Ponti? No, la civiltà è prodotta dai muri

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di Gianfranco Morra – Fonte: ItaliaOggi (edizione cartacea di oggi, mercoledì 22 febbraio)

La civiltà è nata col muro. Anzitutto quello della casa, che la circonda e la difende come il luogo degli affetti familiari e dell’intimità. Dentro la quale si può entrare solo attraverso la porta, il cui simbolismo (morale e religioso) in ogni cultura è uno dei più forti.

Dalla casa, dal castello e dall’abbazia si estese a quella grande Casa che è la città. E ancora oltre: gli Stati hanno eretto lunghe muraglie, come quelle di circa 120 km tra Gran Bretagna e Scozia volute da Adriano e Antonino Pio. Il primato spetta ai cinesi: una Grande Muraglia lunga 8.800 km. Senza dubbio, per esigenze di difesa contro i nemici e per tener fuori estranei, ladri e assassini. Ma non minori erano le valenze simboliche. Muro significa identità e solidarietà. Le mura trasformavano la città in un microcosmo, di cui racchiudevano la perfezione: spesso erano circolari, come il moto delle sfere celesti.

In Occidente, il loro modello erano le mura della Gerusalemme celeste, costituita da un quadrato perfetto: «un muro grande e alto munito di dodici porte presso le quali vi erano dodici angeli» (Ap 21, 12). Ancor oggi restiamo stupiti di fronte alla grandiosità delle mura erette dalle civiltà del passato. In alcune città vi sono ancora tracce di tre o quattro cerchia di mura, corrispondenti ai successivi ampliamenti dell’abitato. Mirabili ancora le mura di Roma, che risalgono a Romolo («possa morire chiunque osi scavalcare le mura», in Tito Livio). Ma anche le mura volute da tanti i papi sono fra le più grandiose, soprattutto quelle leonine, fatte erigere da Leone IV per difendere Roma dagli islamici: la fede religiosa ha sempre protetto l’ordine sociale contro il disordine che può giungere dall’esterno. Grandiose quelle del Vaticano, tuttora custodite e controllate ad ogni porta da guardie svizzere.

Le mura erano strumenti di difesa. In latino moenia deriva da munire, fortificare, proteggere. Le mura potevano essere anche una prigione. Ma tutte avevano le porte, che si chiudevano la sera e si riaprivano all’alba. La civiltà moderna ha inventato armi così potenti che le mura della città sono divenute inutili. Quasi ovunque sono state rase al suolo dai progetti urbanistici dell’Ottocento, la città è divenuta aperta e i trasporti rapidi. Era nata l’Europa della sicurezza, quel «mondo di ieri» (Zweig) nel quale si viaggiava tra i vari paesi senza difficoltà. Senza dubbio un progresso, al quale però è corrisposto però un mutamento paradossale. Le mura non le abbiamo più, ma l’incomunicabilità e la solitudine, anziché diminuire, sono aumentate, sino a divenire una malattia endemica del tecnopolitano. E la criminalità dilaga.

Le porte delle case non sono più aperte, come spesso nel passato, ma chiuse da complicate serrature e difese da sofisticati sistemi d’allarme. Tolte le mura, non abbiamo avuto una società libera, ma atomistica e angosciata. Una civiltà del «muro», come ha esemplificato Jean Paul Sartre, una barriera invisibile che impedisce la comunicazione e il rapporto fra le persone, come ne Le mur di Sartre (1939): «L’inferno sono gli altri» (l’enfer c’est les autres).

Ma il muro non può essere uno strumento di egoismo e di sopraffazione, quando impedisce a popolazioni misere e profughe di trovare uno spazio vitale nei paesi ricchi e civili, che le escludono? La polemica del cattopopulismo ha come primo bersaglio il «muro», al quale contrappone un’altra immagine antropologica, quella del ponte. Alla base della quale c’è un autentico sentimento di solidarietà, dato che è un dovere cristiano e più generalmente umano aiutare chi soffre. Ma esprime anche una forte incoscienza sugli aspetti reali, distruttivi della identità e della sicurezza dei popoli raggiunti dalle migrazioni senza regole che da anni sempre più numerose investono l’Europa. In contrasto con la reale situazione di disagio e di insicurezza delle popolazioni europee, soprattutto dei poveri, che di fronte alla immigrazione selvaggia sono i più disarmati. Una paura reale e motivata, che va considerata in ciò che ha di reale, non demonizzata, col falso ragionamento che occorre farla tacere e accogliere tutti.

Si confonde così l’effetto con la causa: sono i migranti che producono la paura, dalla quale gli invasi impauriti cercano di difendersi con la richiesta di una programmazione e di un controllo. E quei paesi che, per farlo, hanno eretto dei muri, che più spesso sono reticolati, non possono essere bollati e infamati come «anticristiani». Non l’hanno fatto di buon grado, ma perché ne sono stati costretti. Ciò vale in Europa per Francia e Regno Unito, Germania e Spagna, Austria e Ungheria, Grecia e Macedonia, Slovenia, Norvegia ed Estonia.

E vale anche per gli Stati Uniti, dove il muro col Messico è stato una scelta condivisa da tutti gli ultimi presidenti, elefantini o asinelli che fossero. Basta ripercorrerne la storia: fu iniziato dal repubblicano Bush senior nel 1990 e continuato da Bush junior nel 2006. Lo potenziò anche un democratico come Clinton nel 2005 e votarono a favore Hillary e Obama (allora senatori).

Ma la polemica contro il muro per fermare i messicani rientra nella campagna di squalificazione contro il Presidente Trump, colpevole di aver vinto le elezioni democratiche. Chi le ha perse aveva bisogno di una strega e di un capro espiatorio. Anche perché Donald sta facendo qualcosa di peggiore, cerca di attuare quelle promesse, che ha fatto durante la campagna elettorale convincendo i cittadini. Inaudito.

