“Il seme inquieto”: la distopia LGBT di Anthony Burgess

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Piange Beatrice-Joanna. Piange perché è morto il suo unico figlio. Il corpicino è stato appena prelevato dal letto della fredda stanza d’ospedale in cui si trovava e portato via da due incaricati del Ministero dell’Agricoltura: una bocca in meno da sfamare e un mezzo chilo in più di pentossido di fosforo per nutrire la terra.

Il medico cerca di consolarla; a suo dire la procreazione è roba da classi inferiori (tra l’altro lo stesso termine proletario non sta a indicare proprio coloro che servono lo stato con la progenie?). Ma la donna, fino a quel momento una madre felice e soddisfatta, non può levarsi dalla mente il sospetto che, in fondo, suo figlio sia stato sacrificato sull’altare della lotta alla sovrappopolazione. È stato lasciato semplicemente morire, un’eutanasia vilmente taciuta, che neanche le condoglianze di circostanza del personale riescono a mascherare.

Il professor Tristram Foxe, suo marito, nel frattempo è impegnato a lezione in una scuola lì vicino. Sa benissimo quale destino attende il figlio, ma sembra che non gliene importi nulla, assorbito com’è nella routine quotidiana di una vita disperata. Il suo matrimonio è al collasso da diverso tempo e sospetta che la moglie abbia una relazione segreta con Derek, suo fratello e alto funzionario governativo. Inoltre ogni possibilità di carriera gli è negata a causa della sua eterosessualità.

Il mondo, infatti, perennemente in bilico sul ciglio del burrone a causa di una popolazione in costante crescita, non vede di buon’occhio chi, almeno in potenza, può avere dei figli. È per questo che anche in Inghilterra – governata dal re Carlo VI e nazione fulcro della superpotenza planetaria nota come Unione Anglofona – l’omosessualità è diventata un valore, così come è incoraggiato l’aborto e ogni pratica che favorisca l’inimicizia tra parenti e allontani il rapporto sessuale dal suo fine naturale. In tutto il paese sgargianti manifesti affissi dal Ministero dell’Infertilità mostrano coppie abbracciate dello stesso sesso e l’Istituto di Omosessuologia tiene anche dei corsi serali. Qualcuno, desiderando precorrere i tempi, si fa castrare; alla nuova Polizia Demografica è affidato invece il compito di verificare che ogni famiglia non abbia più di un figlio.

In una Grande Londra in continua espansione, che mangia, anno dopo anno, pezzi di campagna, grattacieli mastodontici ospitano appartamenti-dormitori ridicolmente minuscoli, dove gli abitanti, stipati come formiche, buoni giusto per produrre e per servire da concime una volta cadaveri, vivono nell’illusione di una pace perpetua, senza più eserciti né guerre.

In verità non si rendono conto che il fragile equilibrio su cui è costruito il nuovo ordine mondiale non può durare a lungo: le strade della capitale iniziano a essere percorse da folle di scioperanti che la polizia è costretta a disperdere a suon di manganellate; ogni oppositore politico è processato sommariamente e gettato nel buio di una fetida cella, mentre dall’America giungono preoccupanti notizie di raccolti interamente persi e di uomini che, per sopravvivere alla fame, si danno al cannibalismo.

Beatrice-Joanna osserva tutto questo dalla finestra di casa sua. Lei è una delle poche a cogliere i segnali dell’imminente crisi: «Il mondo era impazzito; quale ne sarebbe stata la fine?».

Il seme inquieto (The Wanting Seed), scritto da Anthony Burgess e pubblicato nel 1962 – lo stesso anno in cui uscì nelle librerie Arancia meccanica, la sua opera più famosa – è un romanzo distopico di rara forza creativa, in cui immaginazione e profezia vanno di pari passo, amalgamate in un pastone letterario che frastorna e incuriosisce. Quel futuro indistinto, privo di qualsivoglia riferimento cronologico, è, sotto molti punti di vista, un’inquietante fotografia del tempo presente e, al contempo, un’anticipazione di quello che c’è da aspettarsi dalle stagioni che verranno.

