In morte di Michael Novak. La tesi di Weber, capitalismo e mito delle origini

novak

di Marco Manfredini

In morte di Michael Novak

Va bene che dei morti si tende a parlare sempre bene, ma vedere che l’elogio funebre si estende dal Foglio a L’Osservatore Romano, da Avvenire alla Croce fino alla Bussola quotidiana, qualche sospetto può farlo sorgere. Soprattutto a chi ha ancora presente (grazie alle impareggiabili cronache blondettiane dell’epoca) il neoconservatorismo rampante di inizio millennio, i pensatoi dai quali ne fluiva il velenoso liquido, la nefasta influenza sui governi, soprattutto repubblicani, che ebbe, le guerre che ne seguirono, eccetera.

Così, come in altri momenti di sconforto, ho consultato un’altra vecchia frequentazione culturale, stavolta d’oltreoceano, che immaginavo avesse qualcosa da dire in merito. L’articolo di E. Michael Jones è del duemiladieci, ma come al solito, non delude.

Non vi è ovviamente obbligo di prendere tutto per oro colato, ma almeno serva da antidoto al coro piuttosto… funebre.

La tesi di Weber: Capitalismo e mito delle origini

Traduzione di “The Weber Thesis: Capitalism and its Myths of Origin” by E. Michael Jones, Culture Wars, 2010. http://www.culturewars.com/2010/Weber%20Thesis.htm#_edn1 a cura di Marco Manfredini

Se facciamo eccezione per la sfera sessuale, nessun aspetto della vita contemporanea è così circondato dal mito come quello dell’economia, e quando si tratta di capitalismo, il grande creatore di miti dei nostri giorni è Michael Novak. Dopo un inizio di carriera come cristiano socialista e promotore della liberazione sessuale, Novak si unì allo staff dell’American Enterprise Institute [1] nel 1978, proprio quando il movimento neoconservatore stava prendendo piede e traslocava dal Trotskismo alla politica Reaganiana.
Nel 1982 Novak scrisse “Lo spirito del capitalismo democratico” che mirava a fornire una giustificazione teologica ai cattolici che volevano abbandonare il partito democratico e supportare l’amministrazione Reagan nella sua crociata contro il comunismo.

Il sostegno all’agenda Reagan presentava però altre conseguenze meno congeniali per un cattolico, come l’assalto ai sindacati (che iniziò con il licenziamento dei controllori del traffico aereo) e l’apertura del mercato automobilistico ai giapponesi in cambio dell’acquisto di buoni del tesoro, ma queste ed altre conseguenze negative dell’era Reagan non venivano evidenziate in quel momento.

Uno dei principali motivi per cui non venivano evidenziate a quel tempo era Michael Novak. Il professor Stephen M. Bainbridge definì Novak come “il pensatore cristiano più importante in materia economica”, e “Lo spirito del capitalismo democratico” senza dubbio il suo magnum opus.

“Lo spirito del capitalismo democratico”, continua Bainbridge, “apparso come samizdat [editoria clandestina, ndr] in Polonia negli anni ottanta, ha avuto un ovvio impatto su movimento Solidarnosc. La sua difesa ragionata del capitalismo democratico come fondato sui valori umani della tradizione Cristiano-Giudaica è stata d’aiuto a fornire un centro morale al movimento neoconservatore”, o almeno l’apparenza di un centro morale.

Meno ottimisti nella valutazione degli effetti che l’opera magna di Novak ha avuto nel dibattito economico, specialmente tra i cattolici, sono i curatori delle edizioni IHS del classico di Amintore Fanfani “Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo” [2]. Se la tesi di Fanfani che “c’è un abisso incolmabile tra la concezione di vita cattolica e quella capitalista” cade nel vuoto in questi giorni, specialmente tra i cattolici, la principale ragione di questa sordità è Michael Novak, “l’uomo” secondo i redattori “che è venuto a rappresentare tutto ciò che il pensiero cattolico ha da dire in materia economica”. Se c’è un uomo responsabile per l’ignoranza e l’ostilità verso la dottrina sociale della Chiesa, specialmente tra i cattolici, questo è Michel Novak. Se molti cattolici pensano che la Quadragesimo Anno sia un gobbo che vive nella torre campanaria della cattedrale di Notre Dame a Parigi, la ragione principale del malinteso è sempre Michael Novak.

Come è possibile allora che pensatori cattolici possano giungere a conclusioni così contraddittorie sull’opera di Novak? Beh, può essere perché il libro stesso è basato su una contraddizione.

Al cuore del libro troviamo una creatura mitologica, non diversa dalla chimera di Omero, conosciuta come “capitalismo democratico”. Questa creatura è un composto incoerente che presumibilmente ha i poteri attribuibili agli animali da cui è composta, poteri fino ad allora sconosciuti nel mondo del pensiero economico.

Secondo la teoria economica di Novak: La democrazia politica è compatibile in pratica solo con l’economia di mercato [3].

In realtà democrazia e capitalismo, come libertà ed uguaglianza della Rivoluzione Francese, sono antitetici. Il capitalismo sempre concentra la ricchezza, e quindi il potere, in mani via via più ridotte. Non ha mai sentito parlare di Cina Michael Novak?

La moderna democrazia e il moderno capitalismo procedono da identici impulsi storici [4].

