fonte: Vanity Fair

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Ringraziamo Arai Daniele per la segnalazione. L’intervista si è svolta nel mese di gennaio 2017. [RS]

 

di Tamara Ferrari

 

Ci sono segreti che la gente considera tali anche dopo che sono stati rivelati. Altri che restano nascosti per anni, perché nessuno sa che esistono. Ci sono luoghi che vivono di mistero. Uno di questi è Fatima.

In questa cittadina che porta il nome della figlia di Maometto, nel cuore del Portogallo, il 13 maggio 1917 la Madonna apparve a tre bambini: Lucia, 10 anni, Giacinta, 7, e Francisco, 9. Tornò a trovarli per altre cinque volte, rivelò loro tre segreti e, all’ultima apparizione, il 13 ottobre di quello stesso anno, fece un miracolo: il sole «danzò» nel cielo e sembrò staccarsi dal firmamento per piombare sulla terra. Migliaia di persone arrivate per fede, o per curiosità, caddero in ginocchio. Anche alcuni giornalisti atei venuti per confutare quello che stava accadendo si convertirono. Grazie a questi eventi, e alle guarigioni prodigiose che si verificarono prima e dopo, nel 1930 il Vaticano riconobbe che le apparizioni erano vere.

Il giorno che arrivo a Fatima, per raccontare i preparativi delle celebrazioni per il centenario della comparsa della Madonna, il Santuario è immerso nella nebbia, e nel silenzio. La grande piazza sulla quale sorge una enorme basilica è quasi deserta. Nella chiesa, alcuni giovani si scattano selfie sulle tombe dei veggenti. Un gruppetto di pellegrini recita il rosario nella cappellina costruita attorno all’albero, un elce, sul quale dicono che apparisse la Vergine. Faccio per raggiungerli, noto un fumo nero proveniente dal lato sinistro della costruzione. «C’è un incendio», penso. Ma è un forno, qualcosa sta bruciando.
Guardo dentro e rimango di stucco: ci sono un cuore, una testa e delle gambe in fiamme. «Sono di cera», mi dice una donna. Stringe tra le mani un cervello: «Mio marito ha un tumore, chiedo alla Madonna di guarirlo». Lo butta nel forno.

«Non c’è da meravigliarsi», mi aveva spiegato qualche giorno prima Susanna Alves, la proprietaria di una fabbrica di organi di cera sull’isola di Madeira, nell’Oceano Atlantico. «È una tradizione locale. I fedeli portano in dono questi oggetti nelle chiese, credono che così facendo la Madonna sia più propensa ad aiutarli. Produciamo circa seicento pezzi al giorno tra cuori, fegati, arti, cervelli… Li vendiamo nei negozi dell’isola e li esportiamo in Portogallo. Fino a qualche anno fa i fedeli offrivano solo ceri che rappresentavano le parti del corpo per le quali chiedevano la guarigione. Oggi donano anche macchine, libri, moto». A Fatima non c’è negozio di souvenir che non li venda. «È un rito pagano», taglia corto padre Vitor Coutinho, il vicerettore del Santuario, «ma non possiamo impedirlo. Per questo abbiamo costruito il forno. I fedeli lasciavano ceri ovunque, erano troppi. Almeno adesso li bruciano».

Davanti alla Cappellina delle Apparizioni, una suora protesta: «Dovrebbero vietarlo. Due giorni fa una donna è arrivata davanti al forno, si è girata di spalle e ha lanciato nel fuoco un piede di cera. Le ho detto: “Signora, ma che fa?”. Mi ha risposto: “Mi hanno detto che porta fortuna, come quando si butta la monetina a Roma, alla fontana di Trevi”. Per fortuna ad Aljustrel non succede».

