Alan Friedman: «Obama disastro, l’euro peggio. Stracciate Maastricht»

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di Pietro Senaldi

 

“Questa non è l’America”, ma soprattutto questo non è un libro anti-Trump; anzi, è un lavoro alle radici di Trump, un’inchiesta nell’America di Obama, e prima di Bush e Clinton, di cui da questa parte dell’Atlantico non si sa nulla e che parte ben prima della corsa di quello che sarebbe diventato il 45° presidente degli Stati Uniti.

«Trump», spiega Alan Friedman, il giornalista statunitense più famoso in Italia, autore del libro, subito balzato al primo posto nella classifica dei più venduti, «eredita un’America lacerata, un Paese diviso, dove otto anni di Obama hanno aumentato il razzismo e il risentimento reciproco tra bianchi e neri, dove il 20% dei bambini, anche bianchi, vive sotto la soglia di povertà e un milione e mezzo di famiglie tirano avanti con due dollari al giorno. Il mix tra globalizzazione, effetti della crisi finanziaria e diseguaglianza dei redditi ha spaccato in due gli Usa. Il Paese del sogno americano, quello dove tutti possono farcela e basta lavorare per avere una casetta con il giardino e due auto in garage, ornai non esiste più da decenni».

Di tutto questo in Europa non si ha idea: come mai?

«Propaganda e abitudine. Giornali e analisti, sia quelli filoamericani che quelli critici, si sono limitati a raccontare gli Usa, come il poliziotto del mondo, l’alfiere della globalizzazione, l’amico dell’Europa, la terra delle libertà. Una descrizione molto superficiale».

Il tuo libro è un atto d’accusa a Obama quindi e non a Trump?

«A Reagan, Clinton, Bush soprattutto, ma anche a Obama, a tutti i politici degli ultimi trent’anni. Obama era animato da buone intenzioni ma in politica estera è stato poco efficace a causa della sua incompetenza, soprattutto per quanto riguarda il mondo arabo».

Nella gestione della crisi però è andato bene?

«Ha ereditato la peggior crisi dal 1929 e si è trovato a fare i conti con le spese delle guerre in Afghanistan e Iraq, costate 3000 miliardi di dollari. Ha tamponato, ha salvato l’auto e le banche, con fatica ha invertito il trend economico per quel che riguarda i numeri ma non ha arginato il dramma sociale».

Con un rivale più forte Trump avrebbe vinto?

«La Clinton era impopolare, odiata perché avvertita come arrivista ed espressione delle lobby dominanti. Non dimentichiamoci che fu il marito, quando era presidente e con Greenspan alla Federal Reserve, a creare le condizioni per la bolla finanziaria spingendo per la legge che ha vietato la regolamentazione dei derivati e dei titoli più a rischio e di fatto vietando così la difesa dei piccoli risparmiatori. La filosofia era: lasciamo liberi tutti».

Trump migliorerà le cose?

«Wall Street continua a segnare massimi storici ma non mi stupisco, anche quello di Trunp è un governo targato Goldman Sachs e che, nonostante la retorica, garantisce a chi ha i soldi, specie all’1% della popolazione più ricco, di farne ancora di più».

L’hanno votato il 48% dei laureati, la middle class e i ceti poveri…

«Hanno creduto alla sua promessa di “fare l’America di nuovo grande”. I poveri bianchi, vittime della globalizzazione, l’hanno votato perché pensano che chiuderà i confini agli immigrati e farà partire qualche grande opera pubblica ma ad avere i benefici maggiori alla fine saranno i ricchi di Wall Street, che ora festeggiano il taglio delle tasse e l’intenzione di smantellare le regolamentazioni delle banche. All’inizio sarà un bene per la crescita e per Wall Street, ma se si eliminano le tutele del mercato introdotte dopo Lehman Brothers si rischia il ripetersi della storia, una seconda Lehman Brothers tra qualche anno e una nuova crisi finanziaria».

Trump accusa Obama di averlo spiato?

«È un’accusa senza nessuna prova. È un esempio classico di come agisce Trump, usando Twitter, quando è sotto pressione, in questo caso per le ingerenze della Russia nella campagna elettorale. Questo è il vero Trump, che inventa accuse a Obama di criminalità. E’ un presidente scatenato e impulsivo».

Quanto dobbiamo preoccuparci dello scontro Usa-Russia?

«Putin è il leader più cinico e abile del pianeta. E’ riuscito, anche per gli errori di Obama, a ridisegnare a suo vantaggio la mappa geografica di mezzo pianeta. Il rapporto tra lui e Trump sarà centrale per gli equilibri del mondo. Non sarà facile, ma alla fine i due riusciranno a trovare un’intesa».