Come nell’Inghilterra Elisabettiana? Nella Francia Rivoluzionaria? Firenze sotto Savonarola? Ognuno di questi casi ha avuto capitalismo o democrazia ma non entrambi. Platone ci ricorda che democrazia segue plutocrazia come sua antitesi quando la generazione più giovane si rende conto che gli anziani avevano venduto i loro diritti di nascita. La tesi del libro di Kevin Phillips “Ricchezza e democrazia” [5] è che la storia americana è una lotta tra ricchezza e democrazia, in altre parole, le due sono antitetiche, non complementari.

La logica naturale del capitalismo conduce alla democrazia [6].

Questa affermazione è vera in un certo senso. Come Platone ha sottolineato ne La Repubblica, l’aristocrazia conduce alla plutocrazia, che porta alla democrazia rivoluzionaria, che a sua volta apre la strada alla tirannia.

Se escludiamo il libro di Adam Smith, il concetto di sviluppo non esisteva. Nel 1800, un detto come quello dell’Ecclesiaste ‘Non v’è nulla di nuovo sotto il sole’ ricopriva un mondo per lo più inerte. In molte regioni, le imprese economiche stagnavano [7].

Tutti i progressi economici su cui si basa il moderno capitalismo, inclusa la contabilità in partita doppia, le cambiali, la riserva frazionaria bancaria, esistevano già nelle città stato del nord Italia all’inizio del XV secolo, vale a dire 400 anni prima di quando Novak dice che apparvero in Inghilterra.

L’invenzione dell’economia di mercato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti ha rivoluzionato il mondo tra il 1800 e il presente più profondamente di qualsiasi altra singola forza. Dopo cinque millenni di maldestri tentativi finalmente gli esseri umani hanno trovato il modo di produrre ricchezza in modo sistematico e sostenuto [8].

L’economia di mercato non fu inventata né in Gran Bretagna né negli Stati Uniti. Durante gli ultimi due decenni del XX secolo e il primo del XXI secolo, il capitalismo è stato responsabile della distruzione di miliardi di dollari in America attraverso schemi di saccheggio sottilmente velati come i leveraged buy-outs. Durante l’ultimo decennio del XX secolo, la Russia è stata saccheggiata in modo ancor più rapace sotto la supervisione di Jeffery Sachs e Lawrence Summers, allora presidente dell’università di Harvard. Il saccheggio della Russia fu così osceno che Harvard venne citata in giudizio dal governo degli Stati Uniti e ha dovuto pagare multa più elevata nella sua storia, che ha condotto alle dimissioni di Summers da presidente di Harvard. Summers è ora direttore del National Economic Council per l’amministrazione Obama [9].

La chiesa non ha capito la nuova economia… la cultura latina non comprende le scienze economiche [10].

Il signor Novak non considera l’Italia come parte della cultura latina? Non è la chiesa cattolica romana parte della cultura latina? Non è il quartier generale della chiesa cattolica romana a Roma? Non è Roma in Italia? Per sostenere la sua tesi, cioè che l’Inghilterra ha inventato l’economia moderna, la Chiesa è ignorante sui principi economici, Novak deve affermare che l’Italia economicamente era un fallimento, quando è vero l’esatto contrario.

L’Italia era il centro finanziario dell’Europa da secoli. Durante l’alto Medio Evo, quando l’Italia stava fondando istituti bancari a Bruges, dominando il commercio in Europa, e rimanendo al passo con i progressi finanziari che avrebbero rivoluzionato il commercio, l’Inghilterra esportava principalmente lana grezza.

La chiesa cattolica ha avuto la tendenza, in particolare a causa della posizione in Italia del Vaticano, a rimanere scomodamente nel passato, con solo un tenue collegamento alle società liberali. In un parola essa è rimasta fuori e, io penso, ha mal interpretato la rivoluzione capitalista liberal-democratica [11].

L’inquadramento di Novak della questione è così tendenzioso che necessita di essere un po’ smontato prima di essere confutato. Egli considera Firenze sotto Savonarola una “società liberale”. Savonarola ha certamente promosso la democrazia, ma si è opposto alla plutocrazia (che è un’altra parola per dire capitalismo), come si manifestava a quel tempo con gli interessi bancari dei Medici. Di fronte ad un’espansione senza precedenti del commercio in Italia durante i secoli XIII, XIV e XV, la Chiesa fu profondamente e intimamente coinvolta nel vagliare quali aspetti dello sviluppo economico erano benefici per la società e quali non lo erano.

Nord e Sud America furono fondati su due idee di politica economica radicalmente differenti. Una tentava di riprodurre la struttura politica ed economica della Spagna feudale e mercantile. L’altra voleva stabilire un novus ordo saeculorum, un nuovo ordine attorno a nuove idee mai realizzate prima nella storia umana [12].

In realtà Nord e Sud America furono fondate esattamente sullo stesso sistema, conosciuto come mercantilismo. Novak ignora il fatto che questo sistema trovò accettazione da parte di tutti i poteri coloniali nel Nord America: Inghilterra, Francia, Spagna e Olanda.

Novak tenta di trarre profonde conclusioni teologiche dal fatto che gli Stati Uniti hanno una più larga economia rispetto ai singoli stati del Sud America, anche se per buona parte del XX secolo l’Argentina non è stata molto lontana. L’esito della conquista coloniale nel Nord America non fu deciso dal trionfo di un’idea superiore; in termini economici, tutti i poteri coloniali avevano la stessa idea.