 

7 Commenti a "Ponti? No, la civiltà è prodotta dai muri"

  1. #Mazzarino   22 Febbraio 2017 at 1:11 pm

    Certo che le civiltà sono realizzate coi muri. Ogni organismo evoluto è composto da parti confinate. Anzi più è evoluto più ha pareti e membrane selettive (le frontiere). Ma Bergoglio con la sua enciclica eretica Laudato anela a tornare batterio non a volare come aquila. Fino a nuotare alla putrida melma comunista.

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    • #Maria   23 Febbraio 2017 at 11:59 pm

      Al signor Mazzarino
      quardi sa che da’ lei impressione di non saper volare da aquila.

      Per ” poter volare da aquile ” non ci impongano barriere,e non alzino muri!

      ” desiderare volare come aquila ” comporta abitare in spazi liberi… In menti aperte… scrutarne le alte cime….e le immensità dei cieli….in piena libertà….

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      • #Mazzarino   24 Febbraio 2017 at 4:49 pm

        Carissima signora Maria lei che sa volare da aquila. Mi saluti Jo Condor

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  2. #Alessio   22 Febbraio 2017 at 1:43 pm

    La Civiltà non richiede solo muri, ma anche guardie armate pronte a colpire senza esitazione chiunque il muro provi a scavalcarlo. E cittadini altrettanto pronti a colpire chi dovesse sfuggire alle guardie.

    Per il resto, lo sappiamo : più aumenta il politicamente corretto e più aumentano le sbarre alle finestre.

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    • #bbruno   22 Febbraio 2017 at 6:17 pm

      bello eh, Alessio? Gli intelligentoni e bononi, che ci dicono di togliere i muri per accogliere, ci dicono di mettere le inferriate per proteggerci da quelli che abbiamo accolti! A quando il definitivo abbattimento dei muri di casa, invece, così da rendere superflue le inferriate di casa ? Tutti in piazza stravaccati uno sull’altro, in un grande abbraccio mundialista!

      Ma quello che grida ogni giorno ACCOGLIETE, l’ INCUBO del Vaticano, dico, lui sì che la sa come si deve: sta rintanato dentro i muri del suo HOTEL, protetto dai muri delle mura della sua cittadella, guardate e controllate dalle sue guardie, il FURBASTRO! Mica viene ad ‘accasarsi’ sotto il portico di san Pietro, anzi sotto il cielo di piazza, che il portico una qualche ‘protezione’ la dà comunque, o meglio ancora, siccome gli piacciono tanto, sotto uno dei tanti PONTI di Roma, in attesa che una ondata purificatrice se lo porti finalmente via…

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  3. #bbruno   22 Febbraio 2017 at 4:09 pm

    ma una società che ha abbatutto tutti i muri delle distinzioni, non c’è più religione che non valga l’altra , non c’ è più morale che non sia quello che ti piace, non c’ è più maschio che non possa essere anche femmina e viceversa, che si impedisce per principio la possibilità di un giudizio di vero o falso – chi siamo noi per giudicare?- non poteva che arrivare a distruggere se stessa come tale, arrivando ad abbattere le dighe di difesa, e facendosi sommergere dall’ ondata migratoria. Tutto in nome dei sacri principi di democrazia solidarietà uguaglianza rispetto reciproco. Tutto voluto promosso finanziato in nome della lotta alle discriminazioni razziali…- (Rileggete, mi ripeto, Ezechiele cap. 7)

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  4. #jb Mirabile-caruso   23 Febbraio 2017 at 2:49 am

    Gianfranco Morra: “Le mura non le abbiamo più, ma l’incomunicabilità e la solitudine,
    ………………………….anzichè dimunuire, sono aumentate, fino a divenire una malattia”.

    …………………………”Le porte delle case non sono più aperte, come spesso nel passato,
    ………………………….ma chiuse da complicate serrature e difese da sofisticati sistemi di
    ………………………….allarme”…………………………………………………………………………………

    I muri delle nostre case – così come le mura delle città e delle nazioni – oltre a quella della naturale protezione, avevano anche quella – anch’essa naturale – di essere strumentali alle porte che, a loro volta, venivano bussate da chi chiedeva ed aperte da chi offriva.

    Ora, attenzione a questo importante passaggio: tra l’ospite che apriva la porta e l’ospitato che entrava per quella porta intercorreva un rapporto di sacra ospitalità che sanciva due fondamentali concetti, anch’essi autenticamente naturali: quello relativo al ‘dovere’ di accogliere da parte dell’ospite e quello del ‘dovere’ della gratitudine da parte dell’ospitato: due “doveri” che armonizzavano meravigliosamente!

    Ma quando questo rapporto naturale viene pervertito con il ‘dovere’ di chi chiede che si trasforma addirittura in ‘diritto’ – e qui possiamo agevolmente intravedere la manina diabolica e sovvertitrice della massoneria e di tutti i ciarlatani dell’ideologia comunista e di altre ancora – avviene inevitabilmente – e aggiungerei ‘naturalmente’ – che anche il ‘dovere’ di ospitalità del padrone di casa subisce una contrazione ed una degenerazione in ‘diritto’ di essere lasciati in pace.

    La morale della favola, se così vogliamo dire, è che un rapporto Umano secondo natura – e, quindi, secondo le Leggi di Dio – è intrinsecamente armonico e Cristiano, mentre quello contro-natura – e, quindi, contro le Leggi di Dio – è intrinsicamente DISarmonico, conflittuale e satanico.

    Così È, indipendentemente e a prescindere dalle ciarlatanerie di tutti i deliranti del mondo!!!

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