Però Trump sta alzando il livello di tensione con la Russia…

«In questo momento fa così per portare a sé la parte di Partito Repubblicano storicamente ostile alla Russia e per mettere a tacere la stampa che lo accusa di legami con Putin. Il cosiddetto “Russiagate” sta montando e non aiuta. Ma Trump ammira Putin e la mia esperienza mi dice che gli uomini forti apprezzano solo gli uomini forti. L’intesa si troverà e ciascuno cederà qualcosa».

Il tuo penultimo libro è stato su Berlusconi: ravvisi analogie tra il Cavaliere e il presidente Usa?

«Trump dice: “Non conosco Silvio di persona ma entrambi siamo due ricchi bravi ragazzi prestati alla politica”. In effetti hanno in comune il conflitto d’interessi e la determinazione a non risolverlo davvero. Entrambi tendono a filtrare tutta la realtà attraverso il prisma del loro ego. Però c’è una differenza politica fondamentale sul tema immigrati e lavoro. E poi sul modo di porsi: Silvio è accogliente, tende a farsi concavo e convesso come ama dire lui stesso di sé, anche se ha fatto il grande errore di gestire l’Italia come un’azienda e il consiglio dei ministri come un consiglio d’amministrazione. Donald è più aggressivo, prima ti mena e poi tratta».

Pensa che Berlusconi potrà rientrare attivamente in politica?

«Non credo che la Corte Europea gli farà questo regalo, se è questo che intendi. Sarei sorpreso se sentenziasse per la candidabilità di Berlusconi in tempo per le elezioni. Quanto al consenso, lui è sicuro di valere da solo il 10% e di poter portare Forza Italia oltre il 22 in caso scendesse in campo ma io credo che si sovrastimi. Sono cambiati i tempi, adesso c’è Grillo».

Lo senti ancora?

«”My Way”, il mio docufilm su Berlusconi, disponibile su Netflix, si chiude con la mia uscita dal cancello di Arcore. Dico che dopo quella visita non ci saremmo mai più visti e mai più parlati. E così è stato».

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Chi vincerà le elezioni in Italia?

«Sarei un matto se mi sbilanciassi, è impossibile prevederlo. Ho però la sensazione che nella sinistra sia in corso una guerra alla morte e che stiano facendo di tutto per perdere e aiutare i Cinquestelle a vincere».

Ha ragione Renzi o D’Alema?

«La scissione è lotta di potere: D’Alema e compagni non hanno mai inghiottito il rospo della rottamazione. Se ne sono andati perché non accettavano che Renzi distribuisse da solo tutte le carte della prossima legislatura».

Ti piace, Renzi?

«Ha fatto alcune cose necessarie ma non si sono rivelate sufficienti. Nelle sue riforme, tipo il Jobs Act, doveva avere il coraggio di essere più liberista e poi si è perso per strada la spending review. Non ha fatto le liberalizzazioni ma questo anche per colpa degli italiani: in una stessa famiglia da voi convivono vittima e aguzzino, baby pensionato e giovane che dovrà lavorare fino a 70 anni, beneficiati dal corporativismo e imprenditori super tassati. Ma l’errore drammatico è stato giocarsi tutto sul referendum».

Ma lì aveva uno sponsor d’eccezione, Barack Obama…

«L’endorsement di Obama ha avuto un effetto negativo, è stato il bacio della morte. Valeva come l’endorsement di Giorgio Napolitano. Ci sarebbe tanto da raccontare su quella visita di Renzi alla Casa Bianca ma è tutto nel mio libro: il suo valore è stato molto esagerato dalla stampa italiana».

Cosa ne pensi della destra nazionalista, Salvini e Meloni?

«Hanno il loro spazio, ma credo sia limitato. L’Italia è un Paese moderato, non c’è grande possibilità per le forze estremiste. L’italiano è tollerante, meno violento rispetto a un francese, un tedesco o un americano: siete destinati a morire sempre democristiani».

Francamente Salvini e Meloni non mi sembrano due leader particolarmente violenti…

«È la ragione per cui la destra italiana mi spaventa molto meno di quella francese o tedesca. Alla fine, in Italia, prevale sempre la solidarietà, la comunità. E’ il bene ma anche il male del Paese. Adesso poi con il proporzionale nessuno potrà governare e questo porterà tutti a più miti consigli».

Se la destra trovasse il punto d’accordo con Berlusconi potrebbe governare?