La conquista è stata fatta grazie alla forza delle armi. Mercantilismo fu un altro nome di guerra economica. Tutte le potenze mercantili combatterono guerre per i privilegi economici esclusivi collegati al diritto di colonizzare il Nord America. In queste guerre, Inghilterra combattè sia contro Francia che contro Olanda. Che lezione teologico-economica il signor Novak trae dall’Inghilterra che combatte l’Olanda, un paese ancora più calvinista dell’Inghilterra stessa?

I latino-americani non apprezzavano le stesse qualità morali dei nordamericani.

Dichiarazioni di questo tipo possono avere senso per i neoconservatori che hanno ingaggiato Novak presso l’American Enterprise Institute al tempo in cui scrisse “Lo spirito del capitalismo democratico”, ma sono incomprensibili per i cattolici, inclusi quelli che vivono nel Nord e nel Sud America. Il cattolicesimo è l’obiettivo del libro di Novak precisamente perché la Chiesa Cattolica è la principale istituzione in sostegno dell’idea che la politica economica deve essere subordinata alla legge morale.

Ora che i segreti del progresso materiale continuo sono stati scoperti, la responsabilità della riduzione di fame e miseria non sono più di Dio ma nostre [13].

Peccato che questi segreti non abbiano raggiunto Detroit.

Nessuna regione degli Stati Uniti è più povera di quanto non fosse nel 1900.

Vedi commento sopra.

 

Locke e le fragole

John Locke una volta scrisse che gli inventori di nuovi processi economici e prodotti (la chinina, per esempio), erano benefattori del genere umano più grandi dei primi dispensatori di carità. Potrebbe essere stato Locke (1632-1704) ad articolare per primo una nuova possibilità di organizzazione economica. Egli osservò che un campo di fragole, altamente favorito dalla natura, lasciato a sé stesso poteva produrre ciò che sembrava essere un’abbondanza di fragole. Soggetto a coltivazione e cura da parte di un’intelligenza pratica, però quel campo poteva produrre non il doppio ma dieci volte tanto le fragole del campo iniziale. In breve, Locke concluse che la natura era molto più ricca di possibilità di quanto gli esseri umani non si fossero mai accorti fino ad allora [14].

L’invocazione di Novak del nome di John Locke è la prova infallibile che la chimera del capitalismo democratico risiede in un regno mitico chiamato Whig history [15]. Una delle figure eroiche della Whig history è appunto John Locke. Dal momento che Novak sta scrivendo sulla Whig history, ha bisogno di trascinarvi dichiarazioni di Locke, non importa quanto assurde, in questo contesto, e dare ad esse un’importanza che la loro banalità non merita.

La Whig history si basa sull’abilità di trarre grandi conclusioni teologiche da dubbie premesse storiche: stiamo parlando di cose come la scoperta di Locke del significato teologico delle fragole. O dell’attribuzione a Locke di dichiarazioni che hanno fatto parte dei luoghi comuni del pensiero cattolico per secoli, ad esempio “Locke’s vision of a novel and invigorating sense of the human vocation”. O affermazioni completamente errate, come “La storia non dovrà più essere considerata come ciclica”. Quale uomo vissuto in Europa in qualsiasi epoca dopo la nascita e la crocifissione di Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, che abbia familiarità con una Bibbia che inizia con la creazione del mondo e finisce con la descrizione della fine del mondo, ha mai creduto che la storia fosse ciclica?

Determinato a portare acqua al suo mulino, Novak prosegue rivendicando che l’influenza di Locke è stata così grande da condizionare la nostra percezione di come Dio lavora nella storia:

Dopo Locke, la riflessione sui modi in cui Dio agisce nella storia (teodicea) è cambiata. Il modo in cui Dio agisce nella storia è ora pensata come progressiva, aperta, soggetta alla libertà e diligenza umana. La vocazione dell’essere umano è stata come nobilitata. Gli uomini non avrebbero più immaginato il loro destino come passivo, sottomesso e causa di infinite sofferenze. Sarebbero stati chiamati ad un’ingegnosa, prudente, lungimirante, laboriosa opera al fine di realizzare, dalla loro obbedienza alla chiamata di Dio, la costruzione e il perfezionamento del regno di Dio sulla terra [16].

Il senso del tempo di Michael Novak è inquietante. Nell’ambito del pensiero popolare prevede e agevola l’ascesa delle posizioni neoconservatrici nella politica estera americana. Nell’ambito dello sviluppo di idee, il suo libro è incredibilmente errato. Esso si basava su un fondamento intellettuale che era appena crollato. Lo spirito del capitalismo democratico tentava di resuscitare la leggenda nera a beneficio dell’amministrazione Reagan proprio nel momento in cui l’ultimo chiodo veniva piantato nella bara della Whig history con la pubblicazione “La spoliazione degli altari” di Eamonn Duffy. Novak basava la sua appropriazione della Whig history sugli scritti di H.R. Trevor-Roper [17], un noto anticattolico le cui credenziali come storico subirono un serio colpo quando scommise la sua reputazione sull’autenticità dei diari di Hitler. Trevor-Roper, conosciuto tra i suoi studenti come Professor Clever-Groper [18] sosteneva che “le tecniche segrete del capitalismo venivano esportate in altre città” e poi si chiedeva “Perchè?” [19]