Aljustrel è il villaggetto a tre chilometri da Fatima dove abitavano i pastorelli. C’è una via crucis dove i pellegrini si recano in preghiera, e ci sono ancora le case dei bambini. Si trovano nel centro del paese, sono rimaste intatte. E non sono le catapecchie che uno si aspetta.
Camera da letto, cucina, salotto, il cortile dove giocavano i bambini, un grande pozzo. «I veggenti non erano poveri come tutti raccontano», mi dice una donna, «Francisco e Giacinta erano fratelli, Lucia era la cugina. La loro era la famiglia più benestante del paese, ma il papà di Lucia beveva troppo e trascurava le proprietà, così la madre mandava la figlia a pascolare le caprette. I cuginetti insistevano per farle compagnia. Finché, un giorno, non ebbero la prima apparizione. Ma non videro la Madonna, quello che apparve era un angelo». Me lo conferma davanti alla casa dei «pastorelli» una vecchietta di 96 anni con le dita scavate dai grani del rosario perché, dice, «prego tutto il giorno». Si chiama Lucia dos Santos, è la nipote dei veggenti. «L’anno prima di vedere la Madonna, mentre giocavano, i miei zii videro un giovane bellissimo avvolto in un lenzuolo. Disse loro che era l’Angelo della Pace e li invitò a fare penitenza. Apparve più volte, anche sul pozzo nel cortile di casa. Li preparò all’incontro con la Vergine, che avvenne l’anno successivo. Purtroppo, Giacinta e Francisco si ammalarono e morirono giovanissimi. La Madonna li aveva avvisati. Zia Lucia divenne suora di clausura, è morta a 97 anni. Andavo a trovarla con i miei genitori. Mi raccontava quello che aveva visto, ma non del segreto che la Madonna le aveva affidato. “Quello posso dirlo solo al Papa”, diceva». Le chiedo se sa com’era la Madonna. «Di una bellezza mai vista sulla terra», risponde.

LA MADONNA IN TAILLEUR
Ho ancora in mente le casette dei «pastorelli» quando, in albergo, mi accingo a leggere gli atti ufficiali delle apparizioni. Ci sono gli interrogatori dei bambini, i report del giorno in cui furono arrestati e minacciati di morte per costringerli a rivelare il segreto. «In cella pregavano», c’è scritto.
Riapro il fascicolo, parto dall’inizio. Scopro che tra i primi a interrogare i bambini ci fu il parroco del paese. Chiese loro com’era la signora che vedevano. La risposta è stupefacente: «Non molto alta, con gli occhi neri. Aveva un mantello bianco che dalla testa arrivava fino in fondo alla gonna, era dorato dalla vita in giù. La gonna era tutta bianca e dorata da catene dall’alto al basso e oblique, ma arrivava solo al ginocchio. Aveva una giacca bianca, non portava scarpe, aveva calze bianche. Portava al collo una catena d’oro con una medaglia sul petto. Alle orecchie dei bottoni molto piccoli».

Collane, orecchini, calze bianche, tailleur. Niente a che vedere con le statue che rappresentano la Vergine di Fatima. «Vedo che ha letto gli atti», mi dice il giorno dopo suor Angela Coelho, una giovane donna che sta dedicando parte della sua vita a far diventare santi Giacinta e Francisco, e beata suor Lucia.
«Non credo che la gonna fosse così corta, secondo me arrivava un po’ sotto il ginocchio. In ogni caso, il parroco disse ai bambini che la Madonna non poteva indossare abiti che all’epoca avrebbero potuto facilmente creare scandalo». Suor Angela è contenta: «Aspettiamo tanti pellegrini quest’anno. E presto Francisco a Giacinta diventeranno santi. Finalmente abbiamo il miracolo, posso dire soltanto che la persona guarita è italiana, e che vive a Roma».

Sto ancora pensando ai vestiti della Madonna quando salgo in macchina. Voglio tornare dalla nipote di suor Lucia, ad Aljustrel. Ma a un incrocio sbaglio strada e mi perdo. Scendo dall’auto per orientarmi: dall’altro lato della strada si vede la cupola del santuario. Faccio per rimettermi alla guida e la vedo: una croce antica in pietra, con in rilievo una falce, un martello, una scala, simboli massonici.
Più avanti c’è un piccolo centro abitato. Le case sono poche, sulle porte ci sono gli stessi strani simboli della croce. Tranne su una, che è chiusa, sbarrata, serrata.
Un uomo si affaccia dal cancello dell’abitazione di fronte: «Chi cerca?».
«Chi abita qui?», chiedo.
«L’esorcista», mi risponde.
L’esorcista si chiama padre Humberto Gama. Tanti anni fa è arrivato a Fatima e ha cominciato a liberare le anime dal demonio. «Nella sua casa arrivavano centinaia di posseduti, uomini, donne, bambini. Diceva che era normale, che dove c’è il bene si trova anche il male», continua. «Poi un giorno lo hanno scomunicato. Padre Gama se n’è andato, non vive più qua. Se le serve le do il nuovo indirizzo», mi dice. Rispondo che no, non mi serve, che invece sto cercando qualcuno che conosca i segreti di Fatima. «So chi può aiutarla», s’illumina, «non ricordo il nome, ma è famoso. È un attore, un americano, quello che ha fatto il film sulla passione di Cristo».
«Mel Gibson?», gli chiedo.
«Proprio lui, vada a trovarlo, ha comprato casa ad Aljustrel».

