroso e preferisco chiudermi nella gabbia della legge?». Evidentemente la nuova era dello Spirito porta una nuova rivelazione, una nuova profezia, non è possibile continuare a rifarsi alla “legge” come prima.

Il solito gioco dialettico sulle parole del Vangelo permette a Bergoglio di presentarsi come iniziatore di una nuova fase, come il Cristo (che ha aperto invece l’ultimo tempo del mondo, e quindi certe cose le poteva dire legittimamente). Il Papa presenta la stessa legge del nuovo Testamento e della Chiesa come una “gabbia” di cui liberarsi, non come un bene dato dal Padre che ama i suoi figli: discorso profondamente gnostico e anticristico, discorso simile a quello del diavolo nel paradiso terrestre piuttosto che a quello di Nostro Signore nel Vangelo. La Chiesa come società visibile e “organizzata” con dogmi e diritto non è per Bergoglio la via regalataci da Dio per raggiungerlo, ma un ostacolo da superare, con una concezione tipica del francescanesimo eretico e pseudo-gioachimita, da noi già analizzata a suo tempo[4].

Chiaramente questa nuova fase può tollerare i nostalgici dell’ortodossia conciliare, creata appositamente sotto Ratzinger per tenere le truppe (e gli ufficiali) lontani da un salutare risveglio e ritorno alla dottrina cattolica integrale. Ma è chiaro che questa ortodossia del Concilio rimane la porta obbligata e minima per essere accetti al sistema attuale. Possono anche ammettere, come fa Mons. Pozzo, che certi testi del Concilio non siano magisteriali: di certo non ammetteranno che sono condannati dal Magistero tradizionale; inoltre lo stesso Pozzo non sembra includere Lumen gentium e Dei Verbum tra i testi “facoltativi”. Il Papa stesso, nell’intervista a La Croix, parlando dei “lefebvriani”, ha ricordato che per essere accetti devono arrivare a un “accordo fondamentale”, perché «il concilio Vaticano II ha la sua importanza». Ultimamente lo stesso Cardinal Müller ha ricordato che è impensabile arrivare a ciò che loro chiamano piena comunione senza accettazione del Concilio, particolarmente della libertà religiosa come diritto fondamentale della persona e l’obbligo dell’ecumenismo.

È importante ricordare, in questi momenti, che rimanere cattolici comporta necessariamente il rifiuto delle dottrine conciliari e post-conciliari, oltre che della dottrina filosofica e teologica che le sorregge e pretende di giustificarle, cioè del modernismo. Non è possibile cambiare le parole del Cristo e i dogmi a seconda dei tempi e delle esigenze; non ne siamo i padroni e nessuno “spirito” può venire a cancellarle. Non sono una gabbia ma la manifestazione dell’ordine voluto da Dio per salvarci, quindi del suo amore per noi. Custodire fedelmente e inequivocabilmente tale ordine è l’unica via per conoscere veramente Dio e per amare veramente il prossimo, gettandogli davvero l’ancora di salvezza.

 

 


[1] Paolo VI, Istruzione Immensae caritatis, 29 gennaio 1973.
[2] Vedi l’acuta analisi della teologia ratzingeriana di S.E. Mons. B. Tissier de Mallerais, La strana teologia di Benedetto XVI, ed. Icthys 2012.
[3] Cfr. Don Mauro Tranquillo, “Una nessuna centomila. La Chiesa secondo Benedetto XVI”, in Atti del XV Convegno di studi cattolici, Rimini 2007.
[4] Cfr. Don Mauro Tranquillo, “Dalla Monarchia pontificia al fantasma del Papato. Vecchie eresie per una nuova immagine della Chiesa”, in Atti del XXI Convegno di Studi cattolici, Rimini 2013.