La Whig history è nota per prendere un fatto storico, in questo caso il declino del commercio nel Mediterraneo se confrontato con l’ascesa del commercio nell’Atlantico che seguì la scoperta del nuovo mondo, e poi caricarlo di significato teologico, vale a dire mostrare la superiorità della cultura anglo-protestante nel destare la gloriosa rivoluzione. Novak carica ulteriormente il gioco facendo riferimento a quegli stati occupati nel commercio mediterraneo come “roccaforti della Controriforma”, assicurando che nessun lettore avrebbe mai ascritto alcun cambiamento nella fortuna economica al proprio cattolicesimo. Abbastanza sicuro, Novak utilizza la resurrezione tendenziosa di Trevor-Roper della leggenda nera come un bastone col quale colpire la Chiesa, scrivendo ad esempio:

Per Trevor-Roper, il fatto decisivo [nello sviluppo del capitalismo] fu una nuova alleanza di Chiesa e Stato, più intollerabile ogni anno che passava, che guidò una nuova classe di uomini d’affari cattolici in alcuni casi fuori dalla Chiesa, ma in molti più casi fuori dalle loro città e paesi nativi. Andarono alla ricerca di città non più sotto il controllo di principi e vescovi; cercavano città auto governate a modello repubblicano [20].

Questo perchè:

Lo stato della Controriforma impugnava il valore religioso del commercio. Proibiva o limitava l’impresa nel settore privato. Dava licenza a certi imprenditori di sviluppare monopoli di stato; favoriva il mercantilismo di stato sopra il mercantilismo privato [21].

Tanto per cominciare, non esisteva una cosa come il mercantilismo privato. Il mercantilismo era, per definizione, attività economica sponsorizzata dal governo. Secondariamente, quando si tratta di una intollerabile alleanza fra Chiesa e Stato c’è mai stato un governo più repressivo dell’Inghilterra elisabettiana?

Novak sta forse sostenendo che non ci fu alleanza tra Chiesa e Stato nell’Inghilterra del XVI secolo? Sta affermando che Elisabetta non garantiva monopoli di stato? Sta dicendo che Elisabetta non favoriva quel pleonasmo conosciuto come “mercantilismo di stato”? Infine, dove si trovavano “le città autogovernate di tipo repubblicano” elogiate da Novak? Erano in Inghilterra? No, queste città, posti come Venezia, Milano, Firenze, Siena, si trovavano in Italia, dove erano state la prima linea del progresso economico per secoli.

Nel tentativo di Novak di ravvivare la leggenda nera, tutta la storia diventa una messa in scena dove le forze inglesi trionfano sugli oppositori cattolici a causa dell’innata superiorità delle loro idee, che ruotano tutte attorno all’emancipazione della vita economica da una supervisione morale. Secondo Novak, l’errore è tutto da parte cattolica, in particolare ne “il fallimento del pensiero cattolico di afferrare il potenziale creativo del capitalismo democratico”.

Amintore Fanfani, che conosceva bene l’idea pretestuosa che lo sviluppo del capitalismo fu più intenso nei paesi protestanti che in quelli cattolici, era riluttante a concludere che l’ascesa dell’Inghilterra come potenza economica fu favorita dalla superiorità delle idee inglesi, e in particolare dell’idea inglese più tardi adottata di capitalismo. Più importante dal punto di vista di Fanfani fu “lo spostamento del commercio dal Mediterraneo all’Atlantico”, così come gli svantaggi che sorsero dal fatto che l’Italia era “economicamente divisa in innumerevoli mercati” mentre “lo stato nazionale Inglese stava già facendo passi da gigante verso l’unificazione, di cui godeva pieni benefici al tempo in cui in Italia non c’erano che pochi individui che si rendevano vagamente conto dei vantaggi che sarebbero derivati da accordi tra i vari stati italiani in vista di risultati politici ed economici definiti. L’importanza per il capitalismo di un mercato vasto ed unificato (importanza di gran lunga superiore della forma di religione) può essere verificato dalla sintesi della storia economica di Francia e Germania”.

“Non c’è bisogno”, conclude Fanfani, “di cercare misteriose influenze”.

La tesi di Novak si basa su una particolare spiegazione delle origini del capitalismo conosciuta come la tesi di Weber. Nel 1904 e 1905, il sociologo tedesco Max Weber scrisse due articoli sulle origini del capitalismo che furono pubblicati più tardi (dopo la sua morte nel 1920), sotto il titolo “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. Il cuore della tesi di Weber è che il capitalismo fu creato da pii protestanti nel XVII secolo: “La forza che lo produsse fu la fede associata al nome di Calvino. Il capitalismo fu la controparte sociale della teologia calvinista”. Questo spiegherebbe perchè “imprenditori e possessori di capitale sono prevalentemente protestanti”.

Se Novak esce dal seminato conferendo l’aura di “santità” (termine suo) ad affari economici che la Chiesa Cattolica ha sempre considerato peccaminosi, è perchè ha preso l’idea da Weber. La Riforma (e il modo in cui è vista in alcuni paesi protestanti come gli Stati Uniti) è il termine che compie questa trasvalutazione di valori intellettualmente plausibili, come quando Novak scrive:

Per il calvinista, argomenta Weber, la chiamata non è una condizione in cui l’individuo nasce, ma un’impresa faticosa ed impegnativa da scegliere egli stesso, e da perseguire con un senso di religiosa responsabilità. Battezzata nella tonificante e gelida acqua della teologia calvinista, la vita negli affari, una volta considerata pericolosa per l’anima (“summe periculosa est emptionis et venditionis”), acquista una nuova santità [22].