«Berlusconi non è anti-europeista e il suo Tajani è presidente dell’Europarlamento. Difficile che accetti la posizione anti-euro di Salvini. Le questioni centrali del centrodestra sono l’Europa e l’euro: l’intesa può reggere solo se si accordano su quello. Ormai la metà degli italiani è euroscettica».

Tu su Rai3 eri Mister Euro…

«L’euro è una moneta nata male: la costruzione si è rivelata subito difettosa, non si può avere una politica monetaria comune senza politica economica e fiscale comune. Penso anche che la guida attuale dell’Europa sia inaccettabile: una burocrazia insopportabile e una rigidità dannosa. Sugli immigrati poi la Merkel ha fatto un errore madornale. Per assurdo sono più convinto che l’Europa diventerà più ragionevole e più umana se in Germania vincerà quello che Berlusconi chiama “kapò Schultz”: per l’Italia la sua affermazione sarebbe un vantaggio».

Cosa dovrebbe fare l’Europa per uscire dalla sua crisi politica, istituzionale ed economica?

«Stracciare il Trattato di Maastricht. Il famigerato rapporto del 3% tra deficit e Pil non deve più esistere. Sono regole vecchie, superate e dannose: i parametri di Maastricht hanno strangolato l’Italia facendole perdere troppi punti di Pil. E assurdo che il vostro Paese sia assoggettato a regole scritte 25 anni fa da De Michelis e Carli».

Che cosa dovremmo fare?

«Il governo Gentiloni è debole, anche se non debole quanto lo era quello Letta, e può far poco. Se ci fosse un vero politico al governo direbbe a Bruxelles: “Mettetevi dove dico io la vostra richiesta di una manovrina, io devo salvare le prossime generazioni, me ne frego di Maastricht e programmo 20 miliardi di investimenti pubblici”. La congiuntura favorevole va colta: il dollaro è destinato a rafforzarsi ancora e questo aiuterà le vostre esportazioni».

Ma così ci ammazza lo spread…

«Il grande errore di Renzi e di chi lo ha preceduto è stato pensare che la crescita da sola avrebbe frenato l’aumento del debito pubblico. Questa è la scommessa persa da Renzi: doveva patrimonializzare il debito pubblico, approfittare del bazooka di Draghi e costringere le banche a comprare cespiti di demanio. Non è necessario azzerare il debito, basta un segnale per tenere a bada lo spread».

Non ci dai molte speranze…

«Non è vero. Smettetela di autoflagellarvi e cominciate a comprendere che siete soprattutto vittime di voi stessi. L’Italia resta ancora, se si appartiene al ceto medio e non si ha troppo bisogno dello Stato, il Paese migliore per vivere, il più civile, raffinato e generoso d’Europa. E molto di più della mia America. Quella non è l’America, ma nonostante tutti i problemi, questa è ancora l’Italia».

 

Fonte: Libero, edizione cartacea (odierna)

 

 

4 Commenti a "Alan Friedman: «Obama disastro, l’euro peggio. Stracciate Maastricht»"

  1. #Alessio   6 marzo 2017 at 4:38 pm

    Bello il titolo.
    Per il resto, le ennesime opinioni dell’ennesimo parolaio che vive di chiacchiere e che si barcamena secondo la provenienza del vento ma sempre con un piede in otto scarpe, tanto per galleggiare e vendere.
    Perdipiù, ci disprezza apertamente come una sorta di “popolo di Pulcinella”… non che oggigiorno sia falso, ma non è che gli altri stano facendo molto meglio e comunque non spettano a un venditore di fumo certi giudizi.
    Che vada a farsi f…riggere anche lui.

    • #lister   8 marzo 2017 at 9:37 am

      Alla fine, bontà sua, ci regala il contentino:
      “L’Italia resta ancora […] il Paese migliore per vivere, il più civile, raffinato e generoso d’Europa.”

  2. #GIUSEPPE   7 marzo 2017 at 5:48 pm

    Davvero. Ne usciamo sempre come un popolo di simpatici fessi. Perchè non aggiunge anche la cura a base di attentati spionaggi aerei esplosi che i sumpatici SERVIZI anglo -Usa hanno fatto ai ns politici meno morbidi verso di loro e più “violenti”?
    A casa Sig. Friedman lei hai il paese che si merita

  3. #francesco   7 marzo 2017 at 10:35 pm

    Ho comprato il libro l’altro giorno, al volo prima di prendere il treno. Sfogliandolo di corsa mi sembrava molto documentato, speriamo si riveli una buona lettura. Quanto a Obama l’articolo mi sembra fin troppo lusinghiero.