La «casa di Mel Gibson» si trova a 800 metri da quella della veggente Lucia. Non ci abita l’attore americano, ma un ex pilota dell’aviazione civile brasiliana. Si chiama Arai Daniele, e quando gli spiego perché sono lì, sorride. «Il papà di Mel è mio amico. Lo stesso Mel è stato qui, tanti anni fa. Andò a trovare anche suor Lucia, voleva fare un film su Fatima. Ma dopo averla incontrata, il progetto svanì».
Il signor Arai mi offre un tè nel suo salotto, dove noto una foto che lo ritrae abbracciato a monsignor Lefebvre, l’ex arcivescovo francese che si oppose ai cambiamenti e alle aperture del Concilio Vaticano II, e che papa Wojtyla scomunicò.

«Mi imbattei in Fatima perché con gli aerei facevo spesso scalo in Portogallo. Decisi di scrivere un libro. Conobbi suor Lucia, le sorelle, i parenti. Mi hanno venduto questa casa», mi racconta.
Arai mi spiega il perché degli strani simboli che ho notato durante il percorso: «Qui vivono molti massoni. Lo era anche il sindaco, al tempo delle apparizioni. Incarcerò i bambini per farsi rivelare i segreti. Più tardi, i massoni fecero saltare in aria la cappellina».

Arai, che ha dedicato vari libri a Fatima [tra cui quello edito dalle nostre Edizioni], mi spiega che in realtà i tre segreti erano uno solo, diviso in tre parti. Suor Lucia mise per iscritto le prime due nel 1941, e furono rese pubbliche da Pio XII l’anno successivo. «Il primo era una visione dell’inferno, dove bruciano le anime. Nel secondo si chiedeva la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria, altrimenti quel Paese avrebbe sparso i suoi mali per il mondo. Veniva preannunciata la Seconda guerra mondiale».

La terza parte del segreto suor Lucia la scrisse il 3 gennaio 1944, fu consegnata a Pio XII. «Sulla busta c’era scritto che poteva essere aperta solo dopo il 1960. Lucia spiegò che la data gliela aveva detta la Madonna, precisando che solo allora il segreto sarebbe stato capito. Ma Giovanni XXIII, che lo lesse nell’agosto del 1959, ritenne opportuno non rivelarlo, e così i suoi successori».
Solo nel Duemila il testo del messaggio venne rivelato, per volontà di Giovanni Paolo II. Si scoprì che il segreto era la visione di un angelo che agitava la spada chiedendo penitenza, e di un «vescovo vestito di bianco» che insieme a sacerdoti e religiosi attraversava una città mezza in rovina e saliva una montagna ripida, in cima alla quale c’era una croce, dove il papa veniva ucciso insieme al suo seguito. Dopo l’attentato in piazza San Pietro del 13 maggio 1981, Wojtyla si riconobbe in quel papa e andò a Fatima per ringraziare la Madonna di aver deviato il proiettile.

Ma l’interpretazione data dal Vaticano non convinse tutti. Alcuni studiosi cominciarono a parlare di una quarta parte del segreto non rivelata.

«In realtà, in quel testo c’è tutto», dice Arai, «anche se io penso che Wojtyla col messaggio non c’entra niente. Il segreto doveva essere rivelato nel 1960, quindi secondo me non poteva riferirsi a qualcosa che sarebbe accaduto tanti anni dopo, come l’attentato al papa, ma a qualcosa di precedente». Che cosa è accaduto prima del ’60?, gli chiedo. «Non hanno consacrato la Russia al cuore di Maria, e quindi quel Paese ha cominciato a spargere i suoi errori nel mondo. Nel 1958 Pio XII, che era un papa conservatore, morì. Il successore cominciò a innovare la Chiesa, indisse il Concilio Vaticano II e cambiò tutto: riti, valori, ogni cosa». 

Arai mi mostra una stanza della sua casa trasformata in cappella. «Qui celebriamo la messa come si faceva prima del Concilio, quando il prete non voltava le spalle a Dio, ma ai fedeli», dice. Su una parete ci sono affreschi che ricordano i tre segreti, penso all’Apocalisse. Ce li ho ancora davanti agli occhi mentre guido verso l’hotel. E penso che forse dovrei comprarmi una corona del rosario, o un nuovo cervello di cera. Chissà, magari lo brucerò.

 

Fonte: vanityfair.it