Nel 1934, la prima ampia critica cattolica alla tesi di Weber apparve con la pubblicazione del libro di Amintore Fanfani “Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo”. Fanfani fu allievo di Giuseppe Toniolo, il quale lavorò a stretto contatto con Papa Pio XI, che emanò la Quadragesimo Anno, il seguito della Rerum Novarum e uno dei pilastri della dottrina sociale della Chiesa in quegli anni. Fanfani descrisse ciò che chiamava “l’ipotesi di vasta portata di Weber” come “mal formulata”.

Secondo la sua analisi, “La soluzione di Weber è inaccettabile, perchè non ammette che lo spirito capitalista esisteva prima dell’idea di vocazione protestante”. “E’ possibile”, si chiede Fanfani, “per l’essenza di una cosa” (e per Weber lo spirito capitalista costituiva l’essenza del capitalismo) “iniziare ad esistere molto tempo prima della cosa stessa?” La tesi di Weber ignora il “fatto capitalista” che è si è verificato molto prima della nascita del protestantesimo, e continua:

“Se ammettiamo che non ci potevano essere capitalisti a meno che non fossero prodotti dallo spirito capitalista, dobbiamo concludere che lo spirito capitalista esisteva prima del protestantesimo. Se ragioniamo logicamente dai dati che ci fornisce Weber, non possiamo che arrivare a questa conclusione. Pertanto, non possiamo accettare l’idea di vocazione all’origine dello spirito capitalista, altrimenti dovremmo dire che esisteva in un periodo precedente. La spiegazione di Weber è perciò inadeguata” [23].

La vera origine del capitalismo non fu in Inghilterra nel XVII secolo, ma in Italia nel XV. La nuova mentalità capitalista apparve anzi in un punto ancora precedente del tempo, tra il XIV e il XV secolo, in regioni come la Toscana, la Lombardia, le Fiandre. Questa mentalità, secondo Fanfani

guidò l’economia tardo medievale dei mercanti e dei primi imprenditori e commercianti intelligenti e senza scrupoli; una mentalità che Weber ha identificato come se fosse comparsa più tardi in regioni influenzate principalmente dal protestantesimo [24].

Come sottolineano i curatori dell’edizione IHS del libro di Fanfani:

In sostanza, il capitalismo è nato, almeno come mentalità, se non come struttura economica pienamente sviluppata, nel mondo mercantile di Firenze, delle Fiandre, e dei porti anseatici, in particolare nel XIV secolo, come forma secolarizzata di quell’attivismo cristiano che mirava a trasformare il mondo. Quell’operosità cristiana che affondava le sue radici nella regola benedettina dell’”ora et labora” [25].

Non furono i virtuosi puritani a darci il capitalismo; furono i decadenti cattolici. Fanfani “vide proprio in questo stesso spirito non uno sviluppo ma un’inversione, quasi una degenerazione, dell’etica del Vangelo”, che comportò “l’indebolimento dell’influenza della concezione sociale proposta e supportata dal cattolicesimo medievale”. Questa, e non il protestantesimo “è la circostanza che spiega la crescita dello spirito capitalista nel mondo cattolico”. Il capitalismo nacque a causa della “crescente distanza, specialmente della classe imprenditoriale e mercantile, dall’etica cattolica; la decrescente influenza esercitata dalla chiesa, in seguito alla rottura della cristianità e la nascita del protestantesimo, accelerò solamente un processo che, nondimeno, non era nato dalla riforma, ma aveva le sue origini più indietro nel tempo” [26].

La consapevolezza di questo contesto storico porta Fanfani alla sua più fondamentale conclusione, e alla premessa sopra la quale costruì la sua teoria economica, cioè che l’ethos cattolico è anti-capitalistico. Il cattolicesimo:

è un sistema che mette altri criteri sopra l’economia, perciò è avversario del capitalismo. La teologia e la filosofia cattolica postulano un criterio religioso come principio supremo di razionalizzazione della vita, anche nei suoi aspetti economici; ancora, la filosofia cattolica subordina la razionalizzazione economica alla razionalizzazione politica, in cui mette in relazione il benessere materiale del singolo al benessere materiale del prossimo, e subordina il benessere puramente economico del singolo al benessere sociale nel più esteso senso del termine [27].

Come dice Fanfani in un altro punto dello stesso libro, “c’è un incolmabile divario tra la concezione della vita cattolica e quella capitalistica”. La ragione di questo divario è la legge morale. Il cattolicesimo vede ogni attività umana intenzionale come governata dalla legge morale, e l’economia non è altro che un’attività umana intenzionale; quindi, l’attività economica deve essere governata dalla legge morale.

Capitalismo, d’altra parte, non significa altro che esclusione di considerazioni morali dal campo dell’attività economica. Pretende di essere una scienza simile alla fisica o alla matematica, così da camuffarne la vera essenza, che è l’esclusione di ogni riserva morale da una disciplina che non è basata sul moto fisico, ma sui capricci dell’arbitrio umano.

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Essendo basata sulle scelte umane, l’economia è inesorabilmente legata all’etica. Le valutazioni etiche fanno parte della sua grammatica, sia sotto forma di regole istituzionali sulle azioni individuali che presuppone, sia nel modello di condotta individuale (di ricerca del profitto e assenza di ogni vero altruismo) sulla quale è fondata.

Inoltre, il telos [28] della politica economica e anche dei regimi legali ed economici si basa su una concezione di cosa è bene per la società. In virtù di ciò, l’aspetto morale è così intimamente legato all’economia quanto la matematica lo è alla fisica. Questo è precisamente il collegamento che l’ideologia capitalista sopprime.
La critica di Fanfani smaschera la “nuova santità” della tesi di Weber in definitiva come poco più di una razionalizzazione che presta credibilità morale a comportamenti fino ad allora considerati dei peccati. Ma la repressione della realtà economica e morale che il tentativo di appropriazione religioso di Weber compie, non riesce mai del tutto.