Le preponderanza della cultura LGBT, di cui la cosiddetta “teoria gender” e la “sessualità liquida” sono solo le manifestazioni più recenti, è la cifra inquietante di una contemporaneità in putrefazione (che rifiuta il matrimonio ma sposa volentieri le teorie neo malthusiane). L’occhio di Burgess, riflesso di un cattolicesimo tormentato, costantemente negato e costantemente riaffermato, scruta con cinica costernazione l’orrido pasto di migliaia di vermi che banchettano sui lacerti di carne di un popolo violato dall’ideologia, consumato dal male, dall’ignoranza e dall’egoismo. Individui raffinati che si buttano via dal ridere, ragazzini al seguito di castrati e donne mascoline dalle provocanti forme inutili fanno parte di un circo transgender che ricorda, nella parodia satirica, i grotteschi protagonisti dei film di Terry Gilliam, in particolare Brazil, e dei quadri più riusciti di James Ensor. Il seme inquieto, in questo senso, è un ideale complemento dell’Osteria volante di G. K. Chesterton, in cui si racconta la coraggiosa lotta di un gruppo di amici contro le rigide imposizioni di un’Inghilterra islamizzata.

Pagina dopo pagina il lettore è colto dalla spiacevole sensazione di come tutto, nella Grande Londra, sia svilito, come se da ogni cosa fosse stata spremuta anche l’ultima goccia di dignità. Persino il Dio cristiano è ridotto a Orcozio, un buffo personaggio che si arrabatta per conquistare l’universo in storielle da quattro soldi per ragazzi; Roma, citando Guido Morselli, è senza Papa. Negata ogni spiritualità – con una Chiesa nuovamente costretta nelle catacombe – la vita è affidata alla statistica, e l’unica idea ammissibile è quella del potere. Gli uomini sono cose, risorse che si possono spostare da una parte all’altra dello scacchiere della storia con la brutalità del ragioniere, solo allo scopo di far quadrare i conti (che, ovviamente, complice la provvidenzialità dell’imprevisto, non tornano mai).

Se in Arancia meccanica il tema è quello dell’individuo e della sua libertà di scegliere tra bene e male, ne Il seme inquieto Burgess punta più in alto e si prende alcuni spazi nel libro per riannodare i fili in un’unica visione teologica del mondo e della storia, visione che mette in bocca al povero Tristram, una figura in parte autobiografica. La storia, per lui, è un ciclico ripetersi di fasi: quella pelagiana, dove domina l’ottimismo riguardo le sorti umane (che ha portato alla nascita del liberalismo e del socialismo) e quella agostiniana, contraddistinta dal pessimismo. Tra esse vi è una fase di disordine e lenta stabilizzazione, l’interfase. Ogni accadimento è dunque elemento di una spirale di eterna alternanza, ed è a partire da queste premesse che l’autore si lancia in un’appassionata difesa della vita, delle ragioni della famiglia e del diritto ad avere una mente libera.

Shonny, il contadino cattolico che è fuggito dal caos urbano per crescere i propri figli in campagna, a diretto contatto con la natura e con tutto ciò che il nuovo governo proibisce – allevamento di animali incluso – ricorda, nella sua opposizione ai cibi sintetici, quella del Beato Ambrose Bayley, un ex prete mattoide, che predica un ritorno al vero amore, per Dio e per l’altro sesso. Nelle sue parole infuocate riecheggia l’ansia genitrice, esplicita nel titolo del romanzo, che è il filo rosso che lega i vari episodi di un libro affascinante, attualissimo, gravato a volte da certe lungaggini – specie nella parte finale, che ospita un succulento ribaltamento globale – ma che merita di essere letto e riletto.

Il seme inquieto è, in altre parole, un’occasione per riscoprire un grande scrittore inglese che giace colpevolmente dimenticato e, soprattutto, un utile viatico per comprendere le radici profonde della follia anti-umana che oggi spadroneggia ovunque. Questo, è bene ricordarlo, è ciò che fa la grande letteratura: delectare, certo, ma anche docere.

Luca Fumagalli

NOTA: Attualmente non esiste in commercio un’edizione italiana del libro (abbondano, invece, quelle inglesi). Vecchie edizioni sono comunque facilmente reperibili online a prezzi contenuti e ringrazio Piergiorgio Seveso per avermene fatto dono.

3 Commenti a "“Il seme inquieto”: la distopia LGBT di Anthony Burgess"

  1. #Maria   15 aprile 2017 at 4:04 pm

    È tutto vero! Denunciare, abbuffandosi di tante tristissime realtà, non apporta nessun cambiamento.

    Guardiamo tutto da fuori come fosse un film: noi, non ne facciamo parte! Ma è proprio vero…?

  2. #Luca Fumagalli   15 aprile 2017 at 4:25 pm

    Certo che ne facciamo parte; già capire qual è il nemico, però, è un passo. Piccolo, se vuole, ma è pur sempre qualcosa. E questo libro, in tal senso, è preziosissimo.

  3. #Luca   17 aprile 2017 at 11:11 pm

    Grazie per articolo molto interessante.