La Marcia per la Vita il 20 maggio a Roma: una chiamata al coraggio.

mpv

 

di Massimo Micaletti

 

A guardarsi attorno, verrebbe da dire che non ne vale la pena. A cosa serve marciare per la Vita se in Parlamento non c’è alcun ascolto, se per alcuni giudici i bambini si possono vendere, comprare, produrre, se in fin dei conti ormai con le pillole del giorno dopo l’aborto è un fatto privato, se morire “con dignità” è più importante di vivere con dignità? Chi accompagnerà il corteo – pur di anno in anno sempre più numeroso – se nella Chiesa le voci a sostegno di queste battaglie sono sempre meno?

Ebbene, è proprio per questa ragione che chi crede nella difesa della Vita deve essere a Roma il 20 maggio prossimo. Proprio quando la siccità picchia, è necessario che qualcuno porti un po’ d’acqua. Con una convinzione, però: la siccità durerà ancora parecchio, ancora di là da venire sono i frutti di una presa di coscienza che però va alimentata costantemente, nella quotidianità come negli eventi quale è la Marcia, negli incontri culturali come nelle relazioni sociali. Per ridare voce ai più deboli, al concepito, al morente, saranno necessari decenni, nei quali vedremo molte e tremende cose accadere, cose delle quali la condanna a morte del povero piccolo Charlie è solo l’inizio.

Non ci credete? Provate ad immaginare cosa significhi il “divieto di accanimento terapeutico” che in queste ore è in discussione nell’ambito della legge sul biotestamento e vi farete presto un’idea.  Provate ad immaginare i corollari della costante applicazione dell’implicito teorema di certa magistratura per cui “a fatto compiuto, le cose non si cambiano” che consente a due tizi che hanno comprato un bambino di tenerselo (mentre a chi sbaglia una virgola nelle prassi per l’adozione i bambini vengono toli eccome) e vedrete che fine farà in pochissimi anni la tutela dei bambini nati (nati, altro che nascituri). Ne vedremo delle bruttissime, negli anni a venire.

Ma non andrà sempre così. Non andrà sempre così se con costanza formeremo una generazione di persone consapevoli che questa blasfema ricreazione deve finire, determinate nel ricostruire l’argine abbattuto, in politica, nel pensare comune, nella Chiesa. Questo tocca a noi laici perché i figli li facciamo noi laici (di norma…) e solo coi figli e dai figli si riparte: dovremo insegnare ai nostri figli ad amare la contraddizione, perché in questo mondo di cui il diavolo è principe Cristo è la contraddizione. In questo mondo in cui i bambini e i morenti vengono sacrificati per lenire la sofferenza dei forti, marciare per la Vita è la contraddizione. Dovremo impararlo noi per primi, per insegnarlo a loro: e sarà entusiasmante, è entusiasmante. Solo così torneremo ad avere giudici, politici, docenti, medici, scienziati, religiosi che davvero avranno a cuore la difesa della vita in ogni momento della sua esistenza: ce ne sono anche ora, ma sono troppo pochi.

Nello sgangherato, continuo e soporifero inno alla ribellione che ci proviene dalla (sub)cultura di oggi, non serve il coraggio, non serve la passione, non c’è nulla da difendere, semmai c’è il bisogno disperato di affermarsi per sentire di esistere. Nella contraddizione, invece, c’è la risposta ferma all’inganno, la difesa della propria intelligenza e della vita altrui, la resistenza motivata. La ribellione è l’abbaiare ubriaco di chi vuol rovesciare il tavolo e che poi finisce sempre ammansito con un paio di bottiglie in più, perché, alla fine, grida perché si sente solo; la contraddizione invece richiede argomenti, impone di cambiare il paradigma di riferimento, non è solo contro ma è anche e soprattutto altro. Ecco perché ci vogliono ribelli ma non ammettono contraddizioni.

Ecco perché la Marcia per la Vita è per molti una spina nel fianco da ignorare, cancellare dai media: in primis, lo è per quelli che dicono di stare dalla parte della Vita e della famiglia per poi rotolarsi nel compromesso e nel cedimento come porci in brago. Essere a Roma il 20 maggio sarà un atto di contraddizione e coraggio, che si sia quarantamila, centomila o duemila.

La difesa dei più deboli, oggi, è un atto di contraddizione, il debole è segno di contraddizione perché (almeno) dinanzi al debole la libertà individualistica dovrebbe fermarsi e ben vediamo che non si ferma affatto, anzi cancella l’indifeso a colpi di sentenze, leggi e tecnoporcherie.

 

 

 

 

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