Più Novak cerca di spiegare la “nuova santità” del capitalismo, più ciò che era stato represso riemerge inaspettato nelle sue spiegazioni, come quando afferma che:

la nozione che l’applicazione costante di intelligenza pratica alle attività economiche potrebbe aprire nuovi e inediti orizzonti aspettava lo spirito del capitalismo. Weber distingue lo spirito dello sforzo continuo incrementale dall’avventura, la pirateria, la fortuna, il caso [29].

Novak menziona ripetutamente la pirateria.

Il nuovo capitalismo non è una questione di avventura o pirateria ma una impresa continua, pianificata e organizzata, misurata da profitti e perdite. Senza l’invenzione della contabilità in partita doppia, senza sofisticazioni matematiche, senza tecniche di analisi rese possibili dalla scienza moderna, la continua valutazione non sarebbe stata possibile [30].

Novak dà l’impressione che solamente dal genio inglese poteva nascere qualcosa di così avanzato. Il solo problema è che l’inglese, nonostante le profonde affermazioni di Locke sulle fragole, non ha praticamente nulla a che vedere con l’invenzione delle novità economiche sulle quali si basa il capitalismo. La partita doppia è stata inventata da italiani, così come la cambiale e la riserva frazionaria. E questa sarebbe l’incapacità latina quando si tratta di scienze economiche.

 

Pirateria

Gli inglesi, d’altra parte, erano notoriamente promotori della pirateria. Il fatto trova inavvertitamente conferma nella miglior esposizione della tesi di Weber in lingua inglese, “Religione e ascesa del capitalismo” di R.H. Tawney. Questi scrive:

Weber, in un celebra saggio, espone la tesi che il calvinismo nella sua versione inglese è genitore del capitalismo. Secondo Weber il radicalismo religioso andava mano nella mano col radicalismo economico [31].

Nel tentativo di dimostrare la tesi di Weber, tuttavia, Tawney involontariamente la confuta. Ogni istanza di pensiero puritano che Tawney cita per mostrare la transizione dal puritanesimo al capitalismo va storta. Richard Baxter, il divino puritano che sia Tawney che Weber citano come pensatore del nuovo capitalismo, è completamente scolastico nelle sue teorie economiche, come quando scrive che un uomo “non deve ottenere un buon prezzo per la sua merce tramite estorsione facendo leva sull’ignoranza, l’errore o la necessità”. O “nessun uomo può garantirsi un guadagno pecuniario danneggiando il prossimo”. O quando scrive che “non deve incrementare (incorporando) i suoi possedimenti senza considerarne l’effetto sugli inquilini/affittuari, o sfrattarli senza compensarli, in modo da causare spopolamento”. Il cristiano, conclude Baxter, “deve gestire i suoi affari in modo da evitare il peccato piuttosto che la perdita”, e cercare prima di preservare la pace della sua coscienza.

Ignaro del fatto di aver appena smentito la tesi di Weber, Tawney scrive:

La prima caratteristica da usare per convincere il moderno lettore con questo insegnamento è il suo conservatorismo. Al confronto delle rivoluzioni economiche e politiche degli ultimi due secoli, è veramente minimo, dopo tutto, il cambio nella presentazione dell’etica sociale nella fede cristiana! [32]

Tawney poi prosegue rimarcando in modo più forte il concetto:

I discorsi di Baxter sull’equità nei guadagni, sui giusti prezzi, sugli affitti ragionevoli, sul peccato di usura, sono sullo stesso tono, se non con le stesse conclusioni, di uno scolastico medievale, si discostano da uno degli ultimi dottori, come Sant’Antonino, non più di quanto Sant’Antonino stesso differiva dall’Aquinate [33].

La religione, in altre parole, non ha portato alla nascita del capitalismo. I puritani erano conservatori come gli scolastici quando si trattava di teorie economiche, specialmente se teniamo conto delle conclusioni degli ultimi scolastici al Concilio Laterano del 1515. La conclusione da trarre dagli scritti di Tawney è inequivocabile. La fonte del grande cambiamento nel corso della civilizzazione occidentale, conosciuta come capitalismo, non fu evidentemente religiosa.

Infatti, quando Tawney andò in giro per esaminare i cambiamenti nella vita inglese durante la cruciale
prima metà del XVI secolo, ogni indizio portava fuori dall’ambito religioso. Tanto per cominciare, il grande sconvolgimento nella vita inglese ebbe luogo cento anni prima dell’epoca in cui Tawney e Weber facevano risalire il cambiamento dottrinale, e duecento anni prima di quando avvenne l’effettivo cambio. La causa reale non fu un cambio di dottrina religiosa; fu il furto delle proprietà della chiesa e l’incorporamento delle terre col successivo sfratto che seguì questa orgia di “privatizzazioni”. Non fu la religione che causò lo sconvolgimento. Come dice Tawney stesso, “fu il saccheggio agrario che mosse principalmente la cupidigia dell’epoca, e i reclami degli agrari che rappresentavano l’aspetto più importante della questione sociale”. La “nuova santità”, ad un più attento esame, si scopre essere simile ai vecchi vizi, quelli conosciuti come avarizia, furto e saccheggio.

Cento anni prima che puritani come Baxter e Ames lo mettessero per iscritto, gli atti di Enrico VIII e del parlamento, tagliando i ponti tra l’Inghilterra e la Chiesa di Roma,

produssero una radicale redistribuzione della ricchezza, attuata da una minoranza senza scrupoli usando le armi della violenza, della frode e dell’intimidazione, grazie ad un’orgia di interessati atti di malgoverno da parte dei principali beneficiari, che aggravò ogni problema e diede un nuovo giro alla vite che stava schiacciando il contadino e l’artigiano [34].

Tawney è, se possibile, ancora più eloquente di Weber nel descrivere cosa successe veramente in Inghilterra durante la vera nascita dell’epoca capitalista:

I signori, non più piccoli sovrani, ma astuti uomini d’affari affittavano le loro terre ad agricoltori capitalisti, pronti a coglierne i profitti derivanti dai pascoli di pecore, e desiderosi di smantellare la rete di restrizioni comunali che impedivano la loro estensione. La rivoluzione nei prezzi, dopo il 1540, iniettò un virus di insospettata potenza fino ad allora, allo stesso tempo stimolante per l’imprenditoria febbrile e acido dissolvente per tutte le relazioni commerciali abituali. L’obiettivo del grande proprietario terriero non era più quello di avere a disposizione un esercito di servitori, ma di sfruttare le sue proprietà come redditizio investimento. L’inquietante insicurezza di un crescente, benchè ancora piccolo, proletariato, fu distaccata dalla sua ristretta nicchia di villaggio o quartiere, e divenne il gioco di forze sociali che loro non potevano né comprendere, né arrestare, né controllare. Se, comunque, il problema era già acuto molto prima della confisca dei beni monastici, si aggravò ulteriormente con la furia delle spoliazioni liberalizzate da Enrico e Cromwell.  Beni immobili con valori capitali di 15-20 milioni di sterline (in moneta odierna) cambiavano di mano. Alle terre di abbazia che entrarono nel mercato dopo il 1536 si aggiunsero quelle di corporazioni e cappelle nel 1547 [35].

L’impatto di ciò che avvenne in Inghilterra nei decenni di mezzo del XVI secolo fu comparabile alle “privatizzazioni” che ebbero luogo in Russia negli anni 1990, e dalla continuità storica che collega i due eventi possiamo giungere alla vera definizione di capitalismo.

Lontano dall’essere espressione di una vaga “nuova santità”, il capitalismo fu sempre la razionalizzazione e la promozione del saccheggio. L’unica cosa che è cambiata in 500 anni della sua storia è il livello di sofisticatezza degli strumenti che consentono il furto.

Tawney è molto eloquente nel descrivere sia i furti che i ladri. Enrico VIII partecipò al saccheggio perchè il governo “chiese un partito per portare a termine la rivoluzione”. Dal saccheggio uscì anche un genio della finanza, che contribuì a compierlo: sir Richard Gresham, padre della legge Gresham, un uomo i cui meccanismi finanziari sofisticati non erano da meno dei leveraged buy-outs dell’era Boesky o degli schemi Ponzi di Bernie Madoff. Infatti, le cosiddette “riforme” avevano più a che fare con gli immobili che non con la teologia, e avevano molto più in comune con la cartolarizzazione dei mutui subprime che con la predestinazione o qualsiasi altra questione teologica (con buona pace dei signori Weber, Tawney e Novak).

Come Tawney stesso scrisse, il risultato netto della riforma inglese

fu di alienare la maggior parte delle terre quasi immediatamente e di utilizzare il capitale come reddito. Per un decennio ci fu una mania di speculazione fondiaria. Molte delle proprietà furono vendute da cortigiani bisognosi a cifre irrisorie. Gran parte di esse passarono a scaltri uomini d’affari, che misero a frutto nella loro gestione i metodi imparati alla scuola finanziaria della City. Il maggior concessionario (grantee) singolo fu sir Richard Gresham [36].

In poco tempo l’opportunistico saccheggio dei beni della Chiesa si trasformò in un vero e proprio sistema economico:

A Londra, gruppi di commercianti diedero forma a veri e propri sindacati per sfruttare il mercato. Affitti estorsivi, espropri, e conversioni di terra coltivabile in pascoli furono il naturale risultato, perché gli agrimensori (surveyors) contestavano i valori ad ogni trasferimento, e fino a che l’acquirente non avesse spremuto i suoi fittavoli (tenants), la transazione non sarebbe avvenuta.

Se la religione giocò un ruolo nell’ascesa del capitalismo fu primariamente come pretesto per il saccheggio. Nonostante l’intento di sostenere le tesi weberiane, Tawney fornisce la miglior descrizione della relazione tra religione e ascesa del capitalismo quando scrive che

l’aristocrazia parvenu del futuro aveva i denti nella carcassa, e avendo gustato il sangue, non doveva essere infastidita da una predica [37].

Cercando ancora di salvare l’apparenza della tesi di Weber, Tawney scrive nondimeno che

il puritanesimo, non la secessione dei Tudor da Roma, è stata la vera riforma inglese, ed è da questa battaglia contro il vecchio ordine che un’Inghilterra inequivocabilmente moderna è emersa.

Questo può essere vero per la Riforma, ma è vero l’esatto opposto per quanto riguarda il capitalismo. Il capitalismo in Inghilterra iniziò con il saccheggio dei monasteri. Fu la sistematica razionalizzazione di questo saccheggio che sarebbe stata conosciuta come Whig history, e non la religione puritana, che diede vita al credo per cui:

l’individuo è padrone assoluto dei suoi averi, ed entro i limiti imposti dalla legge positiva può sfruttarli con un occhio al suo vantaggio pecuniario, senza alcun obbligo di posporre il suo profitto al benessere del prossimo, o di rendere conto delle sue azioni da una più alta autorità. Era, in sostanza, la teoria della proprietà che sarebbe stata accettata più tardi da tutte le comunità civilizzate [38].

E conosciuta come capitalismo.

Il saccheggio, e non la religione (certamente non il puritanesimo) portò all’affermazione del capitalismo. Lo stessa testimonianza di Tawney ci dice:

I pensatori più rappresentativi della Chiesa d’Inghilterra non avevano intenzione di rompere con le dottrine tradizionali. I pronunciamenti degli uomini di fede nel regno di Elisabetta avevano più affinità con la dottrina scolastica che con quelle in voga dopo la Riforma. Nella sua convinzione che vendere e comprare, affittare e ingaggiare, concedere e prendere prestiti sono attività che devono essere controllate dalla legge morale, della quale la Chiesa è la guardiana, l’opinione religiosa dopo la Riforma non differisce dall’opinione religiosa precedente ad essa [39].

La religione non ha cambiato l’economia, come Weber sostiene; al contrario, l’economia ha cambiato la religione. La cosiddetta Riforma in Inghilterra fece uso di pretesti religiosi per spostare una grande quantità di ricchezza dalle mani della Chiesa Cattolica a quelle dei saccheggiatori.

Che la Chiesa d’Inghilterra di nuova costituzione beneficiò di questo trasferimento è innegabile, e che questo fatto causò risentimento tra le libere chiese, cioè i puritani, tagliati fuori dalla spartizione del bottino, è ugualmente innegabile. La questione non fu di teoria religiosa; fu una questione di furto con giustificazione religiosa. La figura cruciale in tutto ciò non fu qualche bacucco puritano le cui dottrine economiche erano indistinguibili da quelle di Sant’Antonino da Firenze, ma piuttosto capitalisti come “Sir Tomas Gresham, che gestì gli affari del Governo di Anversa”.

Per gente come Gresham, l’idea di teologi che proibissero redditizi rendimenti su prestiti usurari era una pura follia, perchè interpretava ogni transazione da un punto di vista esclusivamente economico, escludendo ipso facto ogni considerazione di ordine morale. Il nome di questo punto di vista economico fu capitalismo. La stessa verità applicata oggi (la soppressione della legge morale nella sfera economica) è l’infallibile segno che si tratta di capitalismo. Che insieme al saccheggio (prassi che lo segue), sono le costanti che accompagneranno il progresso della “nuova santità” nel corso dei cinquecento anni di storia successiva, fino ai giorni nostri.

Sia Weber che Tawney, come i loro epigoni alla Michael Novak, in altre parole, hanno capito male. La religione non ha portato alla nascita del capitalismo; il capitalismo ha portato alla corruzione della religione. La situazione reale, la si trova capovolgendo la tesi di Weber.

 

 


[1] L’AEI è una Fondazione culturale nota per l’elaborazione e la diffusione dell’ideologia neoconservatrice in America e nel mondo.
[2] IHS è l’editore americano, in Italia Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, di Amintore Fanfani, fu edito da Vita e Pensiero nel 1934.
[3] Michael Novak, The Spirit of Democratic Capitalism (New York: American Enterprise Institute/Simon & Schuster, 1982).
[4] Ibidem.
[5] https://www.amazon.com/Wealth-Democracy-Political-History-American/dp/0767905342/ref=sr_1_4? s=books&ie=UTF8&qid=1487625573&sr=1-4
[6] Michael Novak, The Spirit of Democratic Capitalism.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] Eravamo nel 2010.
[10] Michael Novak, The Spirit of Democratic Capitalism, cit.
[11] Ibidem.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] Ibidem.
[15] Whig history è la storia del partito o movimento Whig.
[16] Michael Novak, The Spirit of Democratic Capitalism, cit.
[17] H.R. Trevor-Roper, “Religion, the Reformation and Social Change”, in The European Witch-Craze of the Sixteenth and Seventeenth Centuries and Other Essays (New York: Harper & Row, 1969).
[18] Gioco di parole canzonatorio che potrebbe suonare come “abile palpeggiatore”.
[19] H.R. Trevor-Roper, “Religion, the Reformation and Social Change”, cit.
[20] Ibidem.
[21] Ibidem.
[22] Michael Novak, The Spirit of Democratic Capitalism, cit.
[23] Amintore Fanfani, Cattolicesimo e protestantesimo nel-la formazione storica del capitalismo, edito da Vita e Pensiero nel 1934.
[24] Ibidem.
[25] Ibidem.
[26] Ibidem.
[27] Ibidem.
[28] Nella filosofia di Aristotele, finalità, termine ultimo, perfezionamento definitivo cui tendono gli esseri.
[29] Michael Novak, The Spirit of Democratic Capitalism, cit.
[30] Ibidem.
[31] R.H. Tawney, Religion and the Rise of Capitalism: a Historical Study, (Holland Memorial Lectures, 1922).
[32] Ibidem.
[33] Ibidem.
[34] Ibidem.
[35] Ibidem.
[36] Ibidem.
[37] Ibidem.
[38] Ibidem.
[39] Ibidem.

 

 

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